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Chi era Giovanni Giolitti

11 Dic 2009 | Nessun Commento | 6.650 Visite
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giolittiGiovanni Giolitti (Mondovì, 27 ottobre 1842 – Cavour,17 luglio 1928).
Frequenta la facoltà Giurisprudenza all’Università di Torino e si laurea a soli 19 anni. Politico privo di un passato impegnato nel risorgimento, portatore di idee liberali moderate, entra nel governo già nel 1882 come collaboratore del Ministero di Grazia e Giustizia; dopo essere passato, con la Destra Storica di Quintino Sella, al Ministero del Tesoro (dove, fra l’altro, contribuì a quell’opera tributaria volta tutta al pareggio del bilancio), diventa Ministro del Tesoro del governo di Francesco Crispi e, quindi, Ministro dell’Interno nel governo di Zanardelli, prima di giungere alla nomina di Primo Ministro nel 1892.

L’inizio dell’avventura giolittiana come primo ministro coincise sostanzialmente con la prima vera disfatta del governo di Crispi, messo in minoranza nel febbraio del 1891 su una proposta di legge di inasprimento fiscale. Dopo Crispi, e dopo una breve parentesi durante la quale il paese fu affidato al governo liberal-conservatore del Marchese di Rudinì, il 15 maggio 1892 fu nominato Primo Ministro Giovanni Giolitti, allora ancora facente parte del gruppo crispino. Fu costretto alle dimissioni dopo poco più di un anno, il 15 dicembre 1893, messo in difficoltà dallo scandalo della Banca Romana e inviso ai grandi industriali e proprietari terrieri per il suo rifiuto di reprimere con la forza le proteste che attraversavano estesamente il paese e per voci su una possibile introduzione di una tassa progressiva sul reddito.Giolitti non ebbe incarichi di governo per i successivi sette anni, durante i quali la figura principale della politica italiana continuò ad essere Francesco Crispi, che condusse una politica estera aggressiva e colonialista. A Crispi succedettero alcuni governi caratterizzati da una notevole rudezza nel reprimere le proteste popolari e gli scioperi; Giolitti divenne sempre più l’incarnazione di una politica opposta e il 4 febbraio 1901 un suo discorso alla Camera contribuì alla caduta del governo allora in carica, il Governo Saracco, responsabile di aver ordinato lo scioglimento della Camera del Lavoro di Genova.

Già a partire dal Governo Zanardelli (1901-1903), Giolitti ebbe una notevole influenza che andava oltre quella propria della sua carica di Ministro degli Interni, anche a causa dell’avanzata età del presidente del consiglio. Il 3 novembre 1903 Giolitti ritornò al governo, ma questa volta si risolse per una svolta radicale: si oppose, come prima, alla ventata reazionaria di fine secolo, ma lo fece dalle file della Sinistra Storica e non più del gruppo crispino come fino ad allora aveva fatto; intraprese un’azione di convincimento nei confronti del Partito Socialista per coinvolgerlo nel governo, rivolgendosi direttamente ad un “consigliere” socialista, Filippo Turati, che avrebbe voluto persino come suo ministro (Turati però rifiutò anche in seguito alle pressioni della corrente massimalista del PSI). Nei confronti delle agitazioni sociali il presidente del Consiglio mutò radicalmente atteggiamento rispetto alle tragiche repressioni dei governi precedenti e mise in pratica i concetti che da anni andava spiegando e in Aula e durante le manifestazioni elettorali: i sindacati erano i benvenuti in quanto un’organizzazione garantisce sempre e comunque maggior ordine rispetto ad un movimento spontaneo e senza guida; inoltre, e le informative prefettizie lo dimostravano.

Questi concetti, che oggi possono sembrare scontati, erano all’epoca considerati “rivoluzionari”. I conservatori criticarono duramente quello che per loro era un cedimento al sovversivismo e gli industriali rimasero costernati quando si sentirono dire a chiare lettere che il governo non sarebbe assolutamente intervenuto nei confronti degli scioperi e che, piuttosto, gli imprenditori si sarebbero dovuti rassegnare a concedere adeguati aumenti salariali ai lavoratori. In questo contesto furono varate norme a tutela del lavoro (in particolare infantile e femminile), sulla vecchiaia, sull’invalidità e sugli infortuni; i Prefetti furono invitati ad usare maggiore tolleranza nei confronti degli scioperi apolitici; nelle gare d’appalto  furono ammesse le cooperative cattoliche e socialiste. Fu inoltre varata la nazionalizzazione delle ferrovie; si promosse lo sviluppo economico attraverso la stabilità monetaria ed i lavori pubblici (ad esempio il traforo del Sempione).

Nel maggio 1906 Giolitti insediò il suo terzo gabinetto, durante il quale continuò, essenzialmente, la politica economica già avviata nel suo secondo governo. In campo finanziario l’operazione principale fu la conversione della rendita, cioè la sostituzione dei titoli di Stato a tassi fissi in scadenza (con cedola al 5%) con altri a tassi inferiori (prima il 3,75% e poi il 3,5%). La conversione della rendita venne condotta con notevole cautela e competenza tecnica: il governo, infatti, prima di intraprenderla, chiese ed ottenne la garanzia di numerosi istituti bancari. Il bilancio dello stato si arricchì, così, di un gettito annuo che si aggirava sui 50 milioni di lire dell’epoca. Le risorse risparmiate sugli interessi dei titoli di stato furono usate per completare la nazionalizzazione delle Ferrovie; si iniziò a parlare anche di nazionalizzazione delle assicurazioni. Degne di nota, inoltre, le operazioni di soccorso e ricostruzione che il governo nel 1908 organizzò in occasione del terremoto di Messina e Reggio Calabria seguito da un disastroso maremoto. Furono inoltre introdotte alcune leggi volte a tutelare il lavoro femminile e infantile con nuovi limiti di orario (12 ore) e di età (12 anni). In questa occasione i deputati socialisti votarono a favore del governo: fu una delle poche volte nelle quali parlamentari di ispirazione marxista appoggiarono apertamente un “governo borghese”. La maggioranza, poi, approvò leggi speciali per le regioni svantaggiate del Mezzogiorno. Il buon andamento economico e l’oculata gestione del bilancio portarono ad una importante stabilità monetaria, agevolata anche dal fenomeno dell’emigrazione e soprattutto dalle rimesse che i migranti italiani inviavano ai propri parenti rimasti in patria. Non a caso il triennio 1906-1909, e più in generale l’arco di tempo che arriva fino alla vigilia del primo conflitto mondiale, è ricordato come il periodo nel quale ” la lira faceva aggio sull’oro”.

Nel 1909 si tennero le elezioni, da cui uscì una maggioranza giolittiana. Nonostante ciò, con una manovra tipica, Giolitti lasciò che fosse nominato presidente del consiglio Sidney Sonnino, di tendenze conservatrici; in questo modo Giolitti voleva proporsi come alternativa per un governo progressista. Sonnino si appoggiava su una maggioranza estremamente eterogenea e instabile e dopo soli tre mesi dovette dimettersi e gli successe Luigi Luzzatti, di fede giolittiana. Nel frattempo il dibattito politico italiano aveva preso a concentrarsi sull’allargamento del diritto di voto. I socialisti, infatti, ma anche radicali e repubblicani, da tempo chiedevano l’introduzione, in Italia, del suffragio universale: cardine di una moderna liberal-democrazia. Il Luzzatti elaborò una proposta moderata la cui finalità, attraverso un allargamento dei requisiti in base ai quali si aveva il diritto di voto (età, alfabetizzazione ed imposte annue pagate), era quella di un progressivo ampliamento del corpo elettorale, senza però arrivare al suffragio universale. Giolitti, intervenendo in Aula, si dichiarò a favore del suffragio universale, superando di slancio le posizioni del governo, che da molti erano ritenute troppo a sinistra. L’intento, pienamente raggiunto, era quello di provocare la caduta del ministero, realizzare una nuova svolta politica e conquistare, definitivamente, la collaborazione dei socialisti al sistema parlamentare italiano.

Molti storici, in realtà, ravvisano in questa mossa di Giovanni Giolitti un gravissimo errore. Il suffragio universale, infatti, venne concesso prima e senza alcuna gradualità rispetto a tutte le altre liberal-democrazie europee. Il suffragio universale, contrariamente alle opinioni di Giolitti, avrebbe destabilizzato l’intero quadro politico: se ne sarebbero avvantaggiati, infatti, i partiti di massa che erano o stavano per sorgere (partito socialista, partito popolare e, in seguito, partito fascista). Ben presto il carrozzone politico dell’illuminata borghesia liberale italiana sarebbe stato rovesciato e distrutto.
Il quarto governo Giolitti durò dal 30 marzo 1911 al 21 marzo 1914. Nacque come il tentativo probabilmente più vicino al successo di coinvolgere al governo il Partito Socialista, che comunque votò a favore. Il programma prevedeva la nazionalizzazione delle assicurazioni sulla vita e l’introduzione del suffragio universale, progetti di considerevole valenza “sociale” e entrambi immediatamente realizzati (dal suffragio erano comunque ancora escluse le donne). Il presidente del Consiglio spinse, inoltre, la maggioranza ad approvare il provvedimento che prevedeva la corresponsione di un’indennità mensile ai deputati. Infatti,  all’epoca i parlamentari non avevano alcun tipo di stipendio e/o indennità: retribuire  l’attività politica svolta era considerato degradante in quanto irrispettoso dei cittadini e della cosa pubblica. L’unico “privilegio” concesso ai deputati era la tessera gratuita per le ferrovie. In questa situazione era evidente la difficoltà degli elettori di scegliere i propri rappresentanti fra le classi meno abbienti. Giolitti stesso amava ricordare che, se non fosse stato nominato dal re membro del Consiglio di Stato (con relativo stipendio), ben difficilmente avrebbe potuto permettersi di intraprendere la carriera politica.

Spinto dall’ondata colonialista che aveva preso a soffiare anche in Italia, Giolitti, nel settembre 1911, diede inizio alla conquista della Libia. La guerra, però, si prolungò oltre le aspettative: per costringere la Turchia alla resa fu necessario richiamare alle armi quasi mezzo milione di uomini ed occupare militarmente, con una serie di sbarchi, le isole del Dodecaneso. Il conflitto, inoltre, destabilizzò il già fragile equilibrio politico: nel partito socialista prevalse la fazione massimalista capitanata da Benito Mussolini. Ogni possibilità di collaborazione tra riformisti e Giolitti era ormai definitivamente tramontata. Secondo molti storici un accordo tra liberali di Giolitti e socialisti moderati avrebbe potuto risparmiare il fascismo all’Italia nel 1922. Le elezioni vennero indette per il 26 ottobre 1913 (ballottaggi il 2 novembre).

Contrariamente alle aspettative dello statista piemontese, la maggioranza governativa subì una drastica riduzione: da 370 a 307 seggi. I socialisti raddoppiarono, arrivando a 52 seggi. Anche i radicali ottennero un ottimo risultato: passarono, infatti, da 51 a 73 seggi e, sia pure gradualmente, cominciarono a maturare una posizione più critica nei confronti del presidente del Consiglio, facendogli rilevare, già in sede di voto di fiducia (362 voti favorevoli, 90 contrari e 13 astensioni), di essere determinanti, quanto ad apporto numerico, per le sorti dell’esecutivo. Alla riapertura della Camera Giolitti dovette difendere l’operato del governo relativamente alla guerra in Libia. Chiese, inoltre, (4 marzo 1913), lo stanziamento di cospicui fondi per promuovere lo sviluppo della colonia. Il governo ottenne ancora una volta un trionfo (363 voti favorevoli, 83 contrari), ma i radicali annunciarono la loro uscita dalla maggioranza: il 7 marzo, di conseguenza, Giolitti si dimise.

Dietro raccomandazione dello stesso Giolitti, il sovrano incaricò l’onorevole Antonio Salandra di formare il nuovo ministero e presentarlo alle Camere. Ben presto Salandra, pur provenendo dalla maggioranza giolittiana, si rese autonomo dal Giolitti e non esitò, pochi mesi dopo, a impegnare il Paese nella prima guerra mondiale senza informare non solo il Parlamento, ma nemmeno la maggioranza ed i membri del governo (nel gabinetto, infatti, erano a conoscenza del Patto di Londra solo Salandra ed il suo ministro degli Esteri, Sonnino). Salandra fu costretto alle dimissioni. Durante le consultazioni Giolitti ammonì il sovrano che la maggioranza era contraria all’intervento, che l’esercito non era pronto. Ma quando il sovrano illustrò allo statista piemontese la novità ed il contenuto del Patto di Londra, Giolitti comprese che ormai il danno era fatto: non adempiere all’impegno preso con tanto di firme equivaleva a compromettere il buon nome del Paese e avrebbe implicato, tra l’altro, l’abdicazione del re. Giolitti non ebbe la forza di portare a fondo la sua sfida, anzi raccomandò come presidenti del Consiglio Marcora e Carcano, peraltro interventisti convinti. Giolitti decise di ripartire per il Piemonte senza attendere la riapertura della Camera. In questa situazione fu facile per il Re respingere le dimissioni di Salandra e confermarlo nell’incarico. I pieni poteri al governo “in caso di guerra” furono approvati con 407 voti favorevoli contro 74 contrari (i socialisti e qualche isolato). Il 24 maggio entrò in vigore lo stato di guerra con l’Austria.

L’ultima permanenza al governo di Giolitti iniziò nel giugno del 1920, durante il cosiddetto biennio rosso (1919-1920). La situazione socio-politica era comunque più complessa rispetto agli scioperi che avevano interessato il Paese ai primi del novecento. Ora, infatti, complice il dissesto economico e sociale seguito al primo conflitto mondiale, non tutti i disordini avevano alla base pure motivazioni economiche. Durante questa grave crisi economica post-bellica si acuivano infatti i contrasti politici, radicalizzando le diverse posizioni. Da una parte le istanze socialiste e popolari e dall’altra quella della borghesia imprenditoriale. Alcune delle proteste sviluppatesi durante il così detto biennio rosso, e, successivamente, ad opera di agrari e fascisti, avevano esplicitamente di mira la sovversione delle istituzioni statali. Giolitti si concentrò sulla questione di Fiume; prese contatti con la Jugoslavia e fu firmato il trattato di Rapallo nel novembre 1920, dove fu deciso che Fiume sarebbe diventata città libera. Fu uno smacco grave per il governo che nel frattempo si era instaurato per opera di Gabriele d’Annunzio e del movimento irredentista nella città in nome dell’Italia. Giolitti allora mandò contro la città ribelle il regio esercito, guidato da Enrico Caviglia; dopo una simbolica resistenza Gabriele D’Annunzio firmò la resa il 31 dicembre 1920, nacque lo stato libero di Fiume.

Già dal discorso di insediamento alla Camera, Giolitti annunciò l’intenzione di voler modificare l’articolo 5 dello Statuto, la norma che aveva consentito al sovrano di dichiarare la guerra all’Austria senza il preventivo consenso del Parlamento. Ed effettivamente la Camera approvò la modifica della Carta fondamentale proposta dal Presidente del Consiglio; si narra che in seguito a tale scelta, non gradita dalla Corona, si guastarono irrimediabilmente i rapporti fra Giolitti e Vittorio Emanuele III. Giolitti era preoccupato soprattutto per le disastrose condizioni in cui versavano le finanze dello stato.  Per porre freno alle sempre più frequenti agitazioni socialiste, Giolitti tollerò  le azioni delle squadre fasciste, credendo che la loro violenza potesse essere in seguito riassorbita all’interno del sistema democratico. Pensando che la popolazione fosse tornata a dare l’appoggio ai liberali, sciolse il parlamento e indisse nuove elezioni per maggio 1921.

Il panorama politico che ne uscì non era cambiato di molto, i liberali avevano ancora il governo, mentre i socialisti e i cattolici rimanevano forti; l’unica novità rilevante fu l’entrata alla camera di 35 deputati fascisti. Giolitti aveva pensato di poter “costituzionalizzare”, come aveva fatto con Turati, i fascisti che si sarebbero lasciati assimilare dal sistema liberale. Però nel 1924 all’indomani dello scioglimento della Camera voluta dal Governo Mussolini, decise con Piero Gobetti e Giovanni Amendola di presentare una lista Liberale contrapposta al “listone” del Governo. Dopo di ché si ritirò definitivamente a Mondovì e la sua vita politica si limitò alle presenze in Consiglio Provinciale di Cuneo finché non fu sciolto.

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