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C’era una volta a…Hollywood: ma Quentin Tarantino è un genio o un parvenu?

22 Set 2019 | Nessun Commento | 440 Visite
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Tramite C’era una volta …a Hollywood il prode Quentin Tarantino ha inteso realizzare una complessa opera di rivisitazione del suo genere, volendo dimostrare prima a sé  stesso e  soltanto dopo al  suo pubblico di essere in grado di reinventarsi da capo a piedi, creando una nuova opera che raggiungesse canoni di qualità, raffinatezza, bellezza estetica e  stile inimitabili.Il tutto in acceso contrasto con certe derive del passato che strizzavano l’occhio al trash, ma ad ogni modo elevando tale trash  a elemento artistico indispensabile per  essere affiancato a sceneggiature che  riutilizzavano    reminiscenze del passato (principalmente anni Settanta) mutuate  della cinematografia europea, o italiana nello specifico.  Un cinema, va detto, di serie B o C.E’ chiaro che la vicenda dell’uccisione di Sharon Tate ad opera degli adepti di Charles Manson è vieppiù una citazione per ricreare un’atmosfera di attenzione collettiva nei confronti di questa nuova  produzione, essendo essa “a rischio” proprio per le velleità (a volte incontrollabili) del regista.Il film si potrebbe suddividere, al fine di un giudizio equo, in una prima parte   esageratamente introduttiva e la seconda più sciolta, solare ed esplicativa, nella quale spadroneggia Brad Pitt.Va detto che Pitt in un ideale ipotetico “duello” con l’altro interprete principale Leonardo Di Caprio vincerebbe (a sorpresa) la partita ,umiliando il più giovane “rivale”.Perché l’attore nato on Oklahoma nel 1963 è più gradevole rispetto al più giovane Leonardo , venuto al mondo nel 1974 a Los Angeles?Nove anni li dividono, eppure Brad Pitt si consegna definitivamente alla storia del cinema come il solo interprete che, a 56 anni suonati, è in grado di ringiovanirsi   nello spirito (almeno di cinque lustri! )dando vita a un carattere accattivante e non manieristico, mentre quello di “Leo” lo è, fino al collo.Di Caprio è costretto suo malgrado a recitare a metà film  un noiosissimo monologo  nel ruolo di Rick Dalton, un attore televisivo dalla carriera che non decolla. La parte migliore è quella dedicata a Sharon Tate  e interpretata dalla splendida Margot Robbie.Osserviamola mentre introdottasi da sola in un cinema per assistere alla proiezione di uno dei suoi primi film,non è riconosciuta dalla cassiera.”Sharon” vorrebbe essere invece essere  identificata e celebrata.Ci riesce: il personale del cinema le scatta una fotografia con  uno dei primi apparecchi compatti in commercio all’alba degli anni ’70.Trattasi forse di una citazione dei tempi attuali, nei quali il pubblico e gli attori interagiscono con i selfie.Ma sempre di divismo parliamo.Cliff- Brad Pitt, controfigura dell’amico Rick  (anche suo compagno di  scorribande e bevute) è costretto a confrontarsi con la cultura hippie a causa dell’incontro con una giovanissima e bellissima ragazza, rappresentante di questa tendenza.Ma alla fine tale  cultura viene ridiscussa, così come  è presente  un atteggiamento di pietà nel volere risarcire con acceso e violento  rancore le vittime della strage ordinata da Charles Manson ed eseguita dalla sua sciagurata “famiglia”,  come venivano definiti i suoi accoliti.
Il moralismo innestato per annientare la tragedia di quella notte maledetta dell’estate 1969 a Bel Air (8 agosto) innesta nuovi meccanismi:offrire nuova linfa a un film prolisso e, va detto,  a volte noioso in maniera esasperante .Questo stratagemma ne rialza però  le sorti, così come si offre da bere  a dei ciclisti assetati dopo una tappa troppo lunga e dura del Giro d’Italia.Ma questo stravolgimento innesca anche una disputa tra i puristi del volere riportare la realtà dei fatti storici in maniera coerente e coloro che amano le svolte un po’ folli.Concludendo: Tarantino ha creato un’opera d’arte incredibile  dal punto di vista della messa in scena e della tecnica del racconto.Ma anche ,   dopo avere aderito ai canoni del cinema classico, d’essai e impegnato di tutta la prima parte e oltre, quasi si togliesse una maschera , quella di Dracula o Belfagor, dicendo al suo pubblico:”sono sempre io, non aspettatevi buonismi  o politically correct da me. Seguitemi e sostenetemi  comunque  nelle mie folli sperimentazioni.”Capolavoro o no quindi quest’ultimo suo film su Hollywood?Sì, per l’intento, ma no, d’altra parte   per l’irrequietezza di un genio che nel volere pensare a diventare “immortale,”commette degli errori incomprensibili. Almeno agli occhi del grande pubblico e anche, in quest’ultimo caso,  è incompreso   da molti dei suoi adoratori. Il nostro Quentin è un ossimoro vivente; genio sì, ma ingestibile , talvolta sgradevole per il suo ego smisurato.

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