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Carmelo Bene e la sua “macchina attoriale”. Una premessa doverosa

19 Feb 2012 | Nessun Commento | 2.723 Visite
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Mentre attendiamo l’apertura del festival per commemorare il decennale dalla morte del grande “drammaturgo”, Carmelo Bene, inserito all’interno della programmazione del Bif&st 2012 (Bari, 24-31 marzo), soffermiamoci un attimo a considerare l’artista in questione. Cominciamo col dire che già la definizione di drammaturgo per parlare di questo grande maestro è riduttiva. Egli stesso si definì “macchina attoriale” e fu questo e più di questo. Le sue grandi opere e ri-scritture (o di-scritture) dei classici (Shakespeare, Byron, Majakovskij e altri) sono disponibili per tutti sia su Internet che nel suo testo “Opere” (i “Classici” Bompiani). Ma non è mio intento elencare qui i suoi scritti.
L’amore per questo Maestro mi porta a dare un personalissimo e modesto contributo finalizzato a far comprendere il fenomeno “Bene” a chi non conosce affatto questo genio del nostro tempo. Ho avuto modo di conoscere Carmelo Bene nel corso dei miei studi di filosofia del linguaggio e di vederlo due volte dal vivo a Bari nei suoi “concerti”.  Una sera del 1994, facendo zapping, casualmente scoprii che l’ospite dell’“Uno contro tutti” al Costanzo Show, era proprio lui. Una presenza inquietante e scomoda. Con il suo sorriso sornione e la sua voce inconfondibile. Il suo gioco fu quello del “non esserci” e, per tutta la puntata, giocò sul fatto di non esserci. Fui folgorato, colpito a morte (o portato in vita) da questo evento televisivo. Attaccò l’io, attaccò la patria, attaccò ogni luogo comune. Il turpiloquio, necessario, fu la sua arma contro la banalità delle domande fatte dai presenti.  Attraverso le sue parole e ridefinizione del linguaggio prese vita un percorso del tutto personale di rilettura di tutta la grande filosofia del linguaggio, dai filosofi classici fino a quelli contemporanei. L’attacco all’esserci, l’escludersi dal discorso, l’essere un deserto, la liberazione dal lavoro, l’essere dei capolavori, l’attacco alla scuola (da lui considerata come una costrizione simile ai gulag) erano tutti concetti incomprensibili ai giornalisti presenti e ai numerosi uomini di “cultura”. La critica non lo capì e l’attaccò, prendendosi tuttavia una buona dose di male parole. A colpirmi fu anche la sua ridefinizione del teatro come buio, come non re-citazione e il suo attacco al teatro contemporaneo “fatto da impiegati sottratti al cral”. S’inquietava se gli si diceva che recitava, in quanto recitare significa etimologicamente “citare una cosa” e lui si rifiutava di far parte di questa forma di servilismo borghese. Ogni cosa citata a memoria altro non è che una sottomissione al potere. Il potere di Stato, il potere del linguaggio, o meglio, della lingua e il potere del teatro stesso. Il rimando è a Gilles Deleuze (che scrisse un saggio su C.B.), di cui parlerò in altra occasione.  Il suo “gioco”, messo in atto (parola non casuale)  in tutte le sue opere, sarebbe stato invece uno “sgambettare il linguaggio” e stravolgere il “senso” dei classici, reinventandoli. Ritornò in TV, sempre al Costanzo Show, l’anno seguente, e fu un’altra grande lezione. Definì il pubblico una massa di zombie (e non lo siamo forse?). Di nuovo, quasi tutti i critici presenti l’attaccarono, lo sminuirono e fondamentalmente non lo capirono. Elsa De Giorgi, ospite di quella serata, fu l’unica a capire esattamente il fenomeno Carmelo Bene. La cito a memoria: “le parole di Carmelo Bene sono il linguaggio assoluto del teatrante. Quando lui parla  dà vita alla parola.  Questo è già di per sé arte. Prima, quando lui parlava ci sono stati dei momenti in cui chi non lo capiva o era contro di lui era incantato perché il solo modo in cui lui dice, esprime la parola, come la sillaba, è già arte”.
Come ho detto qui sopra, non intendo parlare dell’opera di Carmelo Bene in questa sede, mi riservo di farlo in prossimi interventi. Vi invito a sentire e vedere quelle memorabili puntate del Costanzo Show che sono disponibili sul web. L’abbondanza dei concetti toccati, che spesso si sovrappongono per la foga dell’esposizione, rende quelle trasmissioni televisive un tesoro da cui attingere per ulteriori ricerche.
Chiudo ricordando le parole di Oreste Del Buono (pronunciate da Bruno Zevi, nella  serata del ‘95 del Costanzo Show): “Abbiamo un genio in Italia e non ce lo meritiamo. Cosa ne facciamo? Un genio è inutile, ingombrante, preoccupante nella nostra stupida società. Magari dannoso. Infatti, non rispetta il sacro dei luoghi comuni di destra e di sinistra. La soluzione più indicata per contenerlo questo genio, paralizzarlo, neutralizzarlo, il dannoso BENE, è tributargli un grande successo, decretargli un successo veramente popolare”. Ora, mi chiedo,  non c’è forse il rischio, con queste celebrazioni “garbate” che ci accingiamo a seguire, di imbalsamare  definitivamente e neutralizzare un personaggio che è assolutamente vivo nei cuori di chi l’ha amato? Staremo a vedere.

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