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Carlo Cecchi porta in scena al Teatro Petruzzelli “La dodicesima notte”: grandi aspettative, scarsi risultati

10 Feb 2016 | Nessun Commento | 843 Visite
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ccMeglio un pazzo di spirito che uno spirito da strapazzo. E come la virtù che degenera ha le toppe di peccato, così il peccato che si emenda ha le pezze di virtù.

Cosa ci si può aspettare da una produzione in grande stile del capolavoro di William ShakespeareLa dodicesima notte” che abbia sì tante frecce al proprio arco da poter addirittura vantare la regia del grande Carlo Cecchi, postosi alla guida di un manipolo di interpreti che hanno per lo più già abbandonato lo stato di giovani promesse, oltre alla sua onorevole presenza in scena, ma anche una inedita “colonna sonora”, eseguita dal vivo, commissionata al Premio Oscar Nicola Piovani?

Non ci si può aspettare nulla al di sotto della perfezione. Ed infatti, infervorati da cotante attese, abbiamo sfidato l’uggiosa notte barese e siamo giunti al Teatro Petruzzelli per assistere al nuovo appuntamento inserito nel cartellone della Stagione di Prosa del Comune di Bari e del Teatro Pubblico Pugliese, finanche sperando, viste le premesse, di assistere ad una rappresentazione che potesse emulare la leggendaria edizione italiana del 1950 con la regia del divino Giorgio Strehler ed il mitico Gianni Santuccio nel ruolo di Malvolio, lo stesso che qui si è ritagliato Cecchi.cc2

Ebbene, ancora adesso, pur essendo trascorse un bel po’ di ore dalla calata del sipario, non riusciamo a smettere di interrogarci su come una montagna di tale maestosità abbia potuto partorire il fatidico topolino. Per quanto cercassimo, non ci riusciva di giungere ad una convincente risposta alle nostre domande. Dove erano le schermaglie amorose tra il duca Orsino e la contessa Olivia? Dov’era la discesa agli inferi ed il ritorno alla piena gioia dei gemelli Viola e Sebastian, figli del duca di Messalina, strappati dalle spire di un naufragio, entrambi ignari della salvezza del germano, che il fato utilizza per portare a compimento il proprio disegno di comune felicità? Dov’era la superba altezzosità di Malvolio, la sua lucida follia di atteggiarsi a pavone senza riconoscersi quale spennato avvoltoio? Dove erano le alcoliche dissertazioni di Sir Toby, le spaurite e stupide asserzioni di Sir Andrew, le furbe e perfette trappole della cameriera Maria, le sagaci e pungenti parole del buffone Feste? Ma soprattutto dov’era la perfetta macchina shakespeariana, quel magistrale intervallarsi di registri, quell’inedito combinare linguaggi e temi, riproducendo una struttura inalterabile ma allo stesso tempo elastica, colma di sorprendenti variazioni, quell’infinito passaggio tra l’alto e il basso, senza soluzione di continuità, in un continuo contrasto che potesse – ai tempi del sommo Bardo – accontentare sia le aspettative del pubblico popolare sia il gusto più raffinato dei nobili e del mondo accademico, volontà così ben esplicitata nel sottotitolo dell’Opera, “Quel che volete”?

Purtroppo non vi era traccia alcuna di tutto ciò nell’edizione di Cecchi; qui il capolavoro shakespeariano si riduceva ad un immotivato ed incomprensibile sberleffo, in certe circostanze così eccessivo da risultare irritante, e la rappresentazione non riusciva mai a catturare lo spettatore, se non in rarissimi momenti di spicciola ilarità. Il (voluto?) cc3distacco tra le scene, scandite esclusivamente dalle apparizioni dei personaggi, senza mai un guizzo o una trovata, non veniva mai colmato, facendo risultare alfine tutta l’azione scenica talmente slegata da non poter essere nemmeno rinsaldata dalle citate musiche composte per l’occasione da Piovani, che così apparivano al pari di un inutile orpello, un’ingombrante cornice per un quadro dalle tinte più che incerte. In tale scenario, anche le prove degli attori – eccettuati taluni soggettivi convincenti momenti come, ad esempio, è accaduto per il Feste di Dario Iubatti – risultavano accademiche, se non didattiche, e fredde, incapaci per lo più di trasmettere emozioni, né da tali sabbie mobili riusciva a liberarsi quello che probabilmente era il momento più atteso dell’intera pièce, vale a dire il celeberrimo monologo di Malvolio alle prese con la lettera che ne determinerà la disgrazia, affrontato – ci spiace molto dirlo – da Carlo Cecchi con aria di sufficienza, se non perfino di supponenza, talmente di impaccio da non lasciar intravedere, nemmeno per un istante, il grandissimo interprete che tutti conosciamo, apprezziamo ed ancora bramiamo applaudire, sperando di poterlo fare magari già dalla prossima prova.

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