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         Direttore responsabile: Michele Traversa
Cari “mostri” del mare

1 Lug 2009 | Nessun Commento | 16.051 Visite
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architeuthisArchiteuthis… il solo nome antisonante fa pensare a qualcosa di straordinario e unico. Ed infatti sto parlando di una delle creature più misteriose e mitizzate del nostro pianeta, il calamaro gigante. Più volte nell’antichità protagonista di leggende e racconti del mare con vari nomi tra cui il più conosciuto è “kraken“, della mitologia nordica, è senza dubbio l’animale che più di tutti incarna le paure e i timori umani dell’ignoto.

Fino a pochi anni fa si materializzava al mondo solo sotto forma di carcassa, di involucro privo di vita spiaggiato nei vari mari del mondo o recuperato nello stomaco di qualche capodoglio suo giurato nemico. Della vita di questo animale si sa ben poco, le sue dimensioni sono state “stimate” in base ai suoi “becchi” recuperati appunto nel sistema digerente di capodogli o dalle impronte delle sue ventose lasciate sempre sul corpo di quest’altro campione di profondità che, avendolo nella sua dieta ha imparato a scendere ai suoi “livelli” batimetrici (si parla di 1000 e più metri) per “predarlo”.
In questi ultimi anni alcuni ricercatori hanno cominciato a cercarlo nel suo habitat naturale proprio facendosi aiutare dal suo più ancestrale nemico, è infatti grazie al capodoglio che un gruppo di scienziati ha potuto finalmente fotografare ed infine anche riprendere il “mostro” in azione. Con l’aiuto di un famoso cetologo, Kyoichi Mori, il “cacciatore di calamari” Tsunemi Kubodera (entrambi giapponesi) per circa due anni ha perlustrato le zone di caccia dei cetacei e dopo svariati tentativi falliti, finalmente con l’ausilio di esche munite di telecamere è riuscito a fotografarne uno in azione.

In verità non era così gigantesco come pensavano, si trattava comunque di un animale la cui lunghezza del mantello (il corpo escluso i tentacoli) si aggirerebbe sui 2 metri circa, per un peso di cento chili circa. La terminologia calamaro gigante è sicuramente generalistica essendoci varie specie delle stesse, tra queste vale la pena ricordare il “calamaro colossale” vero e proprio gigante della sua famiglia che si stima possa arrivare ai 20 metri di lunghezza (tentacoli compresi) e ai 450 chili di peso. Nel regno animale è l’essere con l’occhio più grande e sofisticato dovendo cacciare in un mondo completamente buio in cui le uniche fonti di luce sono quelle biologiche, cioè le cosiddette bioluminescenze animali, prodotte da piccoli gamberetti e da alcuni pesci più grandi in grado di generare luce attraverso ghiandole preposte.

calamaro colossaleQuesta incredibile prerogativa di queste altrettanto incredibili creature è usata dalle stesse per vari motivi, per attirare a sè prede, per “mere” esigenze sessuali ecc. Purtroppo per loro questo modo di “manifestare” la presenza li rende identificabili, diventando a loro volta pasto per i predatori degli abissi, tra cui appunto il famoso calamaro. In quel buio fittissimo l’unico mammifero che è in grado di immergersi è come detto prima il capodoglio, anch’esso mitizzato dai racconti di pescatori d’altri tempi ed anch’esso legato ad un nome evocativo…

Moby Dick e da alcuni scrittori addirittura accostato anche al mitico Leviatano. Questa incredibile creatura è in grado di scendere fino ed oltre i 2000 metri di profondità, trattenendo il respiro anche per due ore per cacciare proprio il calamaro. La sua tecnica apneistica è unica, rallenta il battito cardiaco, immagazzina l’ossigeno direttamente nei muscoli concentrando il sangue in essi ed attraverso la solidificazione della sostanza fluida che ha nella testa (spermaceti) si immerge senza sforzo a grande profondità e nel buio più assoluto caccia supportato dal suo sofisticatissimo apparato sonar. Si dice che anche per questo animale l’incontro con il calamaro possa essere spiacevole, sono stati trovati infatti esemplari con addosso i segni di lotta con il grande cefalopode, segni delle ventose sulla pelle che misurati hanno fatto calcolare agli scienziati grandezze del “mostro” di tutto rispetto, anche 20 metri! (sempre tentacoli compresi), esemplari impegnativi e pericolosi anche per il nostro amico capoccione.

I giapponesi, tra i vari specialisti del mondo sommerso sono quelli che hanno impegnato più risorse e tempo nello studio dell’architeuthis, forse perché fissati come sono con l’alimentazione marina estrema (vedi pinne di pescecane, filetto di delfino, carne di balena ecc. ecc.) contavano forse di mettere in menù anche il nostro amico, magari sotto forma di “cerchioni di calamaro fritto” o “megacalamaro ripieno” per banchetti nuziali. Per sua fortuna egli ha un sistema di stabilizzazione
natatoria originale, al contrario della maggioranza dei pesci che utlizzano un gas organico nella cosiddetta vescica natatoria lui usa una miscela di ammoniaca nel corpo che oltre a renderlo praticamente neutro nella galleggiabilità anche a quelle profondità, ne rende assolutamente non commestibili le carni mettendolo quindi al riparo dalla sushimania. La prossima volta che state per addentare un piatto di fritto misto, con cerchietti impanati di calamaro, provate a pensare ad uno dei suoi parenti “maggiori”, forse il sapore vi sembrerà… diverso.

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