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Birra noir, romanzo in cerca d’editore di Roberto Recchimurzo

15 Gen 2013 | Un Commento | 2.363 Visite
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Birra noirL’aggancio col titolo è immediato, suggerendo un parallelismo possibile tra birra e letteratura: un libro può essere considerato come un boccale di birra; talché lo si può leggere tutto d’un fiato o sorseggiare gradatamente. Ogni libro, come la birra, ha le sue sfumature e gradazioni, le sue tinte ed i suoi retrogusti possibili.
Il libro di cui parliamo è “Birra noir”, scritto dal giovane autore barese Roberto Recchimurzo, già autore di “Le cronache di Aldimondo”; “Birra noir” è un piccolo libro – “formato mezza pinta”, proseguendo per analogia – che si muove sullo scenario cupo di atmosfere thrilling e allucinate, lo definiremmo una birra scura, sempre procedendo sulla linea delle similitudini a fermentazione variabile.
Ambientato in una fosca e anonima città, nei giorni che precedono un Natale anonimo per un uomo reso fosco da una tragedia personale, “Birra noir” è un romanzo dal ritmo incalzante, la cui costruzione gioca sapientemente sul meccanismo di una suspense crescente, alimentata da un mistero che s’ispessisce progressivamente intorno agli eventi, mirabolanti e allucinati, che investono l’io narrante; eventi scanditi da una progressione numerica schizoide e criptica che contribuisce a rendere più denso (più “schiumoso”, se vogliamo ancora attingere ad aggettivi che ben s’accompagnino alla birra), l’intrico della trama.
Il ritmo della narrazione è in linea con la concitazione dell’azione, che si sviluppa rapida, a tratti frenetica, avvolta per lo più dalle atmosfere cupe proprie di un thriller che strizza l’occhio al pulp. Contribuisce in maniera determinante a veicolarne l’andamento narrativo l’architettura sintattica del romanzo, che si fonda su di una scansione paratattica, fondata su un periodare conciso e immediato, che va a tutto vantaggio della scorrevolezza narrativa; è un procedere come per lampi, accompagnando il protagonista, quasi annegato nel proprio cinico disincanto, in una sorta di discesa agli inferi, specchio torbido di un’anima irredenta, chiamata ad affrontare i propri spettri mediante la prova del fuoco di un delirio allucinato.
Il tutto scandito dalla birra, passione costante e irrinunciabile del protagonista, celebrata a margine in ogni fin di capitolo con un aneddoto, una spigolatura, un consiglio utile sugli impieghi più o meno convenzionali della bevanda a base di malto e luppolo che la tradizione (o per meglio dire, una delle tradizioni) attribuisce all’estro di Gambrinus.
La birra è il filo conduttore, la fedele compagna che segue passo dopo passo il protagonista, magneticamente condotto a seguire la scia spumosa di un destino da compiersi e che giungerà all’epilogo – che ovviamente non sveliamo – concludendosi con un finale che può richiamare alla mente situazioni e sensazioni del “Canto di Natale” di Dickens.
In attesa che magari possa trovare l’editore reclamato nella quarta di copertina, leviamo in alto il boccale in un brindisi benaugurante.

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