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Bif&st 2017: Alessandro Gassmann nella sua affollata masterclass ricorda il padre

23 Apr 2017 | Nessun Commento | 854 Visite
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image006Le masterclass mattutine al Teatro Petruzzelli sono sempre ben accolte dal pubblico del Bif&st. Lo dimostra l’affluenza di spettatori accorsi questa mattina per assistere all’incontro con Alessandro Gassmann.

Introdotto da Enrico Magrelli, Gassmann, attore eclettico e ora anche regista, si pone subito in maniera informale e rilassata davanti al gremito teatro che l’ha accolto con un lungo e caloroso applauso.

“Sono felice di essere tornato al Bif&st, non solo per l’omaggio che il Festival riserva a mio padre, ma anche perché proprio qui fui premiato per la mia opera prima da regista ‘Razzabastarda’. Spero che la mia presenza mi porti fortuna per il secondo film di cui inizierò le riprese tra pochi giorni”.
Così Gassmann ha raccontato aneddoti della sua carriera attoriale, fortemente legati e, chiaramente, condizionati dal rapporto con suo padre Vittorio.
Come il suo debutto da bambino, e le riprese durate anni (dall’età di sette anni, fino ai diciassette) per “Di padre in figlio”, presentato a Venezia nel 1982. “Quel film porta anche la mia firma -racconta- anche se io non girai assolutamente nulla, penso che papà lo accreditò anche a me per farmi prendere i soldi dalla SIAE.
Io feci il film controvoglia, alla fine papà dovette anche accelerare le riprese facendomi truccare da venticinquenne. IMG_0052
Poi ci fu un episodio particolarmente spiacevole: papà volle ricostruire quella volta che, quando avevo undici o dodici anni, durante una lezione di inglese mi dette il primo e unico ceffone della sua vita. Sul set mi diede nuovamente quello schiaffo, con la stessa forza, tanto che io piansi allo stesso modo. Ma in quel caso era come se stesse adottando una terapia d’urto, mi stava dicendo a modo suo: ‘benvenuto nel mondo del cinema’”.

Inizialmente il giovane Alessandro non pensava alla carriera da attore, aveva altre intenzioni, come quella di iscriversi all’Università per diventare un ingegnere agrario. Poi, però, suo padre lo volle con sé a teatro: “quando seppe delle mie intenzioni di iscrivermi all’Università, papà mi volle subito con sé a teatro, aveva paura che non concludessi nulla. Qualche settimana dopo debuttammo a Pistoia con ‘Affabulazione’ da Pasolini, io dovevo recitare nudo e con i capelli tinti di biondo, sembravo un incrocio tra il ballerino Truciolo e David Bowie! Per fortuna al secondo atto, al centro della scena c’era lui e il pubblico nemmeno si accorgeva più della mia presenza sul palco”.

“All’inizio della carriera -continua- per il cognome che portavo ho avuto la possibilità di interpretare alcuni ruoli, poi nel tempo ho sempre cercato di fare le scelte giuste, di non recitare in film ‘brutti’, anche se forse non sempre è capitato (sorride!) e di poter, quindi, seguire una mia strada”.

L’emancipazione dal suo ingombrante cognome è avvenuta, sostiene l’attore, con “Il bagno turco”, l’opera prima di Ferzan Ozpetek. “Un film che nessuno voleva fare, il regista era sconosciuto, Marco Risi che lo produceva dovette impegnarsi casa sua, gli attori rifiutavano uno dopo l’altro di interpretare un omosessuale. Lo feci io e fu un grande successo che mi portò anche diversi premi”.

Racconta, poi, di un simpatico e imbarazzante episodio che all’inizio della sua carriera segnò il debutto al cinema come protagonista: “fui chiamato da Luciano Odorisio per ‘La monaca di Monza’ nel quale recitavo accanto all’attrice Myriam Roussel che all’epoca era incinta al quarto mese. Per questo fui utilizzato praticamente come ‘tappapanza’. Nelle scene d’amore si vedeva solo il mio sedere!”.
Racconta ciò per ribadire quanto inizialmente non fosse realmente convinto di intraprendere questa carriera e di come i ruoli scelti non fossero davvero appropriati al suo modo di fare cinema. “Ci ho messo del tempo -continua- prima di capire che mi piaceva fare l’attore. Accadde quando Pino Quartullo mise in scena prima a teatro e poi al cinema la commedia ‘Quando eravamo repressi’. Lì mi resi conto che riuscivo a far ridere, sdrammatizzando così la mia fisicità. Sapere di fare ridere mi ha fatto venire la voglia di migliorare come attore drammatico.”

Si sofferma, poi, a parlare del rapporto con suo figlio e sulla sua visione di essere genitore: “Ho con mio figlio, ormai maggiorenne, un rapporto intenso, fatto di abbracci, baci e grande affetto ma il ruolo del genitore deve restare tale, con tutte le difficoltà e i divieti, non si può essere amici dei propri figli. Ho un figlio che mi piace molto, sono molto fortunato”.

Da un paio d’anni Alessandro Gassman è Ambasciatore Unhcr, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Per quest’ultima, ha realizzato due anni fa un docufilm, “Torn – Strappati” del quale è stata proiettata una clip nel corso dell’incontro e che sarà proiettato, nella sua interezza, stasera al Cinema Galleria insieme al documentario “Alessandro Gassmann. Essere Riccardo… e gli altri” di Giancarlo Scarchilli.

Prima di salutare il pubblico, Alessandro Gassmann ringrazia ancora il Bif&st e conclude: “Continuerò a fare film e soprattutto cercherò di evitare che un giorno qualcuno possa dire: ‘C’era una volta il grande Vittorio Gassmann. Poi, purtroppo, c’era anche un figlio…(ride!). E ricordate…andate al cinema!”

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