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Bif&st 2016. Luciano Tovoli racconta la sua esperienza come regista di Marcello Mastroianni

9 Apr 2016 | Nessun Commento | 762 Visite
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lt“Il cinema, e in particolare la regia, mi interessavano fin da giovanissimo ma quando fui preso al Centro Sperimentale di Cinematografia scelsi il corso di direttore della fotografia per tranquillizzare mia madre, dopo che si rese conto che avrei dovuto lasciare gli studi universitari che stavo facendo a Pisa. Pensava che magari avrei avuto più occasioni di lavoro, alla peggio potevo aprire un negozio di fotografia!”

Luciano Tovoli, l’autore della fotografia di tanti capolavori del cinema italiano e non solo, collaboratore di Antonioni, Ferreri, Scola, Argento e Barbet Schroeder, ha rievocato nella Masterclass al Teatro Petruzzelli di ieri mattina la sua prima e unica esperienza di regista per Il generale dell’armata morta, interpretato da Marcello Mastroianni, rispondendo alle domande di Marco Spagnoli.

“Un giorno stavamo girando L’ultima donna di Marco Ferreri quando, durante le riprese di un primo piano di Gérard Depardieu, ebbi l’impudenza di dire ‘Stop!’ che è una prerogativa del solo regista. Alle proteste di Ferreri, ribattei che avevo predisposto le luci per una scena in cui Depardieu avrebbe dovuto gridare una battuta, anziché mormorarla come aveva fatto. E che se avesse dovuto pronunciare la sua battuta così, era necessario cambiare illuminazione, cosa che feci. Dopodiché Ferreri mi disse: ‘ho capito, adesso finiamo questo film, poi magari ne facciamo un altro e poi te ne produco uno io, del quale dovrai essere il regista”.

“In cerca di un’idea o meglio di un testo da trasferire sullo schermo, ne parlai con Marcellolt2 Mastroianni che mandò un suo assistente a casa per portarmi un libro dalla sua biblioteca. Era “Il generale dell’armata morta”, il primo romanzo dello scrittore albanese Ismail Kadare, allora inedito in Italia ma che aveva avuto buone critiche in Francia. Me ne innamorai subito e chiesi a Mastroianni se voleva interpretare il film. Lui prese un pezzo di carta e vi scrisse: ‘non solo io farò questo film con Tovoli regista ma ne farò altri due che individueremo in seguito’. È il ricordo più bello che ho di lui insieme alla sua semplicità, alla capacità di ascolto, alla sua generosità e al suo rispetto per le persone”.

Sullo schermo, accanto a Marcello Mastroianni, c’era Michel Piccoli: “Lo adoravo, avevo già fatto un film in Francia con lui e quindi volevo proporgli il ruolo del cappellano militare. Piccoli conosceva il romanzo di Kadare, lo trovava meraviglioso, disse subito di sì e anzi manifestò l’intenzione di produrlo lui. Ma c’era un problema: qualche tempo prima Ferreri e Piccoli avevano litigato. Mi rivolsi ancora una volta a Marcello che mi invitò a cena per parlarne con calma. Dopo un po’ arrivò anche Ferreri che ci disse che si sarebbe ritirato lui dalla produzione per altri impegni sopraggiunti. In seguito, Piccoli e Ferreri sarebbero tornati a lavorare insieme”. Sul titolo del film, che è stato proiettato al Teatro Petruzzelli come L’armata ritorna, Tovoli ha chiarito che “fu girato con il titolo del romanzo, senonché a riprese ultimate la Rai, che era entrata in produzione, volle cambiarlo perché sosteneva che la parola ‘morte’ avrebbe spaventato gli spettatori televisivi. Solo in seguito avrebbe recuperato il titolo originale”. Sulle riprese: “Iniziammo lt3a girare in Albania, nei luoghi del romanzo ma dopo qualche giorno fummo cacciati dal Paese e ripiegammo sulle montagne dell’Abruzzo, che peraltro mi sembravano più adatte”.

Luciano Tovoli ha deliziato la platea del Teatro Petruzzelli con tanti altri aneddoti legati al film, alla sua carriera di direttore della fotografia e sui suoi rapporti non solo con gli attori (in Il generale dell’armata morta c’era anche un giovanissimo Sergio Castellitto, praticamente agli esordi) ma anche con il produttore Mario Cecchi Gori, con Ferreri, Scola con cui fece tre film, con Zurlini che è stato il suo modello per la regia dopo l’esperienza in Il deserto dei tartari. Per chiudere con un rimpianto: “Vorrei che la parola post-produzione fosse bandita dal cinema così come i nuovi monitor con i quali si osservano le riprese come se fosse un controllo notarile. Non sono un passatista, voglio ricordare che nel 1981 feci con Michelangelo Antonioni Il mistero di Oberwald, il primo film realizzato in elettronica. Però tutti questi nuovi procedimenti cancellano il concetto di fiducia che prima dominava nel cinema e che reputo fondamentale”.

 

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