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BIF&ST 2015. La “giornata particolare” a tu per tu con il Maestro Ettore Scola

25 Mar 2015 | Nessun Commento | 789 Visite
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scola_6Che il motore e l’anima del Bari International Film Festival sia proprio il pubblico lo ha ribadito più volte il direttore artistico Felice Laudadio ma, per chi dovesse ancora avere dubbi in proposito, basterebbe dare un’occhiata ai luoghi deputati alle proiezioni, alle mostre e agli incontri con gli autori e attori per averne conferma. L’entusiasmo con cui il Bif&st è stato accolto dai baresi e non che hanno affollato le sale è la più vivida dimostrazione di come il festival dedicato alla settima arte trovi il suo vigore proprio nel caldo ed eterogeneo pubblico che lo sta respirando e vivendo da protagonista. A sottolinearlo è stato anche il presidente dell’iniziativa, il Maestro Ettore Scola, atteso ospite della master class tenutasi al Teatro Petruzzelli durante la quarta giornata omaggio al cinema d’autore. Preceduta dalla proiezione di “Una giornata particolare” (Italia, 1977), quella del cineasta di origini campane è stata una vera e propria lezione di vita. Si è parlato sì di cinema ma soprattutto di amore e passione, per qualsiasi cosa si faccia, le uniche armi con le quali le nuove generazioni potrebbero salvare la loro terra, ricostruendo sulle macerie degli ultimi tempi.

Il film – “Una giornata particolare” è una fotografia dell’Italia durante il fascismo. La “giornata” in questione è quella dell’arrivo di Mussolini a Roma nel 1938. Ad essere inquadrati sono i diritti negati dei due protagonisti, due soggetti deboli nella società ipervirile veicolata dall’ideologia fascista: una donna, moglie e madre, confinata nel suo universo domestico e un uomo che deve abbandonare la città perché omosessuale, onde evitare persecuzioni. Due strade vicine e parallele destinate ad incrociarsi, dando vita ad un’amicizia che tra diffidenze e reciproca comprensione, cambierà entrambi.

scola_7La master class – a tenere le redini della conversazione il vicedirettore del Bif&st Enrico Magrelli che, ricordando come proprio in un marzo di più di un secolo fa i fratelli Lumiere avessero dato vita al primo cinematografo, ne approfitta per chiedere al Maestro Scola a cosa si sarebbe dedicato se la settima arte non avesse mai visto la luce. “Senza il cinema ci mancherebbe una fonte di idee e di dubbi – sostiene il regista – è difficile immaginarlo. Ci sarebbe un vuoto come quello che si creerebbe in mancanza di letteratura. Il cinema è un bene necessario, a tutti. Specie ai giovani”. È proprio in questo momento che l’attenzione si sposta proprio verso il folto numero di giovani spettatori presenti in sala e che Scola non manca di sottolineare: “vedo poche teste bianche tra il pubblico. Tra tutti i festival quello di Bari ha proprio questa caratteristica particolare, il pubblico. Non ci sono altre città in cui la gente occupi le sale dalle 9 del mattino. Si avverte una voglia comune di porsi domande e capire, attraverso i film, se stessi e gli altri. Ed è questa la grande forza del cinema”. Tornando, invece, sulla domanda di Magrelli, Scola ricorda quando da ragazzo era affascinato dal mestiere del falegname e del calzolaio, due artigiani che, seguendo un progetto, attraverso varie fasi di lavorazioni, da materiale inerme raggiungono il manufatto finale che è dato dall’assemblaggio delle varie componenti. Un processo creativo che mantiene strette analogie anche col mestiere del regista: entrambi devono sapere da dove partire e dove andare. Condotto sul viale dei ricordi da Magrelli, Scola ricorda i suoi primi contatti con l’universo cinematografico, quando Vittorio Metz e Marcello Marchesi gli chiesero di aggiungere battute e gag ai copioni che gli passavano (Scola allora lavorava nelle redazioni umoristiche Marc’Aurelio e Il travaso delle idee). “Il maggior motivo di orgoglio che ottenni fu la risata di Totò – ricorda il regista – ha avuto per me lo stesso valore di uno di quegli oscar che non ho mai ricevuto”. Ricorda, infatti, di quando, invitato a casa del De Curtis con Metz e Marchesi, gli fecero leggere la sceneggiatura di “Tototarzan” e della risata divertita per la celebre battuta da lui inserita nel testo: “Io Tarzan, tu Cita, lei bona” (nel momento in cui il re della giungla incontrava la bellissima Marilyn Buferd). scola_1Si ritorna subito dopo a parlare di giovani e modelli. Le parole di Scola colpiscono subito al segno suscitando applausi di approvazione: “Noi amavamo il nostro paese, come si fa invece ad amare l’Italia oggi? Non c’è un colpevole preciso contro cui accanirsi per le macerie di questo paese, come invece era nei miei anni. Oggi ci sono responsabilità diffuse. Siamo in un’Italia che è difficile da amare. Manca ai giovani un orizzonte verso cui spingere lo sguardo. Noi sapevamo dove guardare ed ognuno sapeva che, nel suo piccolo, che fosse un regista, un attore, un pittore o un falegname, dovevamo partecipare a questa ricostruzione. A chi mi chiede che consigli dare ai giovani, io direi solo di amare il proprio paese. Voi ragazzi avete delle responsabilità, questo paese, che lo amiate o no, va cambiato. Ha bisogno del vostro aiuto perché siete l’unica speranza che abbiamo. Cercate di portare la vostra personalità e il vostro entusiasmo in quello che fate e chissà che, il cambiamento, non nasca proprio da Bari. Perché, ricordate, un paese si può cambiare”. Le parole di Scola suonano come un incentivo, una sollecitazione a reagire e a non farsi prendere dalla rassegnazione, la prima alleata dell’ottusità. Si torna poi a parlare di cinema e di quanto a Scola dessero noia i tempi morti sul set. Segue una carrellata di vivaci ritratti di grandi personalità del cinema dei suoi tempi, nel racconto di come ognuno di loro coprisse, a modo suo, i tempi d’attesa sul set: “Gassman scriveva i suoi prossimi spettacoli, Jack Lemmon si portava dietro i suoi cruciverba, Manfredi ripeteva la parte per conto suo, Mastroianni era sempre al telefono, aveva un estremo bisogno di mantenere i contatti. Sordi, invece, si divertiva a dar fastidio a tutti mentre Troisi cantava, canzone tristi in genere”. Una lezione di vita e una dichiarazione d’amore, di un amore che non deve mai cedere il passo alla disillusione, dunque, la master class tenuta dal Maestro Scola attraverso le sue parole. E chissà che, da un modello come lui, nei ragazzi presenti non nascano i primi germogli di una nuova fiducia nella propria terra.

Filmografia Ettore Scola – “Se permettete parliamo di donne” (1964), “Thrilling” (1965) – episodio Il vittimista, “La congiuntura” (1965), “L’arcidiavolo” (1966), “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?” (1968), “Il commissario Pepe” (1969), “Dramma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca” (1970), “Permette? Rocco Papaleo” (1971), “Festival dell’Unità 1972” (1972) – cortometraggio documentaristico, “La più bella serata della mia vita” (1972), “Trevico-Torino – Viaggio nel Fiat-Nam” (1973), “Festival Unità” (1973) – documentario, “C’eravamo tanto amati” (1974), “Carosello per la campagna referendaria sul divorzio” (1975) – cortometraggio documentaristico, “Brutti, sporchi e cattivi” (1976), “Signore e signori, buonanotte” (1976), “Una giornata particolare” (1977), “I nuovi mostri” (1977), “La terrazza” (1980), “Passione d’amore” (1981), “Vorrei che volo” (1982) – documentario, “Il mondo nuovo” (1982), “Ballando ballando” (1983), “L’addio a Enrico Berlinguer” (1984) – cortometraggio documentaristico, “Maccheroni” (1985), “Imago urbis” (1987) – documentario collettivo, “La famiglia” (1987), “Splendor” (1989), “Che ora è?” (1989), “Il viaggio di Capitan Fracassa” (1990), “Mario, Maria e Mario” (1993), “Romanzo di un giovane povero” (1995), “I corti italiani” (1997) – episodio 1943-1997, “La cena” (1998), “Concorrenza sleale” (2001), “Un altro mondo è possibile” (2001) – documentario collettivo, “Lettere dalla Palestina” (2002) – documentario collettivo, “Gente di Roma” (2003), “Che strano chiamarsi Federico” (2013).

 

Foto di: Oronzo Lavermicocca.

 

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