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“Bellezza e Fragilità”, l’ultimo libro di Daniel Mendelsohn

24 Set 2009 | Nessun Commento | 1.680 Visite
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Bellezza e FragilitàÈ lo scrittore che, pur con infinita pietà, parla di Auschwitz come del luogo diventato «la generalizzazione grossolana di quello che è successo agli ebrei d’Europa». Daniel Mendelsohn, americano di origine galiziana, autore di quel libro affascinante che è ‘Gli scomparsi’, suoi zii «uccisi dai tedeschi», come sentiva dire in famiglia, di cui gli interessa non tanto analizzare il senso o nonsenso della morte durante gli anni della follia nazista, ma la vita. Contatta decine e decine di persone, le raggiunge in ogni angolo del mondo, dall’Australia a New York e naturalmente in Europa, a cominciare dalla piccola cittadina in Galizia dove viveva la famiglia, indaga, ricostruisce minuziosamente, anche particolari quotidiani apparentemente insignificanti, per restituirci il senso appunto del vivere di un essere umano.

Ora Neri Pozza pubblica di Mendelsohn le recensioni di libri e film scritti per la New York Book Reveiw col titolo Bellezza e fragilità, che è proprio quel che viene fuori dall’altro suo libro, a ingigantire implicitamente per contrasto la volgarità e la violenza di chi tutto ciò penso bene di annientare. E nei libri e nei film di cui parla in fondo segue lo stesso principio, cercarvi la vita, ovvero metterli in collegamento con la vita reale delle persone che li leggono o vedono e che ne rimangono influenzate. Che si tratti delle pagine impietose di Everyman di Philip Roth, del provocatorio Le benevole di Jonathan Littell o dei romanzi sentimentali di Alice Sebold, che si tratti di Volver di Pedro Almodovar o di Alexander di Oliver Stone o Kill Bill di Quentin Tarantino.

Al centro la fede appunto nella bellezza, come vero rimedio al dolore e insensatezza di «quella minuscola parte dell’universo che è la nostra vita», per la quale è disdicevole ogni atteggiamento nichilista. Mendelsohn ama la vita e , per esempio, critica il romanzo di Roth perchè parla di anni finali di un’esistenza elencandone e descrivendone solo malattie e l’assurdità dela morte. La formazione di Mendelsohn è classica, legata a studi di latino e greco, che – scrive in una prefazione all’edizione italiana – «finiscono per educare il gusto a una forma di rigore» e a «una significativa coerenza tra forma e contenuto», cose che naturalmente segnano questi suoi scritti critici, attenti a smontare e giudicare un’opera in tutte le sue componenti, compresa la «meno rilevante», il contenuto.

Ed è attraverso questi strumenti che arriva a concludere, che «uno degli esiti più brillanti del romanzo di Littell sia proprio nel modo in cui ci porta sgradevolmente vicini al modo di ragionare di persone passate da un normale lavoro di poliziotti a praticare l’eutanasia o peggio». Analizzando invece i film di Stone e di Greengrass sull’11 settembre, definendoli «più sipari che finestre: almeno per ora, non riusciamo ancora a trovare il coraggio di guardare davvero». E Mendelsohn sa quanto sia davvero difficile riuscire a guardare negli occhi certi avvenimenti della terribile storia recente.

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