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Bari, storia di una città. Gli anni dell’emigrazione di massa dal Sud

30 Ago 2010 | Nessun Commento | 4.394 Visite
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Bari, storia di una città
Continua il viaggio dedicato alla storia di Bari, descritta dall’appassionato di storia e cultura barese Nicola Mascellaro che da più di trent’anni fotografa questa città e la racconta. Al suo attivo ha diverse pubblicazioni.

Tutto comincia nel 1886 quando il presidente del Consiglio Agostino Depretis, accogliendo le richieste di alcuni opifici liguri, propone alla Francia la revisione del trattato commerciale. L’Italia vorrebbe la riduzione del dazio su alcune macchine meccaniche d’importazione per la nascente industria nazionale.
Il governo francese risponde che il trattato scade nel 1890 e Depretis, che ha un caratteraccio, non accetta la sgarbata replica dei francesi. Perciò, il presidente del Consiglio, non solo denuncia il trattato ma impone un aggravio di imposte sui prodotti che i francesi importano dall’Italia: vini da taglio, olii, legumi, agrumi e frutta fresca.
Comincia così la ‘guerra doganale’ con la Francia.
Le conseguenze per l’enologia d’oltralpe sono trascurabili. Le grandi aziende vitivinicole francesi trovano subito nuovi mercati in Algeria, Spagna e Portogallo anche se devono sacrificare la qualità. Per l’Italia, specie per le regioni meridionali, è un disastro immane. Di colpo, tutta l’economia pugliese, che si basa essenzialmente sull’esportazione dei prodotti alimentari gravati di nuove imposte, crolla.
Fin dal 1800 la sola Puglia produce più vino di quanto ne producono tutte insieme le altre regioni del Paese. Nel 1886 i pugliesi hanno esportato solo in Francia circa 3 milioni di ettolitri di vino da taglio; Bitonto e Corato producono ed esportano l’olio d’oliva più pregiato d’Italia; poi agrumi, noci, mandorle, naturalmente uva da tavola e i pregevoli fichi del Salento che imbandiscono le tavole di tutte le case regnanti d’Europa. L’Imperatore d’Austria, Francesco Giuseppe, ne era ghiotto.
L’agricoltura pugliese e i commerci legati ad essa sono così floridi che i commercianti baresi si stanno costruendo la più imponente Camera di Commercio d’Italia e la flotta della Società di Navigazione ‘Puglia’ solca i mari di mezzo mondo. Ovunque, in Puglia, si fabbricano botti da vino di ogni dimensione che dà lavoro a migliaia di artigiani, falegnami e fabbri. Si costruiscono carri per il trasporto delle botti e cerchi per botti e carri. Le banche locali sono sempre pronte ad agevolare il credito agrario e artigiano.
Una regione, insomma, pacifica e laboriosa anche se il divario sociale ed economico fra la ricca borghesia latifondista e mercantile e la massa della popolazione è abissale. Tuttavia, tumulti e moti popolari sono rari e ancora meno sono i contadini e operai che pensano di emigrare.
Poi, crolla tutto. Il 15 dicembre del 1886 il governo Depretis denuncia alla Camera dei deputati il trattato commerciale con la Francia fra gli applausi dell’intero Parlamento e di due ministri meridionali: Agostino Magliani, salernitano, titolare del dicastero delle Finanze, e Bernardino Grimaldi, calabrese, ministro dell’Agricoltura.
Possibile – si chiede lo storico Michele Viterbo – che il governo non sapesse che vulnerare o compromettere l’esportazione vinicola significava insidiare, minacciare la vita della regione e di una buona parte del Mezzogiorno?
Lo sapeva, lo sapeva. Ma tanto a chi importava? E quanto valeva l’economia meridionale e la vita dei ‘cafoni’ del Sud rispetto agli interessi della nascente industria settentrionale? Lo sapeva al punto che per evitare possibili disordini riempie di truppe l’intero Meridione.
Bari, storia di una cittàIl tracollo dell’economia pugliese si evidenzia in tutta la sua drammaticità nel 1889 quando falliscono la Banca provinciale di Bitonto, la Banca Diana a Bari e decine di banche popolari della regione. Il vino inacidisce nelle cantine, i prezzi dell’olio e di altre derrate alimentari, specie i prodotti pregiati per l’esportazione, sono venduti in perdita; solo nei 53 comuni della provincia di Bari falliscono 505 piccole e medie aziende; le piazze di ogni piccola cittadina della regione si riempiono di migliaia di disoccupati… siamo alla fame – scrive Giovanni Bovio nel settembre del 1888 – sì, alla fame per effetto dei prodotti non venduti dopo la rottura del famoso trattato. Il governo sostiene che è una crisi passeggera e lo dice nei banchetti. Ma quelli che dai banchetti sono esclusi non hanno la flemma dei ministri e hanno l’inverno alle porte.
Comincia così la tragica stagione dell’emigrazione.
Fino al 1886 l’idea d’imbarcarsi per emigrare in terre lontane era inconcepibile per i meridionali così legati alla famiglia, alle tradizioni e ai costumi della loro terra. Poi, dal 1890 i giovani, prima qualche centinaio l’anno poi sempre di più, iniziano ad attraversare l’oceano sui famosi ‘bastimenti’. Entro la fine del secolo, all’apice della crisi economica e produttiva del Meridione, l’emigrazione diventa un fenomeno di massa. E’ stato calcolato che nel periodo 1895-1900, il 63% degli emigranti definitivi per le Americhe erano meridionali e insulari.
Partono a decine di migliaia. E ogni treno, ogni nave che parte racconta episodi strazianti, testimonianze impressionanti che riempiono le pagine dei quotidiani… vi sono aneddoti che fanno orrore, che spezzano il cuore… scrive il cronista del Corriere Meridionale di Lecce che assiste ad una delle tante partenze dei suoi conterranei per terre lontane.
Il calvario inizia alla stazione ferroviaria di Lecce dove un’immensa folla assiste al lugubre spettacolo della partenza di 284 emigranti dei 348 che a Gallipoli saliranno sul piroscafo ‘Calabria’ diretto a Napoli.
Da quella prorompe un immane grido di dolore per quelle madri, quei padri, quei vecchi, per quei bambini e quelle donne che vanno ad affrontare l’ignoto, l’orrendo. Immensa la manifestazione della pietà. E’ uno scambio continuo di auguri, di baci, di abbracci… basterebbe aver assistito a questa dimostrazione per convincersi che le sventure, il dolore rinsalda, rinvigorisce i vincoli tra cittadino e cittadino, tra popolo e popolo. Tutti, proprio tutti hanno da dire qualche cosa a chi attratto da un falso miraggio, ingannato, illuso, spera di ritrovare in altre terre quell’agiatezza che la patria sua non ha saputo concedergli.
Al momento dell’imbarco le voci di coloro che partono, di coloro che restano sono disperate. Tra queste la più formidabile avverte: scansate le Fazendes, scansate quelle fattorie perdute nelle immense steppe dell’America meridionale.
Bari, storia di una cittàE partono. E l’addio dei parenti è quasi l’addio della morte. Madri che baciano i figli per l’ultima volta, mogli smunte che portano come fardelli bambini anemici. Molti giovani, confortati dalla loro robustezza sentono il pericolo dell’avventura, ma non possono più arretrare.
E’ così a Gallipoli all’imbarco sul ‘Calabria’. Si è al momento decisivo. Sul ponte del piroscafo lo spettacolo è commovente. Si trasporta il bagaglio, si smarrisce, si ritrova; i bimbi, nella confusione, sono separati dalle madri, queste dai mariti… è un vociare, un chiamarsi vicendevole. I poveri marinai cercano di render meno duro il giaciglio. Inorriditi dallo spettacolo diversi emigranti ridiscendono a riva. Rinunciano, tornano a casa. Parecchie famiglie ne seguono l’esempio. Alle dieci è la volta degli emigranti gallipolini. Sono una decina di famiglie con ragazzi al disotto dei dieci anni. Una madre ischeletrita ha in braccio un bimbo di appena due anni. Il disgraziato è completamente cieco!
Le scene di strazio si accumulano, il raccapriccio s’intensifica sul destino di questi emigranti che forse vanno a seppellirsi tra le più atroci torture nell’inferno delle Fazendes brasiliane. E a Napoli devono subire ancora il vaglio dell’Agente principale, che scarta quelli che crede meno adatti al lavoro. Forse, però, sono fortunati perché torneranno a casa. A contrasto di tanta pietà l’agente di emigrazione, che ha mercanteggiato la carne bianca, cerca d’illudere, di mitigare l’esasperazione degl’ingannati sino al momento in cui essi non potranno più toccare terra italiana.
E’ triste, molto triste la disperazione che assale gli emigranti non appena si vedono stivati nel piroscafo. Si rabbrividisce quando uno degli imbarcati volendo discendere cerca di arrampicarsi sui fianchi della nave per gettarsi in acqua. No, non ci regge il cuore proseguire nel resoconto di tanta infamia.
In nome dell’umanità – scrive poi il Corriere delle Puglie – che l’emigrazione, per energia di governo e per coscienza di popolo, sia regolata; che emigrazione non sia sinonimo di crudeltà e d’infamia! Che questo dramma così lugubre, così abominevole, così tragico che ci sprofonda nelle catastrofi, abbia una soluzione, pur tra i brividi della pietà e le esplosioni dello sdegno.
Ma l’agricoltura Meridionale resta in crisi. I latifondisti abbandonano alla gramigna migliaia di ettari di terreno e i braccianti che si offrono di coltivarli senza compenso, solo per ricavare quanto basta al sostentamento delle loro famiglie, sono scacciati a fucilate. E la miseria aumenta. Si muore di stenti, d’inedia, quando non si diventa ciechi per il tracoma o storpi e deformati dalle malattie endemiche.
L’emigrazione non si arresta. Delle 130mila persone emigrate nel 1901, 100mila provengono dal meridione. Quando nel 1902 il presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli visita la Basilicata, il Sindaco di Moliterno lo accoglie con ironiche parole… vi saluto, signor Presidente, in nome dei miei ottomila amministrati. Tremila dei quali sono emigrati in America e cinquemila si preparano a seguirli.
Eppure, molti ‘cafoni’ restano e si battono per sopravvivere. Le ‘leghe’ contadine protestano, proclamano scioperi che spesso finiscono in tafferugli. Migliaia di disperati riempiono le piazze, assaltano sedi municipali, distruggono le odiose barriere daziarie. Lo Stato risponde inviando soldati, riempiendo di truppe anche i più piccoli centri. Non c’è moto di popolo che non sia fronteggiato, contemporaneamente, da guardie di pubblica sicurezza, carabinieri e soldati. La presenza dei soldati è assidua e costante proprio come si usa nelle terre d’occupazione. Quasi che gran parte del Mezzogiorno fosse ancora terra di barbari.
La Storia era passata invano. Le lotte, i morti per l’Unità, il promesso riscatto sociale e morale delle popolazioni meridionali dal giogo dei Borboni si risolve con un semplice avvicendamento: all’esercito dei Borboni si è sostituito l’esercito dei Savoia.
Bari, storia di una cittàPerché ci sono i soldati a Candela, Cerignola, Minervino Murge e nei paesi in cui si hanno anche piccoli incidenti? Perché ci sono distaccamenti militari a Molfetta, Gioia del Colle, Lucera, Manduria, Acquarica del Capo, Corato, San Marco in Lamis e poi ancora nel minuscolo Sammichele di Bari dove l’intervento della truppa ha provocato un morto?
La miseria – scrive il Corriere il 22 agosto – ecco la causa vera della ribellione, la miseria che alimenta l’odio di classe. La folla, commossa dal distacco di coloro che in traccia di miglior fortuna emigrano in America, sente lo sdegno per l’inospitalità del suolo della Patria che condanna la sua gente alla continua lotta per procurarsi un po’ di pane, pane che manca spesso.
E’ un esodo, un flusso inarrestabile di uomini, donne e bambini che lasciano l’amata e ingrata terra d’Italia verso paesi lontani e ignoti.
Anche da altre regioni, soprattutto veneti, emigrano. Ma è, in gran parte, una migrazione ‘stagionale’. Vanno e vengono cioè dalla Francia, Germania, Svizzera, Belgio e Austria. L’emigrazione meridionale, invece, è permanente, definitiva.
Le cifre sull’emigrazione del 1905 sono spaventose: gli italiani emigrati in Europa sono stati 250mila; quelli per le Americhe, mezzo milione. Il 70% sono sempre e ancora meridionali.
Dal 1901 al 1905 sono sbarcati in America settentrionale 350mila italiani; la sola ‘little Italy’, a New York, in 4 anni è passata da 125mila abitanti a 250mila… mai avremmo creduto che nella nostra provincia l’emigrazione sarebbe stata così massiccia – commenta ancora il Corriere – eppure ogni giorno la dolorosa statistica degli emigrati aumenta. In massima parte fanno buona fortuna. Ma non è così per tutti: ve ne sono che ritornano desolati, vi sono di quelli che perduti nelle diverse Americhe muoiono nei tormenti della disoccupazione, della miseria o semplicemente d’inedia nei porti d’arrivo.
Ormai il flusso migratorio è così inarrestabile che nell’ottobre del 1901 il Sindaco di Senise, in Basilicata, è costretto a chiedere aiuto… a uomini e donne della provincia di Puglia a recarsi colà dove troverebbero occupazione per la raccolta delle olive, della semina e di altri lavori… qui sono rimasti solo vecchi e bambini.
Anche la Puglia si spopola. In una corrispondenza da Castellana si legge che… ormai l’operaio disoccupato o il benestante, non hanno che la stessa aspirazione: emigrare. E ne partono ogni settimana a decine, centinaia senza scoraggiarsi. A poco a poco il paese si spopola senza accorgersene. E non v’è nulla che ponga riparo a questo immenso disastro. Dei circa 9 milioni di italiani emigrati per le Americhe tra il 1900 e la prima guerra mondiale, sei milioni almeno appartengono alle regioni meridionali e alla Sicilia.

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