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Bari, storia di una città. Francesco Babudri, un Istriano nella città vecchia

2 Apr 2011 | Nessun Commento | 6.197 Visite
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Continua il viaggio dedicato alla storia di Bari, descritta dall’appassionato di storia e cultura barese Nicola Mascellaro che da più di trent’anni fotografa questa città e la racconta. Al suo attivo ha diverse pubblicazioni.

Nel 1955 l’Amministrazione municipale guidata dal sindaco Francesco Chieco rispolvera ed amplia un progetto di risanamento della città vecchia proposto nel 1892 dall’allora sindaco Giuseppe Bottalico e mai realizzato.
Il nuovo progetto prevede di ricostruire piazza Chiurlia e di risanare l’intero borgo antico, compreso quella spettacolare vista a mare che è via Venezia, ‘sopa a la meragghie’, e la conseguente riforma della toponomastica.
Il programma del Comune, per gli abitanti della città vecchia, cade nell’indifferenza. La gente ha ben altre preoccupazioni per la testa. E comunque, con o senza una nuova toponomastica, il popolo del borgo antico continuerà a chiamare archi, corti, vicoli, piazze e strade secondo le denominazioni che gli sono stati tramandati, come li hanno sempre conosciuti.
Ma ci sono le generazioni dell’Ottocento e del Novecento che si sono trasferite nel ‘nuovo borgo’ e che, gradualmente, hanno perso i contatti con il mondo dei loro progenitori e… vogliono sapere, conoscere, conservare la memoria, la storia, i costumi, il folklore di quell’angolo di terra un tempo lambito dal mare, dove sono nati ed hanno vissuto per secoli i loro antenati.
Chi ricorda, oggi, quante volte, l’antica via Sparano, corso Vittorio Emanuele e altre strade ancora, hanno cambiato nome? Quando il tempo e le nuove targhe cancelleranno i ricordi, quando la nuova storia e le nuove tradizioni avranno il sopravvento sulle vecchie, cosa resterà di tanti luoghi popolari? Chi potrà raccontare perché un vico, una corte, un arco, aveva sommato nomi e storie diverse per raccontare in una continuità le antiche fortune baresi?
babudriCosì, un bel giorno di giugno del 1955, prima che la mano dell’uomo rimodelli, a volte in meglio più spesso in peggio, le antiche mura, i vicoli, le corti e gli archi del ‘borgo antico’, un anziano professore, Francesco Babudri, prende carta e penna e disegna un magnifico excursus, organizza un’immaginaria visita della città quale era dopo l’arrivo di Gioacchino Murat e prima dell’Unità d’Italia, mettendo insieme tutte quelle notizie e curiosità raccolte in anni di ricerche. Quella Bari che per molti, oggi, può considerarsi ignota.
Ma chi era Francesco Babudri?
Nato a Trieste nel 1879, aveva conseguito laurea in lettere e filosofia all’Università imperiale di Vienna, pur essendo un convinto irredentista, quando si rischiava di finire nelle carceri di Francesco Giuseppe. Storico appassionato e cultore delle tradizioni popolari della sua terra, giornalista e collaboratore di diversi quotidiani veneti e, per molti anni, impiegato come addetto stampa presso la Fiera Campionaria Internazionale di Trieste.
Babudri ha 52 anni quando riceve un’inattesa offerta di lavoro. E considerato che a quell’età si comincia ad affezionarsi alle proprie pantofole – all’inizio del secolo scorso l’aspettativa di vita superava di poco i sessant’anni – la vita gli riserva una sorpresa. Il Professore deve lasciare la sua amata città, deve trasferirsi altrove, sulle rive dello stesso mare, ma a quasi mille chilometri più a Sud, a Bari, una città più piccola di Trieste ma in via di espansione tanto rapida che nel 1930 ha inaugurato una Campionaria Internazionale, la Fiera del Levante.
Nel Mezzogiorno manca tutto. Bisogna inventarsi tutto. C’è bisogno di una mano, ci vuole gente esperta nel settore, soprattutto personale capace di relazionarsi col mondo imprenditoriale nazionale, organizzare un Ufficio Stampa per i rapporti con il mondo dei media nazionale e internazionali.
E al segretario generale della Fiera barese, Giuseppe Còbol, hanno fatto il nome del prof. Francesco Babudri. In breve, nel gennaio del 1931 il Professore lascia Trieste e si trasferisce a Bari con il compito di ‘avviare’ il complesso sistema delle relazioni pubbliche della Campionaria pugliese con il mondo esterno, soprattutto con l’Oriente. Il fascismo, fra l’altro, ha detto di voler fare della Puglia… un ponte verso l’Oriente… e i baresi hanno raccolto la sfida e si sono messi all’opera.
Arrivato in Puglia, Babudri si accorge di aver fatto un passo più lungo di quanto era nelle sue intenzioni. Troppe differenze, culturali e sociali, troppa distanza fra la multi culturale Trieste e il provinciale capoluogo della Puglia. Ma come spesso accade ai forestieri, Babudri prima s’innamora di Bari poi, della Puglia.
Il Professore, infatti, non è solo un esperto coordinatore di uffici stampa, Babudri è soprattutto un colto, intelligente studioso di cultura popolare, divulgatore fecondo di storia delle sue terre d’origine. A Bari, il Professore, che colpiva per la sua capacità di stupirsi, travolto dalla bellezza dolce e aspra della nostra terra comincia a studiarci, a guardarci dentro, a scavare nel nostro passato con la stessa passione che ha dedicato alla storia della sua terra.
Entrato a far parte della Società di Storia Patria per la Puglia, Babudri, diventa uno dei componenti più attivi «la sua nota saliente era l’entusiasmo, un entusiasmo fresco e giovanile per il quale gli anni e gli acciacchi non contavano. L’entusiasmo era la fiamma alimentatrice della sua vita spirituale» ha scritto di lui Michele Viterbo, il quale aggiunge che «se oggi è possibile ricostruire, almeno parzialmente, la storia economica, artistica e culturale della Puglia fin dal Medioevo, si deve anche a Francesco Babudri degno continuatore della scuola di studiosi come mons. Nitti e Francesco Carabellese».
Uno storico, dunque. Un intellettuale che ha scritto decine di pregevoli articoli in altrettanti periodici e quotidiani, un uomo di lettere che ha amato ogni pietra della Terra di Bari. Riservato e discreto, molti amici e colleghi si rivolgevano a lui chiamandolo semplicemente ‘Professore’, e Babudri si sentiva un ospite. Poi, un giorno, è diventato don Ciccio, un segno di rispetto e affetto dei baresi, e da quel momento il Professore si sentì come ‘uno di famiglia’.

Con Babudri attraverso i vicoli e le corti

Ecco, adesso che abbiamo conosciuto fatti e persone, possiamo addentrarci nel borgo antico, iniziare la nostra visita nella città di San Nicola guidati dal Babudri, guida d’eccezione, istriano di Trieste, capace di descrivere e raccontare ogni angolo che ancora conserva antiche memorie, antiche gesta con quel tanto di pepe dialettale, come meglio non saprebbe fare un poeta.BARI6

L’appuntamento è davanti alla Basilica. Si parte dall’arco basso di fronte alla grande Chiesa attraverso il quale si giunge alla Corte Alberolungo, un vicolo cieco che per il popolo è ‘u arche de Calandriedde’, così detto dal soprannome del vinaio Michele Dentamaro, probo e solerte uomo, entrato in simpatia presso i clienti, il quale là teneva la sua tipica osteria.
Una volta nella cittadella, la nostra immaginaria guida comincia a vagare. E’ difficile districarsi nel dedalo di viuzze zeppe di riferimenti. Imbocchi un vicolo a destra o a sinistra e ti ritrovi più vicino alla Cattedrale piuttosto che a Piazza Mercantile.
Così, la Strada Albicocco, un po’ più a Sud di Corte Alberolungo, è ‘u llarghe de la vermecocche’, noto cognome barese e, la Strada Palazzo Arcivescovado ha avuto il lusso di due denominazioni: ‘a puzze’, dal pozzo che si trova nel mezzo, e ‘sott’a le campanale’, perché vi si erge superbo il campanile.
Ma c’è anche ‘u llarghe de Peskepì‘, il largo del Vescovo che risente del greco episkopeion, a segnare il medesimo sito. Invece, l’Arco della Neve, dove si affacciava lo studio del grande Giacinto Gimma, ha conservato la sua carta d’identità: ‘u arche de la neve’.
Il ‘Carmine’ dà il suo nome a ben quattro viuzze: Strada del Carmine, Strada Arco del Carmine, Vico del Carmine e Strada Vico dell’Arco del Carmine. Oggi il popolo chiama ‘u arche du Càrmene’ quello dopo la omonima chiesa, e ‘u arche du stucchefisse’ l’altro, dove un tempo c’era una rivendita di baccalà.

La Corte Cavallerizza è ancora conosciuta con il nome di ‘u arche de la masciare’, cioè della strega, per due motivi: per quel che di arcano e quasi di stregonesco può avere quella volta, o perché là tenevano una delle loro conventicole i contrabbandieri. Misteri mai svelati.

La corte Colagualàno, poi, è la corte ‘de Mochele ‘u sceme’ dal nome d’un povero idiota che abitava colà in una stamberga ed era notissimo fra il popolino. La Piazza Castello, odierna Piazza Federico II di Svevia, non è volgarmente nota soltanto sotto il nome di ‘u llarghe du castiedde’, ma anche sotto quello di ‘sop’a le màscene’, per la vicinanza di alcuni frantoi d’olive oggi spariti.
Alcune designazioni, poi, sono proprio curiose. La Strada Dottula è denominata ‘nnante a Vagghie Vagghie’, dal soprannome della brava e notissima venditrice di farina Rosa Fanelli; la Piazza del Ferrarese si orna di due distinzioni: ‘la chiazze du pesce’, perché da un lato ha la pescheria e ‘la chiazze cheverte’, perché dall’altro ha il mercato coperto dei generi alimentari. La Strada Filiòli è ‘la strate de Lidde’, dal soprannome della famiglia Losacco, che vi possedeva un palazzo.
Per accedere, poi, alla Corte Galletta o Garritta, c’è un arco molto basso chiamato ‘u arche d’Augenie de le carvune’, dalla nota rivendita di carbone d’un certo Eugenio. La Strada Incuria, famiglia di antica nobiltà barese di origine tedesca, ha nel mezzo una piazzola, dal popolo denominata ‘u llarghe de Geredonne’, per le case che vi possedevano i Gironda, famiglia barese patrizia cinquecentesca. La Corte Moscatelli, invece, prende il titolo de ‘la corte de Giammerse’, dal nomignolo d’un noto ciabattino.
Il Vico del Lauro, stretto e lungo, conserva il nome di ‘la corte du llore’, ma è noto sotto il nome di ‘la corte du Crugefisse’, dall’immagine di Cristo in croce, apposta su uno dei muri per impedire, si diceva, che vi stanziassero femmine di innominabili costumi. L’Arco della Meraviglia conserva il suo nome, ‘u arche de Maravegghie’, ma il Vico Mauriello assume, per opera del popolo, il nome poetico di ‘u uecchie d’argiende’: occhio d’argento!
Siamo in piena lirica dunque. La Piazza Mercantile, il cuore palpitante e operoso dell’antica Bari commerciale è chiamata in due modi distinti: ‘la chiazze du arlogge’, dalla parte del Sedile dei Nobili sormontato dalla torretta dell’orologio, e ‘la duana vecchie’, davanti all’antica dogana.

BARI11La Strada del Molo poi, presenta ‘u arche de sand’Andene’, con il tipico oratorio e l’altare di Sant’Antonio abate; il sito ‘u Pennite’, noto per i buoni ricci di mare che vi pescano e ‘u muele vecchie’, ben distinto da ‘u muele neve’. Così, ancora, la storica Strada Palazzo di Città conserva due nomi: ‘la strate du chemmuna vecchie’ e la ‘strate du mercande’, per le botteghe dei commercianti e per l’affollamento che si verificava quand’erano in auge le fiere di San Nicola a dicembre e a maggio.
Altri nomi di misere origini non mancano. La Corte Pavone è contraddistinta con il titolo di ‘u furne de Beccone’, dal nomignolo di Vito Petruzzelli, che lì aveva un forno; il Vico San Marco è chiamato ‘la strettue de Tedre’, e Tedre era un modesto venditore di statuette che aveva la sua bottega in fondo al vico; l’Arco San Pietro è diventato ‘la corte de Janna Marì Cappiedde’, dal soprannome di Anna Moretti, in Cuccovillo, notissima presso il popolino; l’Arco Spirito Santo è ‘u arche de Terra Terre’, così com’era chiamato un tal Giuseppe, venditore di verdura. Infine, come in ogni città del mondo nelle vicinanze del porto, ecco le strade dei malavitosi. Nella Strada del Porto Nuovo, incassata tra le muraglie del cessato convento di Santa Teresa e ‘u meragghione’ c’è il giardino de ‘u spetale’ detto ‘Turre Turre Mazzariedde’, perché si diceva che lì stesse in agguato un tizio, così soprannominato, pronto a colpire ogni intruso, dato che in quel punto i contrabbandieri ordivano i loro pericolosi intrighi.

Nel mezzo della Strada Quercia c’è un punto detto ‘la cape du turchie’ perché sul portone d’un palazzo è scolpita la testa di un Turco, il cui spirito si aggira di notte; è la testa di un uomo ucciso e rimasto insepolto. Anche sotto l’arco di Strada Vanese, ‘u arche Vanese’, c’era un ritrovo di contrabbandieri i quali, per impaurire la gente, allontanare importuni e avversari, vi tenevano simboli che volevano incutere terrore, come ‘u chenigghie che l’ecchie russe’, il coniglio con gli occhi rossi, oppure ‘u uòmmene senza cape’, l’uomo senza testa.

Dalle leggende alla storia, al folklore di natura sacra. La strada San Francesco è meglio nota con il nome di ‘la strate de sande Francische de la scarpe’, perché ricorda i sandali dei primi frati del Poverello d’Assisi che qui ebbero il convento. La strada San Giuseppe è detta ‘sanda Marì de Chiuriiannaci’, dalla preesistente chiesa mariana fondata da Romana Chiuri-Dottula nel secolo XII.
La Strada dietro San Vito e il tratto in discesa che congiunge Piazza Castello col Corso Trieste, è ‘la scese de sande Vite’. Il luogo nel mezzo della ex Strada Sinagoga il quadro con i Santi Sabatino, la Madonna e Nicola si dice ‘a le tre Sande’. A Piazza San Pietro fa bella mostra di sé l’icona popolaresca di ‘sanda Necola gnore’. La Madonna, invece, ha due punti singolari di ricordo popolare nel raggio della via Venezia: la Madonna sopra ‘la meragghie’ e, non lungi da ‘u fertino’, c’era la ‘Madonna de la portedde’, della portella. Nel mezzo della Strada San Domenico c’è la chiesa della Madonna degli Angeli, chiamata ‘la Madonne de la fenesta’.

Dialetto e folklore sono inesauribili. Il Vico II di San Francesco che conduce alla banchina del porto, per indicare tale vicinanza è chiamato ‘sop’a la marnarì‘, quasi a dimostrare, che la ‘marineria’ fu e sarà la vita della città ardimentosa. Piazza ed Arco San Pietro hanno attirato l’attenzione particolare della gente del borgo. Tutto il rione è designato con la voce ‘sop’a sande Piete’, mentre il vecchio ospedale consorziale era ricordato come ‘u chelleggie vecchie’, perché fino al 1886 v’erano le scuole medie.
Il torrione di Santa Scolastica, invece, è detto per antonomasia ‘u tregghione’; il vicolo cieco anonimo all’inizio della Strada Santa Maria è stato battezzato ‘corte Perille’ da una tale Anna Perilli della omonima famiglia Perilli di Acquaviva.
Anche la strada dietro Tresca è in discesa, che il popolino definisce la ‘scese de Gigi’, dal nome d’un noto venditore d’olio che abitava in quel vicolo. Nella strada Vanese verso Arco Spirito Santo c’è un’altra discesa a cui è stato dato il nome de ‘la scese de ‘Ndrone’, da Introna, il proprietario di un’abitazione che costeggia la discesa medesima. Poi, la stessa casa fu acquistata dalla famiglia De Gemmis, ed ecco che l’Arco cambia nome e diventa ‘u arche de Gems’.
Il punto, poi, di congiunzione fra la strada Zonnelli e strada Gesuiti è detto ‘u’ pertone de jesse e trase’, il portone d’entrata e uscita, visto che il palazzo Zeuli, dalla cui famiglia la strada trae il nome, ha due portoni prospicienti opposti vicoli.

La Corte Altini è ‘la Corte de Rose bone’, una formosa venditrice di farina che all’angolo della corte teneva il suo negozio; la Corte Annunziata è mutata in ‘la Corte de Ciaferre’, soprannome del proprietario di una paranza, Gaetano Gelao, devoto di San Nicola: per vecchia meritata tradizione la processione del 7 maggio passa davanti alla sua casa; il luogo della brevissima strada Angiòla diventa per il popolo ‘la pérue de l’uve’, dalla pergola d’uva che vi cresce dal pozzo d’un antico palazzo.
La strada Casa della Pietà prende il nome dell’antico Conservatorio delle pentite, perciò il voltone basso e lungo che mena alla strada Lamberti è chiamato ‘u’ arche de le repentite’. Non si può concludere senza mutuare i ricordi di don Ciccio mentre si è ormai alla fine della immaginaria visita nel ‘borgo antico’, che un sito vicino al mercato coperto di Piazza del Ferrarese è segnalato popolarmente come ‘u cafè de Sacchette’, dal vecchio e frequentato caffè, appartenuto un tempo a Giuseppe Marino, detto ‘Sacchette’.

Babudri nel ricordo di due studiosi 

«Nei trentadue anni trascorsi a Bari» scrive lo studioso Nicola Roncone in un ponderoso volume di 345 pagine interamente dedicato alla figura di Francesco Babudri «il Professore ha raccolto una serie impressionante di notizie e documenti sulla storia di Bari scrivendo diffusamente nella rivista Japigia, nell’Archivio Storico Pugliese, in altri periodici e sulla Gazzetta del Mezzogiorno». Babudri, continua Roncone, «ha lasciato saggi di particolare interesse sull’arte e gli artisti pugliesi a partire dal Medioevo. Ad ottant’anni aveva pubblicato ben oltre mille lavori riguardanti il folklore, la storia, la letteratura e l’arte».BARI19

«Il male per cui si è spento – ricorda Michele Viterbo suo assiduo frequentatore – lo attanagliava a letto, ma egli pensava a completare studi, articoli e ricerche». Per elencare la sola bibliografia, Roncone ha riempito 116 pagine del suo volume.
Francesco Babudri si spegne a Bari il 27 agosto 1963. Il Professore aveva 84 anni. Abitava nel quartiere popolare Libertà e nello stesso rione il Comune gli ha dedicato una strada. «Il suo nome, per il lucido equilibrato talento, per il sapere profondo e lo stile brillante – ricorda ancora Nicola Roncone – si colloca degnamente accanto a quelli di studiosi fra i più prestigiosi della cultura nazionale».

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