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Bari, storia di una città. E venne un Re, l’incontro di Gioacchino Murat a Bari

23 Feb 2011 | Un Commento | 16.653 Visite
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Gioacchino Murat a Bari
Continua il viaggio dedicato alla storia di Bari, descritta dall’appassionato di storia e cultura barese Nicola Mascellaro che da più di trent’anni fotografa questa città e la racconta. Al suo attivo ha diverse pubblicazioni.

‘Addo t-uelde e t’aggire’ in questa nostra amata e bellissima città, ci trovi sempre lui, Gioacchino Murat, un re venuto da un minuscolo centro della Francia meridionale. Un giovane asceso così rapidamente ai vertici dello stato maggiore di Napoleone da conquistare lo stesso Imperatore che gli ha lasciato sposare perfino la sorella minore Carolina Bonaparte.
Eppure, Murat è venuto in visita a Bari una sola volta in sette anni di Regno sul trono appartenuto ai Borbone, ma ha lasciato un profondo ricordo tra i nostri antenati, un’impronta indelebile sul futuro della città. Alcuni storici sostengono che fu proprio il giovane figlio di un locandiere francese a far uscire Bari dal Medio Evo.
Non c’è giorno che un barese non faccia il suo nome. A lui è stato intestato il cuore della città, un intero quartiere che all’inizio di due secoli addietro era indicato addirittura con il nome del Re, ‘borgo Gioacchino’, oggi ‘quartiere Murat’. A lui fu intitolato, dopo l’Unità d’Italia, il mercato di generi alimentari del ‘nuovo borgo’ in Piazza Ferrarese costruito nel 1818, demolito, ricostruito e oggi adibito a contenitore culturale con il nome di ‘Sala Murat’. E a lui, infine, è intestata una strada nelle vicinanze del castello Svevo.
L’incontro fra i baresi e il Principe francese fu amore a prima vista. Alto – ai meridionali appariva gigantesco, specie quando indossava l’impennacchiato cappello di Maresciallo di Francia – forte come un toro, occhi blu, capelli folti, neri e riccioluti, elegante fino alla stravaganza, Murat non era solo bello come un re. Era un Re. E non avrebbe mai smesso di essere uno ‘sciupafemmine’ se non avesse temuto le spie di Carolina e l’ira di suo cognato, l’Imperatore.
Carolina pure non scherzava con la sua alcova. Solo che la Regina di Napoli, ambiziosa e calcolatrice più del marito, lo faceva per il potere e per il bene della famiglia. Gioacchino, invece, amava le donne per puro piacere. Lo stesso che provava nelle sfrenate cariche della sua cavalleria spesso biasimate da Napoleone per l’inutile spreco d’uomini e animali.
Gioacchino Murat nasce il 25 marzo 1767 a Labastide-Fortunière, un paesino del Midì, sui Pirenei. Ultimo di una nidiata di undici figli, il ragazzo si mostra subito irrequieto, un ribelle. Il padre, nel tentativo di spegnere i bollenti spiriti del giovanotto, lo manda in seminario al fine di avviarlo alla carriera ecclesiastica.
Niente da fare. La dura vita e le severe regole dell’Istituto non riescono a domare l’irrequieto Gioacchino. Sfrenato e senza inibizioni – gli piacevano il gioco, l’alcool e le donne – nel 1784 dopo l’ennesima zuffa è espulso dal seminario.
Tornato a casa, nei successivi tre anni aiuta il padre nella gestione della locanda. Ma il paese natio è troppo piccolo per i sogni dell’esuberante giovane che nel 1787 si arruola come soldato semplice nella guardia di Luigi XVI.
Due anni dopo scoppia la Rivoluzione. Murat cambia casacca e passa nell’esercito rivoluzionario dove diventa facilmente ufficiale di cavalleria. Nel 1795, il 4 ottobre, è a Parigi. Non ci mette molto a farsi notare da Bonaparte e dalle parigine. Il grande Corso che amava circondarsi di giovani spavaldi e sprezzanti del pericolo, lo volle accanto a sé durante l’insurrezione realista nella Capitale francese. Murat scala rapidamente tutti i gradi della gerarchia militare. Comandante di cavalleria, Generale dopo la campagna d’Egitto e, nel 1799, Comandante della guardia di Bonaparte all’epoca Primo Console. L’anno successivo, il 20 gennaio 1800, Murat sposa Carolina Bonaparte e ottiene la carica di Governatore di Parigi al comando di 80mila uomini. Quando, il 18 maggio 1804, il Senato proclama Bonaparte Imperatore dei francesi, Napoleone nomina Gioacchino Maresciallo dell’Impero. Murat è stato accanto a Napoleone in tutte le sue campagne militari dalla prima in Italia nel 1796.
Gioacchino Murat a Bari
Nel 1805 Napoleone torna in Italia e si proclama Re di una Nazione che non c’è: a Napoli c’è ancora Ferdinando IV di Borbone sposato con l’austriaca Maria Carolina, sorella della decapitata regina di Francia Maria Antonietta.
Il 2 dicembre 1805 Napoleone sbaraglia definitivamente la terza coalizione militare schierata contro di lui ad Austerliz mentre Gioacchino Murat entra a Vienna con uno stratagemma che impedisce ai genieri austriaci di distruggere l’ultimo ponte di accesso alla storica città imperiale.
Dopo la grande vittoria di Austerliz, Napoleone dichiara decaduta la dinastia dei Borbone «una corte senza fede, senza onore e senza senno» e invia il generale Andrea Massèna a scacciarli da Napoli. Ferdinando IV e la moglie riparano in Sicilia protetti dalla flotta inglese e il 14 febbraio 1806 Napoleone assegna il Regno delle Due Sicilie al fratello maggiore Giuseppe che il 2 agosto decreta l’abolizione della feudalità.
Era l’inizio di una nuova epoca anche per Bari che nel corso dei secoli non era riuscita ad imporsi come città-guida della terra di Puglia. Trani era Capoluogo di provincia, sede del Tribunale di Appello, di Prima istanza e della Corte Criminale. Perfino la piccola borghesia terriera di Altamura e quella marinara di Molfetta e Barletta esprimevano un livello socio-culturale superiore a quello dei baresi.
Con un nuovo decreto il 6 agosto 1806 Giuseppe Bonaparte assegna a Bari l’ambito ruolo di Capoluogo di provincia lasciando a Trani le prestigiose sedi giudiziarie.
I baresi non si lasciarono sfuggire l’occasione. Chiesero ed ottennero dal Re anche la sede dell’Intendenza e s’impegnarono a trasformare il convento dell’abolito ordine dei domenicani in quella magnifica struttura che è oggi il Palazzo della Prefettura.
Giuseppe Bonaparte, poco amato dai napoletani abituati ai pittoreschi regnanti borbonici, napoletani veraci, era un intellettuale freddo, ma aveva frequentato l’Università di Pisa ed era un esperto burocrate.
Così, Giuseppe prima e Gioacchino Murat dopo introducono nel Regno delle Due Sicilie una tale caterva di leggi, ordinamenti e riforme civili e sociali, ispirate dalla Rivoluzione e dalla Prima Repubblica francese da stravolgere completamente il sistema normativo e legislativo dei Borbone. Perfino il Codice Civile, elaborato in gran parte dallo stesso Napoleone, approvato nel 1804, preso a modello da molti Stati dell’Europa continentale e poi ribattezzato ‘Codice Napoleonico’, è ancora oggi la base del diritto di molti Stati europei.
I Bonaparte portarono in Italia il vessillo di «quei principi di giustizia per i popoli, di fratellanza e uguaglianza per gli uomini» scrive Michele Viterbo «proclamati dalla Rivoluzione francese che conquidevano i cuori».
Giuseppe Bonaparte entra a Napoli il 30 marzo 1806. Un mese dopo scende in Puglia. Naturalmente i baresi si aspettano che il Re faccia tappa a Bari. Invece arriva a Cerignola, visita la Cattedrale e se ne torna a Napoli.
Apriti cielo! Sindaci, decurioni, patrizi, rappresentanti del popolo primario e minuto, mercanti, villani e governatore, don Raffaele Monteruli, si sentirono così umiliati che non si daranno pace finché avranno l’onore di ospitare il Re a Bari.
Finalmente, dopo intensi e dispendiosi preparativi, è annunciato che Giuseppe Bonaparte sarebbe sceso in Puglia e avrebbe visitato la città nel mese di aprile del 1808. Venne infatti il 15 aprile «ma Egli giunse alle porte di Bari con così notevole ritardo sull’ora prevista che non trovò alcuno ad attenderlo» scrive Giulio Petroni nella sua ‘Storia di Bari’.
Vito Antonio Melchiorre invece, ricercatore meticoloso, andrà a spulciare anche il verbale del cancelliere della Cattedrale di San Nicola, il canonico Saverio d’Elia, per scoprire che Giuseppe Bonaparte, il cui arrivo era previsto per mezzogiorno, giunse nell’inoltrato pomeriggio e… si sa, appena il cannone sul fortino segnalava il mezzodì, contadini e marinai non avevano né Re né padroni: tornavano a casa per il pranzo e la sacra pennichella.
Nello stesso anno Napoleone occupa la Spagna, trasferisce la famiglia reale iberica, Carlo IV di Borbone in Francia, assegna la corona spagnola a suo fratello Giuseppe che deve lasciare Napoli e, con decreto imperiale del 15 luglio 1808, concede il Regno di Napoli al cognato Gioacchino Murat che sale nel palazzo reale della Capitale partenopea il 6 settembre.
Anche per i napoletani fu amore a prima vista.
Gioacchino Murat, imponente nella sua smagliante divisa da Maresciallo dell’Impero, appare al popolo acclamante, dignitoso e amabile. Preceduto dalla fama delle sue imprese militari accanto a Napoleone, il nuovo Re incanta subito i napoletani.
Gioacchino Murat a Bari
Ma quando, due settimane, dopo giunge a Napoli la Regina, quando il popolino ammassato davanti alla Reggia vede la splendida Carolina ferma ai piedi della carrozza reale seguire con sguardo ansioso i suoi quattro ‘piccirilli’ – di sette, sei, cinque e tre anni – scendere titubanti la scaletta della magnifica vettura, il cuore popolare di Napoli esplode d’amore per la nuova famiglia reale.
Per volere dell’Imperatore, Murat assume il Regno di Napoli con il nome di Gioacchino Napoleone proprio per rimarcare la primogenitura Imperiale sul governo del Regno e la totale sottomissione agli interessi economici della Francia. Tanto che lo Statuto di Baiona, redatto da Giuseppe Bonaparte, è garantito da Napoleone.
Murat, insomma, si sentiva un ‘vassallo’, un Re dimezzato. Un ruolo che lo umiliava e che darà inizio a non pochi dissidi con l’Imperatore.
Con una raffica di decreti, Giuseppe Bonaparte aveva già attuato molte riforme: confiscò i beni ai cittadini assenti al giuramento di fedeltà, soppresse diversi ordini ecclesiastici e mise in vendita i loro beni, cedette a rendite il Tavoliere delle Puglie, abolì tutte le tasse per una sola contribuzione sui beni immobili, diede impulso agli scavi di Pompei, fondò l’Accademia di Storia e Antichità, una Società d’incoraggiamento per le scienze naturali ed economiche e iniziò il risanamento della città di Napoli.
Lo Statuto di Baiona, però, affidato a Murat, andava oltre. Confermava il cattolicesimo quale religione dello Stato, regolava il diritto ereditario, istituiva la dote della Corona, il Ministero e il Consiglio di Stato, un Parlamento di cento membri suddiviso in classi sociali, l’ordinamento giudiziario, norme sul diritto di cittadinanza, garantiva il debito pubblico e concedeva di vendere ai privati i beni dello Stato e dei soppressi ordini ecclesiastici.
Una rivoluzione amministrativa e sociale radicale per il Regno di Napoli. Ma non abbastanza per Murat che intendeva migliorare e completare le riforme sociali e civili dello Stato avvalendosi di ottimi ministri a cominciare dall’economista Luca de Samuele Cagnazzi nato ad Altamura. «Murat fece miracoli specie in tema di progresso sociale ed economico» scrive Nicola Roncone in uno studio inedito sulla ‘Vita sociale di Bari’ nell’epoca napoleonide.
Introdusse, così, nuovi codici. Aprì il registro delle ipoteche, soppresse altri ordini religiosi, diede assetto definitivo alle amministrazioni provinciali, iniziò grandi opere pubbliche, prosciugò diverse zone paludose, represse il banditismo in Calabria – ma erano bande sparse fedeli ai Borbone – riordinò e aprì nuove scuole pubbliche primarie e secondarie, aumentò gli insegnamenti all’Università di Napoli, aprì istituti femminili e scuole gratuite d’arti e mestieri, di nautica, d’agricoltura e, nell’ordinare la coscrizione obbligatoria, eliminò i vergognosi privilegi dei ricchi borghesi esenti da ogni dovere.
Né gli impegni del Reame e la grande massa di lavoro organizzativo per l’ammodernamento dello Stato, soprattutto dell’esercito, poté impedirgli di essere presente su tutti i campi di battaglia d’Europa accanto al suo famoso cognato. Murat era con Napoleone nella vittoriosa battaglia di Wagram, il 2 luglio 1809 in Austria; nella disastrosa campagna di Russia nel 1812 e contro i prussiani e la sesta coalizione antifrancese nel 1813.
La prima frattura fra Gioacchino e Napoleone avviene proprio a gennaio dello stesso anno quando Murat lascia precipitosamente il quartier generale dell’Armata francese a Vilna certo di essere esonerato dal comando. E’ sicuro che la parabola di Napoleone sia in fase discendente e, tornato a Napoli, cerca di accattivarsi le simpatie dei suoi sudditi elargendo grazie e favori. Gioacchino e Carolina vogliono a tutti i costi conservarsi il Regno.
Per lo stesso motivo, soprattutto per verificare lo stato dei porti e della marina, il Re programma un viaggio in Puglia.
Murat lascia la Reggia di Napoli, con un nutrito seguito, il mattino del 12 aprile 1813. Le cronache pugliesi dell’epoca registrano che il Re «giunse a Barletta il 14 aprile e il giorno seguente toccò i vari paesi della riviera sostando a Bari per pochi momenti e promettendo di fermarsi al ritorno. Indi visitò Gioia del Colle, Taranto e poi Gallipoli e Otranto. Il 22 era a Brindisi e il pomeriggio del 24 finalmente a Bari».
Nel 1813 la città contava poco più di 18mila abitanti ed era ancora circondata da un’imponente muraglia che partiva dal Castello e finiva in via delle Mura, odierna via Venezia. Per tutta la lunghezza delle mura cittadine poi, correva un ampio fossato e, accanto a questo, la strada ‘consolare’, un largo viale che dal Castello portava a Piazza del Ferrarese. «Essa respirava per tre soli sbarchi» scrive lo storico Saverio La Sorsa «per la porta del Castello, per quella di Piazza del Ferrarese e per una che metteva sul mare, aperta sotto i voltoni di S. Antonio».
Il ‘vecchio borgo’ insomma soffriva condizioni di vivibilità estreme dove un groviglio di abitazioni anguste e malsane assediavano le due piazze della città, le decine di piccole chiese e i due maestosi templi, Basilica e Cattedrale, dedicati a San Nicola.
La città che con la Rivoluzione «si era dimostrata sinceramente aderente agli ideali repubblicani francesi sentiva lieviti nuovi» e, compressa com’era entro la cerchia delle mura che non avevano più la funzione di proteggerla, era preclusa da ogni possibilità di rinnovamento.
Ci sono molte versioni di illustri storici baresi che ci hanno tramandato testimonianze dell’arrivo di Murat a Bari. Ne registriamo tre.
Una è quella di Giulio Petroni che liquida l’avvenimento senza particolare entusiasmo. Pare che il Petroni non avesse simpatia per i nuovi regnanti francesi.
Gioacchino Murat a BariLa seconda versione è quella romantica e poetica di Armando Perotti che in occasione della cerimonia commemorativa per il primo centenario della visita di Murat, è incaricato, dal Consiglio municipale, di dettare l’epigrafe per la lapide che sarà posta sul fronte esterno della presunta prima casa del ‘nuovo borgo’ che si affacciava in Corso Vittorio Emanuele. Il componimento dice: «Qui, sul bimillenario limite delle mura, dei campi e del mare, Re Gioacchino Murat consacrò con la gemma e con l’augurio questa prima casa». Poi, in un successiva ricostruzione Perotti aggiunse che il Re, offrendo la gemma per l’interramento della prima pietra, disse: «ne faremo una grande e bella città».
La terza versione, infine, è quella ancora più fantasiosa del molfettese Saverio La Sorsa che in un articolo de La Gazzetta del Mezzogiorno del 29 aprile 1938 scrive: «il Re Gioacchino fu ricevuto fuori della piazza del Ferrarese dalla rappresentanza municipale che a nome della popolazione gli manifestò il desiderio di vederlo entrare a cavallo. Egli, che non mancava di vanità, accolse l’invito e montato un brioso cavallo bianco, offerto dal Municipio, entrò in Bari passando sotto magnifici archi di fiori artisticamente addobbati e seguito dal popolo che freneticamente lo acclamava. Le campane di tutte le chiese suonavano a stormo, il suono delle bande musicali era coperto dal rombo del cannone che tuonava dal Castello. Il Re, seguito da una stuolo di personaggi francesi, napoletani e baresi insieme a paggi, valletti e palafrenieri, vestiva un bell’abito di panno fiammante costellato di aurei ricami; aveva stivali gialli e speroni d’oro, la sciabola di foggia orientale pendeva al fianco splendente di gemme, sul capo un lucente colbacco nero sotto il quale il bel volto virile aveva un’espressione mista di dolcezza e d’imperio. Sorrideva alle acclamazioni del popolo mentre una schiera di fanciulli leggiadramente vestiti spargevano fiori dai cestini ricolmi lungo le vie per il cui corteo passava».
La sera del 24 aprile il marchese Giuseppe De Angelis offrì una festa nel suo palazzo; «Gioacchino si divertì molto e danzò con la moglie dell’Intendente Dumas e la Marchesa padrona di casa».
Il giorno dopo, il 25 aprile, alle dieci «sotto un magnifico padiglione fuori le mura pieno di fiori e di bandiere, ornato di preziosi drappi» continua il La Sorsa «il Re fu ricevuto da numerosa schiera di autorità civili, militari ed ecclesiastiche e pose la prima pietra del Borgo: vi gettò sopra, con la cazzuola d’argento, un po’ di calce e alla presenza di tutto il popolo festante, volgendosi verso le campagne fiorite e gli orti verdeggianti nella dolce primavera, esclamò: ‘ne faremo una grande e bella città’».
La Sorsa, dunque, non fa alcun cenno alla ‘gemma’ menzionata dal Perotti ma ripete la frase sul futuro di Bari. Eppure egli sapeva che Perotti s’era inventato tutto. Nel 1919 il Poeta confessava candidamente che Murat non aveva mai detto quella frase tanto meno aveva gettato una ‘gemma’ nel blocco della prima pietra. Egli, poeta, si era concesso una licenza poetica! Perotti non solo si era immaginato il munifico gesto del Re ma aveva anche aggiunto la nota frase perché «così avrei detto io se fossi stato il Re».
Murat era una leggenda vivente e le leggende, a differenza delle verità che si perdono e muoiono, vivono per sempre.
Nacque così la leggenda della ‘prima casa’ fuori le mura, che non era la prima, e la leggenda della ‘gemma’ che non c’era. Non di meno «da quel giorno, Dies natalis novi Barii» scrive ancora Nicola Roncone «incominciò la vita della nuovissima Bari, che trovò il punto di forza nel nome di Gioacchino Murat, grande signore della Storia, in una mirabile proiezione che andrà ben oltre il Decennio napoleonico, attraverso la Restaurazione e fin oltre i Savoia. Anno dopo anno, decennio dopo decennio, Bari divenne quella che è, non smentendosi mai: è una città che ha saputo avvedutamente cogliere ogni minima circostanza emergente dal fluire degli eventi, non per egoismo ma per un elogiabile senso di civismo».
La costruzione della ‘prima’ casa nel borgo nuovo inizia nel 1816; l’anno successivo è abbattuta la prima delle tre porte cittadine, la ‘porta di mare’, e inizia la costruzione del primo edificio pubblico della città, il mercato coperto di Piazza del Ferrarese, odierna Sala Murat; il primo marzo 1819 il consiglio municipale delibera lo smantellamento della ‘porta del Castello’ «e nel 1820» annota ancora V.A. Melchiorre «venne spianata l’intera muraglia, dalla odierna Piazza Massari a Piazza del Ferrarese, e riempito il fossato antistante che rappresentava un costante pericolo per le persone, animali e vetture che frequentemente vi precipitavano».
Aria, luce, spazio finalmente. Soprattutto l’inizio di una nuova vita per i baresi. Un futuro foriero di nuovi traguardi economici, sociali e culturali attesi da 25 anni. La richiesta, la supplica del decurionato cittadino fatta a Ferdinando IV di far uscire Bari ‘fuori le mura’, si perde nella notte dei tempi. L’antica aspirazione fu appagata con una legge del 16 febbraio 1790. Il Re accordava al governo della città il permesso di costruire il ‘borgo nuovo’ «fuori dal di lei recinto attuale per l’estensione e il comodo della medesima popolazione». Purtroppo il buon Ferdinando «questo sovrano goffo e lazzarone» scriveva lo storico Giovanni La Cecilia biografo dei Borbone «che parlava solo in dialetto plebeo, il solo che seppe in tutta la vita, ed era già a sedici anni ghiottone, bevitore e non immune di altre sozzure» dimenticò di far seguire alla legge quelli che oggi chiamiamo ‘decreti attuativi’ e fra l’opposizione dei proprietari dei terreni, dei demani e di molti ordini religiosi, non se ne fece niente.
In compenso, quel Re ‘lazzarone’, reinsediato sul trono delle Due Sicilie con il nuovo titolo di Ferdinando I, non commetterà l’errore di abrogare tutte le leggi e i decreti di Murat, i cosiddetti Statuti Murattiani – una serie di norme di attuazione per facilitare le operazioni di assegnazione dei suoli – necessari per la costruzione del ‘nuovo borgo’.
Nel dicembre del 1954 la presunta prima casa della città nuova – un palazzo di due piani di proprietà di Giuseppe Barbone che per lunghi anni ha ospitato al piano terra il gran caffè La Sem – è abbattuta per farvi sorgere il primo ‘grattacielo’ di Bari. La lapide commemorativa è rimossa il 23 gennaio 1955. Durante i lavori di demolizione il sindaco Francesco Chieco farà presidiare il luogo dai vigili urbani per evitare che i soliti ignoti trafugassero la famosa ‘gemma’ di Murat. Ma nonostante le accurate ricerche, non sarà trovato nulla. Neppure la prima pietra. Anche la lapide, che oggi fa bella mostra di sé all’altezza del primo piano del grattacielo, non è l’originale: distrutta, si disse, non si sa in quale circostanza. In realtà, la lapide originale svanì nel nulla. Verrà ripristinata dall’Amministrazione guidata dal sindaco Gennaro Trisorio Liuzzi nel 1968, in occasione del centocinquantesimo anniversario della nascita della nuova Bari.
Tornato a Napoli, Gioacchino si riconcilia con il cognato e nell’ottobre del 1813 partecipa alla battaglia di Lipsia contro i prussiani. Sarà la seconda grande sconfitta militare di Napoleone e Murat questa volta defeziona. In seguito dirà «fino a quando ho creduto che Napoleone combattesse per la pace e la felicità della Francia, ho fatto della sua volontà la mia, ma vistolo in perpetua guerra, per amore dei miei stati me ne separo».
Abbandonato Napoleone e l’esercito francese, nel gennaio del 1814 Murat, nel tentativo di conservare il Regno, si allea con gli odiati austriaci e schiera l’esercito napoletano contro i francesi che si preparano ad invadere il suo Regno per restaurare i Borbone.
In fuga da un porto all’altro, Murat è infine catturato a Pizzo Calabro. Il 13 ottobre 1815 è di fronte al plotone di esecuzione. L’ultimo atto, l’ultimo respiro di Gioacchino è ancora una volta leggendario «coraggio ragazzi, mirate al cuore, salvate il volto». Ma nonostante la scarica di fucileria i soldati non riusciranno ad ucciderlo e il Comandante il plotone d’esecuzione sarà costretto a finirlo sparandogli due colpi in testa devastandogli il viso e gettando poi l’enorme corpo in una fossa comune.
Nella navata centrale della Chiesa di San Giorgio a Pizzo, c’è una lapide con una semplice iscrizione: «Qui è sepolto Re Gioacchino Murat».

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1 commento

  1. giovanni fanelli's Gravatargiovanni fanelli
    10 Luglio 2017 at 11:38 | Permalink

    Complimenti per l’articolo, purtroppo nessun riferimento al mio antenato Giuseppe Fanelli sindaco di bari dal 1812 al 1814.

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