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Bari, Dal vecchio al nuovo borgo, passeggiando nella città d’inizio ‘900

30 Lug 2010 | Nessun Commento | 5.291 Visite
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bari
Continua il viaggio dedicato alla storia di Bari, descritta dall’appassionato di storia e cultura barese Nicola Mascellaro che da più di trent’anni fotografa questa città e la racconta. Al suo attivo ha diverse pubblicazioni.  

Vi abbiamo girato intorno per diversi mesi. Abbiamo raccontato qualche aneddoto, pubblicato diverse immagini, ‘disegnato’ qualche personaggio; abbiamo parlato di ‘moti popolari’, di alluvioni ma, in definitiva, mai della città nell’ultimo decennio dell’Ottocento nei suoi molteplici aspetti: lo sviluppo del ‘nuovo borgo’, dell’entroterra, del risanamento della fascia costiera e di quella voglia di stupire, tutta barese, pur in contrasto con grandi sacche di miseria e degrado come denuncia la stampa dell’epoca… incuria, abbandono e sporcizia abbondano per colpevole inerzia del nostro Municipio. Non è possibile che un povero cristo non possa farsi una passeggiata senza dover tornare a casa coperto di polvere o completamente inzaccherato dalle strade fangose per la pioggia. Quando finirà questo sconcio?
Eccomi, allora, con un serio abito grigio, un cartellino ben visibile sul bavero della giacca con la scritta ‘guida’, a proporvi di visitare la nostra città.
Nel 1890 il ‘nuovo borgo’ di Bari è racchiuso in un quadrilatero fra via Manzoni, corso Vittorio Emanuele, via Cavour e via Nicolai. La città conta 66mila abitanti, sfoggia grandi arterie che richiamano alla mente i ‘boulevard’ parigini; è costellata da magnifici palazzi pubblici e privati della ricca borghesia latifondista ed è già centro commerciale, finanziario ed amministrativo di tutta la regione grazie alla ferrovia Adriatica e al ‘gran porto’. Mancano solo ‘inezie’ come l’acqua corrente, la rete fognante, la luce elettrica e la pavimentazione stradale per renderla degna di una città moderna… questa nostra bella città – si legge nelle cronache cittadine – non può pretendere di diventare ‘Regina delle Puglie’ se non copre le sue profonde lacune…
La prima lacuna è colmata il 25 aprile 1889 con l’appalto dei lavori per la pavimentazione stradale del centro murattiano iniziando da via Sparano… finalmente Bari comincia ad assumere l’aspetto di una città moderna… non più passeggiate avventurose in mezzo a strade con selciati in parte sabbiosi e in parte pietrosi percorse da centinaia di carri, carrozze e calessi che sollevano nubi di polvere dove spesso sono i bottegai che decidono come presentare le strade prospicienti le proprie case e botteghe, ma strade vere di una città vera degna del suo passato e di quel luminoso avvenire che l’industriosità delle sue genti ne ha fatto la Capitale commerciale delle Puglie.
Ma andiamo con ordine e cominciamo la visita della città dai giardini di piazza Garibaldi, l’unico polmone verde di Bari. Cinta, allora come oggi, da una cancellata in ferro, custodita da un guardiano, è sempre aperta tranne i pomeriggi nei quali il guardiano prolunga la pennichella.
Da piazza Garibaldi ci si avvia verso corso Vittorio Emanuele che insieme a piccoli, vecchi e maltenuti fabbricati, sfoggia anche il palazzo Fizzarotti – la cui costruzione è ferma al primo piano – palazzo Capriati e palazzo Diana sorto nel 1855. Dall’angolo di palazzo Diana si può ammirare il complesso delle imponenti costruzioni che ospitano il teatro Piccinni con annesso il Municipio, la Prefettura e il magnifico Corso Vittorio che si allarga iniziando dal monumento al compositore barese Niccolò Piccinni, inaugurato nel 1884 e… deturpato – si legge nelle cronache del tempo – dall’immensa e polverosa piazza Massari zeppa di centinaia di carri che a malapena lasciano intravedere il mare nelle cui vicinanze si affollano ‘maffiusi’ e donne d’innominabili costumi. In realtà, la zona tutta intorno al Castello, sede delle carceri di Bari, è in effetti malfamata e maltenuta, ma è anche un magnifico arenile che d’estate si affolla di bagnanti elegantemente ‘vestiti’ per il mare.
bariUn centinaio di metri dopo il teatro Piccinni, all’angolo di via Sparano, una pausa alla pasticceria Stoppani è d’obbligo. Locale alla moda, insieme al gran caffè Risorgimento, della ricca borghesia barese – latifondisti, commercianti, uomini d’affari, politici e di cultura insieme a qualche trombone squattrinato – s’incontrano, chiacchierano, stringono alleanze, discettano del più e del meno mentre le mogli, fra un sorbetto al limone e una cremolata, combinano o disfano matrimoni con i loro pettegolezzi. Attento ai particolari, nell’angolo più buio della pasticceria Stoppani, si nasconde l’occhio furbesco e la matita arguta del noto, temibile, nero-vestito Frate Menotti che schizza graffianti vignette per la rivista satirica Fra Melitone.
Dall’altro lato di corso Vittorio Emanuele, invece, quasi sotto la Prefettura, ecco la cassarmonica per il popolo amante del melodramma. Sul palco orchestrale si esibiscono, ogni giorno, bande popolari di vari centri della provincia la Banda del Presidio militare e la Banda della città per lunghi anni diretta dal Maestro Enrico Annoscia soprannominato ‘u Pupe de zzuccre’: alto, guance scavate, magro e dritto come un fuso. Un mucchio di ossa elegantemente vestite da giacche attillate, camicia bianca, colletto rigido inamidato e l’immancabile farfallino… bianco.
Dal caffè Stoppani a piazza Ferrarese, il ventre della città, il tratto è breve. La piazza, veramente grande, il mattino è così brulicante di popolo da sembrare un budello: non c’è barese che quotidianamente si privi del piacere di farvi una capatina. La piazza è come un moderno ipermercato. C’è di tutto. Nel porticato sulla sinistra, edificato nel 1818 demolito e poi ricostruito, ci sono botteghe di pizzicagnoli e salsamenteria. Di fronte, invece, praticamente sul mare, c’è il grande palazzo del mercato del pesce costruito nel 1840. Mercato e piazza sono sempre affollati da acquirenti e venditori ambulanti, pescatori con grandi cesti di cozze, vongole, allievi, ricci e polpi che arricciano nei loro caratteristici canestri di vimini sotto gli occhi dei vogliosi baresi da sempre ghiotti di frutti di mare.
Subito dopo, nelle stradine adiacenti, le decine di piccole botteghe artigiane che offrono vasellame in creta rustica o smaltata e poi sarti, tappezzieri e mercanti di stoffe. Ma la fucina artigianale è tutta intorno e nelle strade tortuose che si dipartono da piazza Mercantile: sono fabbri, bottai, arrotini, ombrellai, calzolai, falegnami, pastai, materassai e naturalmente maniscalchi. In fondo a piazza Ferrarese, invece, sotto via delle Mura – l’odierna via Venezia – c’è il mercato di frutta e verdura.
Lasciato il mercato ittico alle spalle, ecco l’ampio corso Cavour, collegato a piazza Ferrarese da un ampio spiazzo con il giardino Margherita e il ‘belvedere,’ un affaccio sul mare delimitato da una ringhiera. Il luogo non è molto salubre, ma i miasmi delle acque luride in una città senza fogna, erano tollerati. Dal ‘belvedere’, anche senza sporgersi, è possibile ammirare la muraglia lambita dal mare con la serpeggiante via delle Mura. Sotto al giardino Margherita, prima del mare aperto, un tratto di costa era stato riempito da un terrapieno, formando così l’odierno ‘n’dèrra la lanza’. Sul quel terrapieno c’è lo stabilimento balneare del ‘filoscene’ e, più in là, sull’odierno molo Sant’Antonio, una struttura in legno ospita il Kursaal Posillipo con annesso ristorante e cabaret.
D’estate, quella strada sconnessa e polverosa sulla muraglia, diventava un romantico luogo di aggregazione, lo ‘struscio’, di tanti, tantissimi baresi d’adozione che non avevano perso le abitudini dei piccoli centri di provincia. E’ un’immagine suggestiva: sembra quasi di vederli con i loro abiti ottocenteschi, sotto la luce gialla dei lampioni a gas, godersi la brezza del mare punteggiato da decine di barche dei pescatori con le lanterne accese.
Lasciata piazza Ferrarese il primo sguardo si posa sull’imponente costruzione della Camera di Commercio inaugurata nel 1889 quasi sul mare. Discosto dal tempio dei commercianti baresi, c’è un’altra enorme costruzione, edificata nel 1880 quasi interamente in ferro, chiamato appunto, Mercato in Ferro. Per la sua mole, l’edificio ospita spesso piccole fiere di bestiame, mostre di carri, carrozze, calessi e tutto il necessario per l’industria vitivinicola, base dell’economia provinciale.
Poi più nulla. L’enorme vuoto, dal mercato in ferro fino all’odierna via Cardassi, è occupato dalle grandi ruote dei funari (le mèst’a l’andrète), da diversi, piccoli teatri itineranti d’arte popolare napoletana, e da decine di carri e calessi in sosta.
Il lato destro di corso Cavour, invece, è già completamente abitato da piccoli fabbricati a uno, due piani oltre il piano stradale occupato da numerose botteghe che non solo occupano l’ampio marciapiede ma fanno della strada un’estensione delle loro attività. Alcuni calessi, come accade oggi con le autovetture, formano anche doppie e triple file, in attesa dei loro passeggeri impegnati nello shopping, o semplicemente per ferrare i cavalli.
bariAssistiamo, ormai da tempo in questa città – si legge ancora nelle cronache dei quotidiani – ad un indecoroso spettacolo: la più grande arteria di Bari è esposta al ludibrio dei commercianti e artigiani che in barba ad ogni ordinanza fanno di corso Cavour un letamaio. Assistiamo, ormai da tempo, alla comica pantomima di uomini barcollanti sulla saponata sdrucciolevole delle vie lastricate; signore trascinanti gli abiti malconci tra il fango, la melma è la belletta delle vie, che non ancora sopportano l’onorevole peso delle basole; di buche e pozzanghere che prendono le dimensioni di laghi; rivoli, anzi torrenti di acqua sporca, odorante di cime di rape e cavoli; monti di sudiciume moventesi tra le gambe degli infelicissimi passeggeri… ci sarebbe da riderne, come è vero Dio, se non fosse roba da piangere!
All’altezza dell’odierna via Beatillo è praticamente periferia. In fondo a corso Cavour si distingue appena il passaggio a livello della stazione costantemente intasato da decine di carri e calessi in attesa di attraversare il passaggio a livello del dazio per entrare o uscire dalla città… a quale santo bisogna rivolgersi per eliminare quello sconcio della barriera daziaria in fondo a corso Cavour? Perché non si rendono agibili e più scorrevoli l’estramurale e la strada per Carbonara? Non vedete che la città si sta espandendo verso l’interno piuttosto che sul mare?
E poi giù un elenco di servizi da migliorare specie in periferia : lo spazzamento delle strade, la raccolta delle acque luride, fossi e pozzanghere da riempire di brecciolina e il sempiterno problema delle alghe in decomposizione sotto al giardino Margherita.
Svoltando, dunque, per via Beatillo, subito dopo le vie Melo e Argiro, ecco l’enorme piazza d’Armi dove svetta come una cattedrale il grande palazzo del Liceo Reale, futura Università di Bari, ultimato nel 1885. Con il Liceo il grande slargo vuoto davanti diventa piazza Ateneo abbellita poi, nel 1889, da una grande vasca con fontana – è lì ancora oggi – da diversi alberi. Subito dopo la vasca, il Liceo è delimitato da una cinta in ferro. Il resto della piazza rimarrà spoglia e infestata dall’erbaccia fino al 1904 quando l’intera zona sarà bonificata per l’inaugurazione della statua equestre a re Umberto.
Giunti in via Sparano, lì, all’angolo fra piazza Ateneo e la più elegante delle vie cittadine, ci sono venditori di sgagliozze, di acqua fresca e di piccoli scranni in legno, con mezze sbarre di ghiaccio circondate di diverse boccette di liquidi colorati e giovinastri vocianti che invitano ad assaggiare l’intramontabile ‘grattamarianna’.
Così, ancora una volta ristorati, l’immaginaria guida e i suoi turisti, si accingono ad attraversare via Sparano, già centro commerciale e culturale della città. Alla numerosa clientela di eleganti negozi di tessuti e corredi da sposa, nel tardo pomeriggio davanti alla chiesa di San Ferdinando si dava convegno la borghesia colta cittadina nonostante gli sgradevoli residui del mercato alimentare mattutino.
Fin qui, dunque, la città visibile, l’itinerario urbano. Ma com’era la vita di tutti i giorni. Quale la condizione sociale della cittadinanza? Ecco un’altra perla dalle cronache dell’epoca… oggi siamo di fronte alla degenerazione ed alla violenza. La degenerazione del sentimento che è diventato esclusivamente senso. Nell’affetto che si è cambiato in funzione sessuale. La degenerazione della coscienza che considera la donna come puro e semplice stradivario del piacere. La degenerazione stessa della donna che subendo l’ambiente della corruzione, respinge come un periodo, come un’avaria, come una diminuzione delle sue risorse il fardello angoscioso della maternità. E poi la violenza che impera e si impone nelle sue cento ed esecrabili forme. La violenza sospingente alla conquista della ricchezza. La violenza che si connatura con l’avidità del lusso, passando sopra e traverso i corpi del proprio simile. La violenza, infine, che oscura il concetto dell’onestà, che sopprime la voce del sangue, che colloca il moloch dell’egoismo in alto, al di sopra della moralità e della vita. Se non fosse per la prosa si direbbe cronaca di ieri.

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