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         Direttore responsabile: Michele Traversa
Apprezzabile ‘Miseria e nobiltà’ andata in scena al Teatro Abeliano

3 Mar 2017 | Nessun Commento | 991 Visite
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“C’è una sola classe dell’umanità che tiene al denaro molto più dei ricchi: i poveri. Il povero non può tenere ad altro. Questa è la miseria di essere povero.” (Oscar Wilde)

1abeliano-250x151Cosa occorre per misurarsi con un’Opera immortale, un Classico, anzi il Classico per eccellenza della comicità, peraltro immortalato ad imperitura memoria in un film, interpretato dal più geniale attore comico che il suolo italico abbia mai generato, che tutti, ma proprio tutti, conoscono a memoria, al punto da aver fatto diventare tormentoni, intercalari popolari, frasi come “Vincenzo m’è padre a me” o “Ma chi le ha viste mai (600 mila lire)? No, dico chi le ha viste mai in contanti, perché noi adopriamo gli cheque, e lui lo sa: ogni cheque è così” o “Ma poi, vedendo che mio figlio piangeva la mattina, piangeva a mezzogiorno, piangeva la sera, piangeva la notte … – Piangeva sempre!” o “Io non faccio il cascamorto; se casco, casco morto per la fame” o “Qua si mangia pane e veleno – Pasqua’: qua si mangia solo veleno!” o “Stoscio facenn la vita de lu signore. Alla sera me ne vaco allu tabareno e me ne esco quando chiode! Mandame nu poco de solde, perché nun tengo nemmeno i soldi per pagare la lettera a lu scrivano ca me sta scrivenno la lettera presente!” o ancora il mitico “Sennò desisti!” (ed è meglio che ci fermiamo altrimenti potremmo continuare per delle ore)? È necessario avere tanto coraggio, certo, ma anche un’innata capacità di superare il mito stesso, guardando alla sua scrittura non come ad un intoccabile ed inalterabile simulacro ma piuttosto ad un modello da (re)interpretare secondo la propria ottica ed il proprio punto di vista, introducendovisi non come fosse un inviolabile tempio ma semmai un luogo di incontro e di vita, spalancandone porte e finestre, anzi finanche scoperchiandone il tetto ed abbattendone le pareti, per lasciare entrare nuova luce ed aria fresca ed, al contempo, eliminare la polvere accumulatasi. E quale modo migliore si può immaginare per una tale operazione se non quella di giocare, divertirsi, trastullarsi persino, con la leggenda, magari nel luogo principe di ogni gioco e dell’intrattenimento, vale a dire il teatro? Ebbene, se, come noi, nel nostro piccolo, crediamo, erano questi gli iniziali intenti della rilettura operata da Michele Sinisi e Francesco M. Asselta di “Miseria e nobiltà”, il capolavoro di Eduardo Scarpetta messo in scena dal Centro di Produzione Teatrale Elsinor e giunto al Teatro Abeliano nell’ambito dell’annuale rassegna dei Teatri di Bari per tre repliche sold out, allora l’impresa è senza alcun dubbio riuscita ed ha dato vita ad uno spettacolo coinvolgente, intelligente, ironico, impareggiabile lezione di metateatro che Sinisi dispensa con una regia che non ha alcun momento di stanca, divertente e commovente sino, in entrambi i casi, alle lacrime, meccanismo perfetto che consta di undici oliatissimi ingranaggi, undici magnifici pazzi scatenati che rispondono al nome di Diletta Acquaviva, Stefano Braschi, Gianni D’addario, Gianluca delle Fontane, Giulia Eugeni, Francesca Gabucci, Ciro Masella, Stefania Medri, Giuditta Mingucci, Donato Paternoster e dello stesso Sinisi, compagnia visibilmente molto affiatata che non si perde in umori reverenziali, affrontando la sacra scrittura partenopea con leggerezza, qualità raggiungibile solo se si ha piena coscienza dei propri mezzi, e che si affanna nel dar vita ad una miriade di personaggi, ognuno caratterizzato, in una caleidoscopica munificenza di idiomi e slang, dal proprio dialetto, innanzitutto (ça va sans dire) pugliese (andriese, foggiano, barese, e chi più ne ha più ne metta), marchigiano, emiliano, milanese, che entrano ed escono a loro piacimento – o a comando del loro pigmalione – dalla rappresentazione, ognuno dei quali, in un solo istante, è quello che è ed anche ciò che non è, che vuole o non vuole essere, giullari irriverenti spesso dimentichi del loro stesso destino, comparse che si inventano un ruolo di primattori illudendosi di poter eludere le loro umane miserie, bambini che sfuggono alla realtà rifugiandosi nel sogno ed, appunto, nel gioco. E crediamo sia per questo che lo stesso Sinisi, dopo averci introdotto in questa sorta di prova a porte aperte della pièce, si assegni il ruolo del piccolo Peppiniello (probabilmente in omaggio al Maestro Luca De Filippo che con questo ruolo inaugurò, a soli sette anni, la sua splendida carriera, troppo presto interrotta), che qui, prima di immolarsi esso stesso sull’altare della rappresentazione teatrale, donandosi al pubblico in una splendida immagine della Pietà michelangiolesca che è anche il più alto emblema della maternità strappata, diventa uno spettatore interessato, come il piccolo Salvatore in “Nuovo Cinema Paradiso” di Tornatore, ma anche un compiuto deus ex machina / regista / capocomico che, quasi fosse un novello Puck, muove, al pari del suo doppio shakespeariano, i fili della storia, dei personaggi e degli attori stessi, decidendo quando farli recitare, illuminandoli con un proiettore che sembra partire da una buca mobile di suggeritore (che solo alla fine sarà rivolto verso il pubblico, ormai anch’esso parte della rappresentazione) o facendoli salire su un enorme schermo srotolato che, tagliato in due, diviene passerella ai loro piedi o foglio su cui scrivere la nuova storia, come quando sospenderne la prova d’attore, testando la loro preparazione riguardo al testo affrontato, magari chiedendo ai due protagonisti, i superbi Masella e D’Addario, di dare vita alla famosa lettera, che avrebbe dovuto essere quella dettata dall’analfabeta al Totò scrivano che abbiamo sopra riportato (che leggenda vuole inventata dallo stesso Principe de Curtis, in quanto non presente nel testo teatrale) e che invece viene confusa con le altre famosissime lettere di “Totò, Peppino e la malafemmina” e persino – omaggio nell’omaggio in una serie infinita di rimandi – di “Non ci resta che piangere” del duo Troisi / Benigni, o per spostare a vista le giustamente povere quanto splendidamente efficaci scene di Federico Biancalani, o persino per cacciare chi non si dimostra in linea con il gioco. Lo spettacolo è assolutamente geniale per una serie infinita di input che qui è difficile anche solo elencare, come la scelta di far operare sempre nella cassa dei vestiti l’ottimo costumista / attore Gianluca delle Fontane, che sarà tanto il Marchese Ottavio “Bebè” Favetti quanto suo figlio Eugenio, o quella di far sovrastare la scena da un lampadario fatto di posate ed utensili da cucina, o quello di allargare a dismisura gli spaghetti della notissima scena facendoli servire da un cuoco / cameriere in giacca rossa come il più rosso dei sughi di pomodoro, o il fuoco con cui, in apertura, il regista tenta di accendere quelli che sembrano i resti di una carcassa (di animale o di uomo?); e poi si ride, tanto, di gusto, della fame, del tradimento, dell’abbandono, della miseria e della nobiltà, della vita e della morte. Sinisi scardina egregiamente la forma, libera le sue creature, le fa vivere fra palco e realtà esaltando i loro pregi e, soprattutto, i loro difetti, tutti seducenti, partendo da ciò che conosce non solo dei personaggi ma anche delle persone, per esaltarne contenuto ed estetica, senza mai rinunciare ad una genuina onestà intellettuale; la gente, così, fotografata in tutta la sua odierna povertà, diviene un’indistinta massa (che ricorda anche i “Brutti, sporchi e cattivi” del Maestro Ettore Scola) che ha trasformato la povertà di denaro e cibo in aridità dei rapporti umani, nell’impossibilità, se non incapacità, di godere delle proprie piccole gioie quotidiane (sublime, in tal senso, le urla dell’autore nei confronti della “tristona” Luisella), di essere felici di niente o anche – perchè no? – della felicità altrui, perpetuata in quel finale in cui torna ad imperare la voce di Antonio “Totò” de Curtis che afferma: “Torno nella miseria, però non mi lamento: mi basta di sapere che il pubblico è contento”; ebbene, se questo può bastare a Michele “Peppiniello” Sinisi, noi, per il tempo dello spettacolo, lo siamo stati. E molto.

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