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Anna Marchesini incanta il Teatro Petruzzelli: standing ovation per lei da parte del pubblico barese

12 Mar 2016 | Nessun Commento | 1.249 Visite
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amVoi cosa avete fatto nei giorni scorsi? Noi, per nostra somma fortuna, abbiamo fatto la conoscenza del professor Cirino Pascarella e della sua opaca esistenza, trascinatasi, non si sa bene come e perché, sino alla sua veneranda età ed, infine, sino ad una stanzetta dell’ultimo piano della Pensione Smeraldo, dove convive con la propria ormai annosa solitudine, prigioniero dell’armatura che egli stesso si è costruito per non essere colpito da emozione alcuna. Al di là di quella porta, di quel muro così drasticamente e scrupolosamente innalzato, di quell’universo in cui non è consentita esplorazione alcuna, si aggira la signora Olimpia, tenutaria della Pensione, in tutta la sua ingombrante maestosità matriarcale, enorme (a causa di una trasfusione sbagliata) vedova di esile marito schiacciato nel suo letto e nel suo riposo notturno da impreciso ed imprecisato peso (appare logico sospettare di incauto e maldestro movimento della moglie stessa), con gracile figlia al seguito, tale Marilda, ormai quarantenne, che ella ha aprioristicamente ed assai poco democraticamente deciso di far convogliare a nozze con l’inconsapevole ed incolpevole professore. Preme per entrare Olimpia, per abbattere le resistenze del professore, decisa a farsi sentire ed a piegare la volontà di quello alla sua. Tutto deciso, quindi, scontato e prevedibile? Non è detto, perchè, quando meno ce lo si aspetta, giunge “un imprevisto trascurabile, un tarlo, un insetto che si insinua sornione nella trama, si intrufola, si accomoda, si incista, si nutre al buio, fa la tana, corrode, si ingrassa, prolifica, crepa e deflagra sino a provocare il ribaltamento della trama e costringere la storia a riscrivere il finale”; nel nostro caso,am2 l’inaspettato e forse insperato accidentale contrattempo è determinato da una luce accesa nella casa di fronte che svela la prestante silhouette di un giovane. Nulla di trascendentale, dunque, ma quel nulla è tutto per Cirino. Cosa gli accada da quel momento, nessuno può dirlo: forse quell’immagine gli ha fatto imboccare a forte velocità una curva della memoria, svelandogli ciò che egli stesso avrebbe voluto e potuto essere; forse, più semplicemente, gli rivela un misterioso, scandaloso, inconfessato ed inconfessabile angolo segreto del proprio io, taciuto a tutti, finanche a se stesso, sino a crederlo dimenticato, che ora riesplode in tutta la sua deflagrante potenza; forse qualcos’altro, fatto sta che il professore in quella sagoma pulsante di vita (ri)troverà le pulsazioni della sua stessa vita, al punto che quando non si offrirà più alla sua vista, sparendo come un miraggio, deciderà egli stesso di sparire, avventurandosi in un viaggio in mare verso isole lontane, alla ricerca del giovane alla finestra o del giovane Cirino, della salvezza o della follia, non importa, ma finalmente vivo. Alla faccia di Olimpia e di Marilda.

Come abbiamo fatto, vi starete chiedendo, a conoscere così a fondo le vicende del professor Pascarella? Non abbiamo dovuto far altro che accomodarci su una delle comode poltrone del Teatro Petruzzelli di Bari per assistere al nuovo appuntamento dell’annuale cartellone del Teatro Pubblico Pugliese e lasciarci ipnotizzare da una delle più straordinarie illusioniste che ci sia mai capitato di incontrare: sì, perché Anna am3Marchesini, a nostro modesto parere, non può più propriamente dirsi esclusivamente un’attrice e nemmeno una moderna cantastorie, bensì, per l’appunto, una seducente maga, una divina incantatrice cui nulla è precluso; altrimenti non si spiegherebbe come mai una sola donna, sola, se si eccettua la presenza del trio Aire de Mar che sottolineava musicalmente dal vivo taluni passaggi, su quell’immenso palco ostinatamente ed irrimediabilmente spoglio ed oscuro, elegantemente bardata nel suo vestito bianco, quasi completamente coperta da un leggio anch’esso troppo grande, sia riuscita a regalarci emozioni che non dimenticheremo facilmente. Perché – che ci crediate o no – dopo pochi istanti di studio, noi abbiamo visto davvero paventarsi sulla scena tanto il professor Cirino quanto la matrona Olimpia e finanche la smilza Marilda; ne abbiamo avvertito le illusioni e le disillusioni, i sogni e le realtà, le speranze e le disperazioni, gli impeti e le repulsioni, le passioni e le depressioni: tutto questo e molto di più è apparso davanti ai nostri increduli occhi.

Merito certo dell’ottimo testo della stessa Marchesini, un racconto tratto dalla sua raccolta “Moscerine” che, invece, sembra sortito dalla magnifica “Antologia di Spoon River”, diventando la naturale prosecuzione delle sublimi parole dedicate a “George Gray”; è come se tutti i meravigliosi interrogativi contenuti nel capolavoro di Edgar Lee Masters abbiano trovato nuovo corpo ed, infine, risposta nel professor Cirino e, soprattutto, nella felicissima penna della Marchesini.

Eppure – non nascondiamocelo – quella scrittura così accattivante forse non ci avrebbeam4 catturato del tutto se non avessimo potuto godere della lettura della sua stessa creatrice: superba, splendida, unica, nient’affatto piegatasi ai tragici eventi e a quelle due orrende parole che si sono abbattute su di lei, ma, al contrario, realizzatasi in ogni piccola sfaccettatura, come se le cicatrici procurate dalla vita non fossero che feritoie da cui far entrare abbagliante luce, nella lettura della Marchesini c’è tutta la sua sublime Arte, dalla grande affabulatrice alla fine declamatrice, dall’attrice drammatica sino ai fasti dei tanti personaggi regalatici dalla stupenda stagione del mitico Trio con Lopez e Solenghi, che riappaiono – a tradimento – ogniqualvolta nel racconto si inserisce la signora Olimpia, suscitando nel pubblico la medesima ilarità di un tempo. Ma sono solo alcuni tasselli di un mosaico perfetto che non merita nulla di meno della diretta e personale visione, essendo impossibile affidare cotanta bellezza al nostro misero racconto; ogni parola, ogni sospiro, ogni singolo silenzio della Marchesini giungono alla platea come un dono di incommensurabile valore, a cui non si è potuto che rispondere – pur sapendo di non poterne reggere il confronto – con una lunghissima, emozionatissima, meritatissima standing ovation.

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