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“Amleto † Die Fortinbrasmaschine”: Roberto Latini raggiunge la perfezione al Teatro Palazzo di Bari

10 Dic 2016 | Nessun Commento | 1.220 Visite
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aTrovarsi di fronte ad un’opera d’arte, ad un assoluto capolavoro, dona sempre fortissime emozioni, ma talvolta disorienta, soprattutto se vi sono contenuti e talmente tanti riferimenti da rendere quasi (se non del tutto) impossibile riuscire a coglierli senza perderne alcuno.

Amleto † Die Fortinbrasmaschine”, lo spettacolo di e con Roberto Latini giunto al Teatro Palazzo di Bari per l’annuale stagione del Teatro Pubblico Pugliese, appartiene sembra ombra di dubbio a questa categoria, perfetto sotto ogni punto di vista, al punto che si può decidere di abbandonarsi alla bellezza estetica, grazie anche ai movimenti di scena di Marco Mencacci, ed all’arte recitativa ovvero di tentare di capire le decine di input che giungevano dal palco. Noi, nel nostro piccolo abbiamo provato ad accedere al secondo livello ed abbiamo raccolto, in ordine sparso ed indubbiamente impreciso, qualche stimolo, alcune chiavi di lettura, a partire da quel simbolo presente nel titolo che è un “più” quando indica l’unione di due opere magistrali quali l’Amleto shakespeariano e l’Hamletmaschine che Heiner Müller scrisse nel 1979, che qui, in questa “riscrittura della riscrittura”, realizzata da Latini con la complicità di Barbara Weigel, diviene la macchina di Fortebraccio, personaggio che giunge a chiudere il dramma ordinando che si compiano le cerimonie per il funerale dello sfortunato Principe e che dà il nome anche alla Compagnia teatrale impegnata, ma si trasforma in una croce richiamata in diversi elementi scenici, dalla disposizione dei microfoni alla spada (di Damocle?) che pende sulla testa del protagonista prima di essere da questi sguainata. Un protagonista che definiremmo riluttante, sin da quando, in apertura di piéce, confessa al pubblico di non essere Amleto, affermazione a cui crediamo, propensi a sentirlo più come il capocomico della Compagnia giunta nel castello del fratricida novello Re di Danimarca e, con tutta probabilità, da quel momento intrappolato in un circolo vizioso, in un cerchio senza inizio e senza fine, in cui è condannato a recitare per sempre lo stesso testo in cui confluiscono anche pezzi del Padrea2 Nostro in latino come della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, a ripetere in eterno gli assurdi personaggi di una vicenda che non gli appartiene, in cui niente è come sembra e nessuno è solo uno: sarà così (o almeno a noi è sembrato fosse) uno splendido attore della tradizione kabuki, un equilibrista, un disperato Rigoletto, opportunamente introdotto dall’aria “Cortigiani, vil razza dannata”, ovvero (forse) un mostruoso Loki, fratellastro per eccellenza, che suggellerà un amara quanto reale ed attuale considerazione sulla incomprensibilità della parola fraternità, sarà (in un suo doppio televisivo) il replicante del sublime finale del capolavoro di Ridley Scott Blade runner che con il suo “è tempo di morire” introdurrà il celeberrimo amletico monologo, sarà finanche un’infelice Ofelia, che nel culmine della sua follia si tramuterà in una Marilyn Monroe colta in un’incerta dedica musicale, sino a divenire Eduardo e Luca De Filippo alle prese con l’amato / odiato presepe di Casa Cupiello, di certo omaggio ai due Maestri del teatro italiano, che va a sommarsi ad un altro devoto saluto al Genio di Carmelo Bene, spesso citato con il suo mitico Hommelette for Hamlet, di cui di certo Latini è il più degno erede, anche e soprattutto per lo straordinario utilizzo della voce che, a nostra memoria, al momento non ha pari tra i suoi colleghi.

a3Solo sulla scena, coadiuvato, accarezzato, se non stimolato, dalle splendide architetture del suono di Gianluca Misiti e delle luci di Max Mugnai, Latini è l’attore per eccellenza, più che perfetto in ogni istante della performance, sublime affabulatore che, nel rapporto con il suo pubblico, sembra aver sposato proprio gli intenti del Principe danese nei confronti della sua fragile madre, svelati da Shakespeare nel terzo atto; così Latini sembra metterci davanti agli occhi uno specchio nel quale rimirare la parte più segreta di noi stessi, per poi torcerci il cuore, se è fatto di materia penetrabile e non ancora refrattario ad ogni sentimento, spaccandocelo in due e costringendoci a gettar via la parte d’esso guasta e viver più puri con l’altra. C’è un senso di compiuto ed, allo stesso tempo, di irrisolto nell’Opera di Latini, scevro dall’inutile bla bla che contraddistingue i nostri tempi ma anche indefinito, parole che sanno contenere – come detto – bellezza allo stato puro ma anche vertiginosa profondità, in un caleidoscopico ed interminabile scomporre e ricomporre che – noi speriamo – si prolunghi all’infinito.

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