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Allo stadio San Paolo: l’esperienza collettiva tra folclore, musica e scaramanzia

3 Mag 2011 | Nessun Commento | 3.076 Visite
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San Paolo
Guardate questa foto di Carlo Serino. Non è la semplice immagine di un tifoso che attende l’inizio di una partita di calcio, ma il frutto di una riflessione più ampia: una piccola figura davanti a un grande spazio, un’immagine che veicola idee archetipiche, profondissime, che ci hanno talora riempito di angoscia, come la figura del monaco in riva al mare nel famoso quadro di Caspar David Friedrich. Per carità, lungi da me il paragone tra il quotidiano spettacolo di una partita di calcio e quello sublime che richiama il quadro del grande pittore romantico, ma c’è qualcosa in comune tra lo sguardo del monaco perso nell’orizzonte del mare e lo sguardo di un uomo verso il prato verde, che va alla ricerca di un’emozione più grande di lui. Tutto questo per dire che ho capito da poco che gli stadi non contengono solo uomini che vanno a vedere altri uomini che giocano con un pallone, ma sono un condensato di emozioni, va detto, talvolta molto negative, giustamente stigmatizzate dall’opinione pubblica, tenute a bada dalle forze dell’ordine, ma la maggior parte delle volte così folgoranti da farci pensare a quel potenziale detonante che ha qualsiasi spettacolo del popolo.

Sono nato a Napoli trentacinque anni fa, ma non ho mai vissuto in questa città, che comunque amo. Ora che vivo a Bari, ho molte occasioni per vederla. Ne amo la teatralità, l’ironia, i paesaggi, i vicoli, ma soprattutto amo Napoli come città in cui emerge sempre il lato popolare, ma popolare non tanto nel senso di povero, di basso, quanto in quello di “non gerarchico”, di libero, carnevalesco, sorprendente. Non mi occupo di sport, né ho mai concepito il calcio come qualcosa che debba riempirmi la vita. Di solito non guardo le partite, ma mi informo sui risultati del Napoli come un turista sugli orari di apertura del museo.

Quest’anno tuttavia, i buoni risultati della mia squadra preferita sono cresciuti parallelamente al mio interesse, così ho deciso di andare a vedere Napoli-Genoa allo stadio San Paolo, nella curva del tifo partenopeo, e ho vissuto un’esperienza davvero ricca, un tuffo nella cultura popolare napoletana. Certo, si aggiravano vicino alle ringhiere certi figuri a cui io non saprei cosa dire se mi obbligassero a berci un caffè, però il terreno comune era caratterizzato da un fair play di antica data tra le due tifoserie, le quali, e io non credevo alle mie orecchie, intonavano talvolta cori di incoraggiamento alla squadra avversaria: eh sì, in questo spazio napoletano non è un problema tifare il Genoa ed esporsi con fasce della squadra ligure.

Nella cornice del San Paolo ci si sente un po’ come monaci in riva al mare: il campo sembra molto più grande di quello degli altri stadi, lo si guarda dall’alto con un senso di sperduto timore, di imminente emozione, ma gli spalti sono così gremiti da sembrare mobili. Il cicerone e dj del posto, tale Daniele “Decibel” Bellini, prende in mano il microfono al centro del campo, e prima che inizi la partita trasforma gli spalti in una discoteca: anni fa Maradona palleggiava riscaldandosi guidato dalla musica di questo intermezzo. I tifosi ingoiano velocemente i loro panini (alla parmigiana di melanzane, alla frittata, alla salsiccia e i friarièlli) e si mettono a danzare dalla loro stretta postazione. Poi accendono luci, alzano sciarpe azzurre, telefonano ai parenti, mostrano coroncine blu, intonano cori e canti, danno istruzioni ad alcuni coraggiosi “alpinisti” che si arrampicano per appendere striscioni lunghi quaranta metri. La curva sembra un’onda. Un’onda nel mare azzurro dove si aggira, con agilissimi slalom, il “coca-cola” di turno (notate la sineddoche popolare), cioè il venditore di bibite che, rosso come le boe che stanno al largo, distribuisce come un polipo schizoide bicchieri, monete di resto, gelati e bottigliette.

Non vi racconterò della partita, perché questo è compito di altri mezzi di informazione. Né potrei darvi un’idea, con le parole, di ciò che è successo quando il Napoli ha segnato il gol della vittoria negli ultimi dieci minuti. Ci provo: è un’emozione grande, che prende vita e si articola attraverso un improvviso momento di solidarietà collettiva, catartico come la comparsa del deus-ex-machina, per cui puoi anche cadere, ma c’è chi ti reggerà, puoi anche urlare sconvolto, e c’è chi urlerà più di te, puoi anche parlare lingue oscure per non farti capire, ma c’è chi ti capirà. Sono tornato a casa stanco e appagato, passando tra una macchina e l’altra mentre il “gazebo” fuori dallo stadio sfornava graffe e pizze fritte. Pensavo ancora, chissà perché, al quadro di Friedrich: ma no, che c’entra, poi mi son detto… lì il personaggio guardava il mare da solo!

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