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All’Abeliano di Bari il teatro in divenire di Enrico Lo Verso con le “Metamorfosi” di Ovidio

15 Mar 2018 | Nessun Commento | 950 Visite
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Enrico-Lo-Verso-MetamorfosiE nulla perisce nell’immenso universo, credete a me, ma ogni cosa cambia ed assume un aspetto nuovo. E nascere noi chiamiamo cominciare a essere una cosa che non si era, e morire cessare di essere la suddetta cosa. Anche se questo si trasferisce di là e quello di qua, il totale è sempre lo stesso. Sì, io credo che nulla conservi a nulla lo stesso aspetto. Tutto scorre, e ogni fenomeno ha forme errabonde.

C’è un prodigio che riesce solo a pochissimi Artisti tra i tanti (troppi, purtroppo) che decidono di cimentarsi nella – seppur ridotta – rilettura e trasposizione teatrale di un testo classico: affascinare, conquistare, ipnotizzare, avvincere ed ammaliare il pubblico al punto tale da fargli desiderare di riscoprire l’opera nella sua completezza ed in tutto il suo splendore, magari immaginando che a declamarla sia la stessa voce che ce ne ha fatto – nuovamente – innamorare. Questa operazione miracolosa era già perfettamente riuscita ad Alessandra Pizzi ed Enrico Lo Verso con la trascrizione del capolavoro pirandelliano “Uno, nessuno e centomila”, che continua a mietere successi in tutta Italia (non perdetevelo, se ancora vi volete bene) e di cui abbiamo già ampiamente detto su queste stesse telematiche pagine; con lo stesso emozionato favore dobbiamo oggi salutare la nuova avventura affrontata dalla regista e dall’attore alla riscoperta delle “Metamorfosi” di Ovidio, l’indiscusso capolavoro di quello che, con tutta probabilità, deve essere considerato il più visionario dei poeti latini, il cantore dell’amore che, forse per la prima volta nella letteratura classica, che si intreccia con la passione, che non rinuncia alla realizzazione di qualsivoglia desiderio, lasciandosi andare al magnetismo dell’immaginazione estetica, alla varietà ed alla mutevolezza di ogni forma morale e fisica, perseguendo l’incontro intimo con ogni specie di bellezza e di creatura vivente in cui può nascondersi una fonte inesauribile di piaceri.

L’universo di Ovidio non è né eroico né filosofico come quello di Lucrezio, di Virgilio, di Epicuro o di Orazio: per Ovidio tutto è immagine ed incessante scoperta; a lui, avulso dal potere politico, indifferente e prudente anche di fronte all’irresistibile ascesa di Cesare Augusto (ragion per cui ancora oggi ci si interroga sul suo forzato esilio sulle sponde del mar Nero), basta osservare, descrivere, raccontare l’amore con perfetto “realismo onirico”, in cui la realtà si confonde col sogno e la fantasia, l’umano col divino e col mito. E le “Metamorfosi” altro non sono che l’esternazione più alta di questa sua ricerca fisica e concettuale, la perfetta commistione tra le sue esperienze, vissute o anche solo immaginate ed agognate, e le favole ed i racconti che giungevano dalla Grecia e dall’Oriente, così da far finalmente apparire il nostro mondo come una terra magica e sconfinata, non immune da una – talvolta opprimente – ineluttabilità che permea di malinconia la vita degli esseri umani: un albero, una roccia, un lago, un fiore, un uccello, ogni cosa può celare ninfe, dei o semidei, una varietà infinite di forme di vita generata e dominata dai più elementari istinti primordiali; per dirla con Piero Bernardini Marzolla “il «divertirsi» di Ovidio, anche con i mezzi stilistici, non è leggerezza ma una forma di umanità. Le Metamorfosi sono in fondo un poema pervaso da una profonda tristezza; l’affermazione può apparire sorprendente a chi si lasci trasportare, peraltro giustamente, dalla vivacità dei toni e dei colori, dalla piacevolezza del racconto, ma lacrime copiose rigano dappertutto i volti dei personaggi e ogni trasformazione è un dramma più doloroso della morte vera, per la sua ambiguità, cioè perché non è né vita né morte. Alla rappresentazione ora più ora meno fredda, ma sempre partecipe, della sofferenza di chi perde la propria identità, il gioco condotto da Ovidio al livello degli slanci della fantasia e insieme del potere autonomo di suggestione dei mezzi stilistici, compreso quel mezzo che è la fluente sonorità, si affianca come gusto della vita ma anche, mettendo a nudo la «meccanicità» dei sentimenti e delle azioni, come un discreto sorridere sulle curiose e fantastiche cose che accadono al mondo, come una forma di saggezza”.

Con queste premesse, potrebbe apparire oltremodo semplice lasciarsi catturare da questo capolavoro, credendo di poterlo impunemente portare in scena: nulla di più sbagliato. Riscrivere e rappresentare un poema concepito e scritto più di duemila anni fa è ancora un’impresa titanica, occorre “sentire” Ovidio, ubbidirgli, avere l’urgenza di trasportarlo in questi nostri incerti tempi, in cui c’è anche chi impudicamente afferma di voler rinunciare al latino barattandolo con una manciata di voti elettorali (che, per fortuna, non ha ottenuto), di farlo entrare nella propria voce, di lanciare in un assonnato specchio d’acqua un amo che ci catturi o, forse meglio, un sasso che faccia alzare onde di entusiasmo. Ebbene, non vi è dubbio che al duo Pizzi / Lo Verso tutto questo sia perfettamente riuscito.

Nato per essere rappresentato esclusivamente per dieci repliche, il progetto “Metamorfosi – Altre storie oltre il mito”, prodotto dalla Ergo sum è, per sua stessa iniziale dichiarazione d’intenti, teatro in divenire, metamorfosi annunciata, godendo di estemporanei ospiti che, di volta in volta, rispondono alla chiamata; nelle repliche baresi, tenutesi in un affollatissimo Teatro Abeliano per l’annuale cartellone dei Teatri di Bari, ad esempio, abbiamo goduto della profonda lettura di Teresa Saponangelo, delle evoluzioni coreografiche di Marilena Martina e del commento musicale del gruppo Il Pianoforte che dipinge, da un’invenzione brevettata dagli stessi musicisti che rispondono al nome di Francesco Mancarella al pianoforte, Lorenzo Mancarella al clarinetto e Filippo “Bigbyps” Scrimeri al beatbox, nonché, naturalmente, della sublime interpretazione di Enrico Lo Verso. L’attore palermitano appare come un cantastorie, un trovatore che vaga per terre e paesi, e che, giunto sino alla piazza della nostra città (ecco il motivo – supponiamo – delle luminarie da festa di paese che delimitano l’essenziale scenografia), non chiede altro, prima di rimettersi sulla strada, di poter cantare dell’amore, della passione, della vita. Veicolato dall’efficace traduzione del bitontino professor Nicola Pice, Lo Verso entra in Ovidio, impadronendosi e, nello stesso momento, soggiacendo alla sua altissima poetica, di fatto operando una vera e propria metamorfosi, seduttore sedotto ed amante amato, perfettamente a suo agio con la difficile pagina, che riusciva a rendere in tutta la sua potenza, anche negli scarti e nelle svolte, rendendo oltremodo incisivo quel racconto che mutava a suo piacimento, ma sempre con una sensibilità fuori dal comune; i tempi perfetti della narrazione teatrale, invero già presenti nel testo, venivano esaltati dalla capacità dell’attore di entrare nei personaggi, di governare, ora con trasporto ora con distacco, il ritmo del racconto, di interpretare, anzi, di essere il mito.

Grazie a lui, alla Pizzi ed ai loro complici, pareva di veder rincorrersi sul palco Apollo e la ninfa Dafne mutata in alloro, o la ninfa Eco condannata ad echeggiare in eterno, o Narciso, innamorato di se stesso al punto da lasciarsi trasformare in un fiore a furia di specchiarsi, o Proserpina, vittima del ratto di Plutone, destinata a vivere per sei mesi all’anno negli inferi, o la ninfa Callisto, trasformata prima in orsa e poi in costellazione, o Aracne che, avendo osato sfidare Minerva nell’arte di tessere, è stata tramutata in ragno, o Dedalo ed il figlio Icaro ed il loro tragico volo; per l’avverarsi dello strano sortilegio di cui dicevamo in apertura, ecco che la vertigine della marea mitica catturava il pubblico e lo trasportava tra cielo e terra, passato e presente, realtà e favola, storia e mito, con il cantore che, lungi dal voler lasciarsi andare a profezie e rivelazioni, non ha timore di sottoporsi ad un continuo mutamento, ad una infinita metamorfosi, pur di farsi accurato strumento, abile mezzo per portare sino a noi l’eco di voci che possono apparire lontane ma, al contrario, ci sono prossime, che hanno fatto – ed ancora fanno – dell’amore, della bellezza e dell’incanto la loro sola musa, la loro passione inesauribile.

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