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Alex Terlizzi si racconta ad LSDmagazine e presenta “It’s a special day”

28 Feb 2013 | Nessun Commento | 2.477 Visite
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Alex Terlizzi
Piccola Eldorado per l’industria discografica, nell’ultimo decennio la Puglia ha sfornato musicisti in rapida successione. Una ristretta cerchia è riuscita ad entrare nel giro che conta, mentre una vasta schiera non ha raggiunto un’audience estesa. Restano nebulosi i criteri che determinano il successo di un artista. Non c’è una chiave di lettura intellegibile per spiegare il fenomeno, ma se fosse possibile stilare una classifica solo sulle qualità espresse da ogni singolo autore, parecchi “non famosi” risalirebbero le posizioni ai danni dei “big”.
Introverso e indifferente ai dettami del marketing, Alex Terlizzi appartiene a quel cosmo di musicisti pugliesi dal potenziale ancora tutto da esplorare. Le sue notevoli doti artistiche sono palesate dai suoi due album, pubblicati a sei anni l’uno dall’altro, in un ambito estraneo ai territori indie e distante dalle logiche del mainstream. Trentatré anni, barlettano, il maestro Terlizzi conta importanti duetti e ambite collaborazioni. Cantante, pianista e polistrumentista, nonché compositore, arrangiatore ed esperto in hard disk recording ha diviso il palco con Mario Biondi, ha improvvisato con jazzisti di primo livello e ha inciso il suo ultimo It’s a special day unendo il mood black degli anni settanta con le atmosfere di Ennio Morricone (esplicitamente omaggiato con la cover de Il mio nome è nessuno). Il suo autorevole e ineffabile pop-jazz è al centro dell’intervista rilasciata per LSD magazine.

Alex, a chi è rivolto il tuo ultimo album “It’s a special day”? A chi vorresti raccomandarlo?

A tutti gli appassionati di musica! Sicuramente agli amanti della buona “vecchia” musica soul & funky-jazz. Molti a cui faccio ascoltare i miei brani dicono che a tratti ricordo gli Eart Wind & Fire del periodo d’oro influenzati dai saliscendi vocali di Bobby McFerrin. Il tutto poi, riproposto con testi in italiano oltre che in inglese. Gli arrangiamenti sia strumentali che vocali, richiamano anche le mia passione per il jazz. Kurt Elling, uno dei migliori interpreti jazz contemporanei, ha fortemente influenzato la mia vocalità e i miei studi più recenti.

Sei un polistrumentista, ma per le incisioni del tuo album hai chiamato altri musicisti?

Mi sono avvalso della collaborazione di importanti strumentisti pugliesi come Pino Santoniccolo (basso), Emanuele Paradiso (chitarra), Dario Di Lecce (contrabbasso), Gianni Lanotte (batteria), Giuseppe Daleno (chitarra) e Giuseppe Doronzo (sassofono) che hanno impreziosito i miei arrangiamenti col loro talento e il loro apporto creativo. Ma fondamentalmente mi sono rapportato in maniera diretta con ogni strumento: mi sono cimentato a suonare il  basso, le chitarre, piccole percussioni e nella prima traccia ho anche azzardato una traccia di batteria!
La Nujazz Record, etichetta pugliese, mi è venuta incontro assistendomi nell’aspetto editoriale e di pubblicazione digitale e fisica. Avere i propri brani su iTunes o Napster, e su supporto fisico, dà grande soddisfazione. Ma ho curato personalmente il mix e il mastering finale.

Descrivici il tuo approccio alla musica.

Tutto è cominciato con lo studio del pianoforte, che ha sempre catalizzato la mia attenzione. Nel ’94 ho preso lezioni di musica moderna da Michelangelo Decorato (organizzatore del Barletta Jazz Festival) e grazie a lui ho appreso le basi del jazz. Dal ’97 ho continuato da autodidatta. Più tardi è iniziata questa passione-attrazione per la voce: i primi cori nelle band, qualche parte da solista e poi, spinto dal voler superare i miei “limiti baritonali”, nel 2005 ho deciso di lasciarmi guidare dalla maestra Paola Arnesano. Lei è tra le migliori interpreti e improvvisatrici del panorama nazionale jazz e, oltre ad aver ottenuto prestigiosi premi, ha collaborato con big del genere – come Franco Cerri, Fabrizio Bosso, Roberto Gatto e Dado Moroni – e con voci pop come Carmen Consoli e Antonella Ruggiero. Nel biennio 2010-12 ho ripreso lo studio del piano con Bruno Montrone, un talento di soli 25 anni che da qualche tempo si è trasferito a Londra per partecipare ad importanti concerti jazz.

terlizziMa in mezzo a tutto questo studiare hai avuto modo di metterti alla prova con “Anima”, il tuo debut album del 2006, autoprodotto con maniacale perizia.

Sì, è stato un lavoro che mi ha portato buoni feedback. Ricordo ad esempio un’ottima recensione apparsa sulla rivista Digital Music. Per la diffusione di Anima (che alternava inediti e cover) ho deciso di non affidarmi alle incognite dettate dalla lotteria della spedizione dei demo ad etichette più o meno blasonate o a talent scout. Così ho fatto tutto da solo. La musica non è solo affarismo: è passione e vocazione. Mi sento realizzato quando riesco a convertire in note le mie emozioni, i miei pensieri, la mia voglia di sperimentare, di gioire e amare. Mi sento appagato quando riesco a suscitare curiosità, quando capisco di aver mosso delle energie positive, che in un modo o nell’altro tornano a me per essere “riconvertite” in nuove idee per i brani. Le vendite hanno importanza relativa. Anima è stato il banco di prova che mi ha permesso di esplorare meglio la mia parte creativa. E’ un disco che condensa diversi generi, dal pop, al rock melodico, dalla seventy dance al funk e al jazz. A risentirlo oggi mi sembra un progetto eterogeneo, ma all’epoca desideravo raccontare qualcosa e l’ho fatto senza dover bussare ad alcuna porta.
Indimenticabile, poi, è l’apprezzamento che mi ha mosso Mario Biondi. Mi ha telefonato, piuttosto stupito, perché voleva sapere se ero l’autore di Giò (traccia del disco Anima, ndt).

Mario Bondi è una star internazionale, come vi siete conosciuti?

Ci siamo scambiati materiale, ho “provinato” per lui cover e inediti che sentiva adatti alla mia vocalità. Durante la sessione di registrazione del suo album If, ero con lui a Roma al Forum Studio. Mi contattò perché voleva registrare la mia voce. Voleva che usassi il mio falsetto in un duetto con lui (l’idea originale di Mario era di contattare Philip Bailey degli Earth, Wind & Fire). Effettivamente ho inciso delle parti in un brano, ma poi sono sorti problemi con la produzione, lui ha cambiato casa discografica e alla fine il pezzo è stato completamente rivisto.
Con Mario c’è un legame forte: non potrò mai dimenticare quando mi ha chiamato sul palco durante la tappa leccese del Mario Biondi Tour 2008 e quando nel 2010 mi ha invitato a Reggio Emilia per il private party del suo compleanno. C’erano molti artisti e personaggi della musica, dagli Incognito a Fio Zanotti (arrangiatore di Adriano Celentano), e sul punto di spegnere le candeline Mario ha annunciato a sorpresa: “Permettetemi di farmi un piccolo regalo. Per questo momento vorrei ascoltare Reasons (degli Earth, Wind & Fire, ndt) cantata da Alex Terlizzi”. E’ stato un immenso onore.

Altre collaborazioni?

Dal vivo ho suonato o cantato con Wendy Lewis (voce nella versione re-mix di Altomare della Bertè, nonché corista di Mario Biondi), Dailù Miller (interprete blues e soul americana), Jerry Popolo (sassofonista jazz, nonché tournista in orchestre Rai e Mediaset), Ronnie Jones (voce black di Boston) e Mario Rosini (2° classificato a Sanremo 2004).
In studio, ho avuto l’onore di collaborare con Orlando Johnson (fratello del famoso cantante “Wess” Johnson) e Nerio “Papik” Poggi (co-compositore e arrangiatore di M. Biondi). In particolare col maestro Poggi ho partecipato al featuring di un brano So hurt inside, trasmesso anche sulla radio BBC londinese.

Sono passati sei anni tra la pubblicazione del tuo primo disco e “It’s a special day”. Cos’hai fatto in tutto questo tempo?

Non sono un compositore “a comando”, lascio che sia sempre l’ispirazione a spronarmi. Vivo di musica, ma non posso trascurare gli impegni del quotidiano. Mi occupo dei miei progetti compositivi “nei ritagli dei ritagli” di tempo e cerco sempre di mantenere un equilibrio in tutto, evitando di vincolarmi in progetti di cover band o impegnando tutto il tempo a fissare lezioni private (Alex insegna pianoforte e canto in una scuola privata, ndt). Mi accontento di quel poco che mi basta per vivere una vita semplice. Serenità e fede ricoprono grande importanza per me. La frenesia di questa società ci ha fatto perdere di vista l’essenza del vivere. Questo ed altri aspetti si evincono in alcuni testi del nuovo album, composizioni nate ed ispirate da eventi accaduti in questo lungo lasso di tempo, fissate su provini poi perfezionati nel tempo. Gli arrangiamenti, la scelta dei suoni, sono il frutto di molti mesi di lavoro, prove, sperimentazione e ricerca armonica “certosina”. L’obiettivo è stato quello di realizzare un prodotto musicale non scontato e neanche banale. Nel raggiungere questo obbiettivo mi ha aiutato molto il jazz e l’utilizzo della voce intesa anche come strumento musicale: la voce ad esempio che simula la batteria (beat-box), una tromba, una chitarra elettrica o che ripropone cori polifonici. Il tutto senza mettere da parte le mie influenze pop-soul e funk. A livello “energetico” ne risentono anche le sonorità, gli arrangiamenti e l’uso della voce. La title track, It’s a special day, non fa riferimento ad un giorno speciale della mia vita, ma al fatto che ognuno di noi può rendere speciale ogni singolo giorno, anche solo con un sorriso.

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