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Alejandro Jodorowsky a Bari: “Ho fatto della mia arte una terapia sociale”

2 Mag 2013 | Nessun Commento | 4.142 Visite
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Alejandro Jodorowsky
Grande affabulatore, alchimista o forse mago, ma soprattutto medico. Di se stesso, a beneficio della collettività.
E’ la suggestione che si ricava dopo aver incontrato e ascoltato Alejandro Jodorowsky.
La sua tre giorni barese, promossa e realizzata dall’associazione di promozione sociale Noesis con il patrocinio del Comune di Bari e in partnership con Plays,è iniziata con la visita alla Mediateca Regionale Pugliese che da una settimana ospita Panic Jodorowsky, la rassegna che raccoglie tutta la sua filmografia (proseguirà fino al 3 maggio con la possibilità, come sempre, di rivedere successivamente le proiezioni in forma privata).
Con la presidente dell’Apulia Film CommissionAntonella Gaeta, Jodorowsky ha raccontato i suoi sessant’anni di attività inaugurati a Parigi con il PanicMovement in compagnia di Arrabal e Topor e proseguiti scrivendo pantomime per Marcel Marceau. Una pantomima è anche il primo cortometraggio La cravate da cui, fin da subito, è chiaroil proposito di cinema visionario, evocativo e soprattutto rivoluzionario, impegnato nell’arricchire il pubblico, rendendolo meno schiavo di schemi mentali precostituiti. Per la prima volta Jodorowsky ha parlato del suo ultimo film, La danza de la realidad, in anteprima al prossimo Festival di Cannes, e ispirato all’omonimo libro La danza della realtà e a Il figlio del giovedì nero, ugualmente autobiografico. “Un film che ambisce a perdere denaro– dice l’artista cileno – (l’investimento prevedeva 5 milioni di dollari e ne sono stati recuperati 3, ndr), perché la malattia del cinema è quella di guadagnare, ma volevo che il mio lavoro fosse libero, non commerciale e infatti non ha avuto nessun tipo di promozione finora. Questo film mette in scena il problema con mio padre e la mia famiglia con l’ambizione di risolverlo definitivamente, mavorrei fosse inteso come una grande terapia sociale”.
“Un’arte che cura” è anche il titolo scelto per l’incontro pubblico di martedì sera (30 aprile) allo Showville dove assieme agli aneddoti, storie private e barzellette – “da intendere quest’ultime, dice Jodorowsky – sempre come profonde e sacre”, l’artista ha tenuto una vera e propria lezione di vita.
Una montagna russa su cui sono salite le oltre settecento persone in sala e a cui Jodorowsky, accompagnato dal traduttore, poeta e studioso di psico-bio-genealogia Antonio Bertoli, ha regalato il frutto del suo girovagare il mondo, incontrando filosofi del calibro di Georges IvanovičGurdjieff, sciamani e maestri zen. Da ciascuno di loro, unitamente ai testi sacri di tutte le religioni, ha attinto riflessioni e intuizioni fino a elaborare una propria concezione spirituale e del sé. Dalla Bibbia, per esempio, ha tratto l’idea che “tutto sta sempre cominciando” per cui occorre chiedersi continuamente “cosa voglio cominciare, qual è il mio scopo?” perché, e subito ci unisce una storia personale “anche a me fu detto una volta da un guaritore a New York, a cui mi ero rivolto per un problema di sudorazione eccessiva, che se non fossi stato capace di dirgli quale meta mi prefiggevo nella vita, lui non avrebbe potuto guarirmi”. Istrionico e vivace ha poi svelato il segreto per mantenersi giovani e arzilli (e occorre crederci perché nemmeno per un attimo ha dimostrato il peso dei suoi 84 anni). Occorre pensare, credere e dirsi di non avere età. Il corpo ubbidisce al cervello e dunque se è vero accettare che questo invecchi, per altro verso non bisogna porsi limiti mentali perché siamo semplicemente energia infinita. “Io per esempio, dice, ho una moglie più giovane di 41 anni”.
Il non avere età è il primo di altri tre dettami per raggiungere felicità e realizzazione: il secondo è non avere nome, perché ci lega a una storia, quella della famiglia e ci condiziona; il terzo è non avere definizione sessuale per slegarci dal giudizioin quanto invece l’anima è pura essenza e non ha genere, e in ultimo, il quarto, non avere nazionalità. Apparteniamo a un unico paese – dice Jodorowsky – che è Pangea dove dobbiamo vederci uniti agli altri, e dove tutti siamo costituiti da un insieme infinito di neuroni che ci rendono straordinari universi sconosciuti. In chiusura, una piccola dimostrazione della sua “terapia che cura”, la psicomagia. Ad alcuni dei presenti è stato chiesto quale fosse il proprio obiettivo nella vita spiegando che spesso quello a cui miriamo è ciò che la nostra famiglia d’origine non ci ha dato. E così a una ragazza che soffre di attacchi di depressione ha prescritto di girare per strada in costume da bagno con il corpo verniciato d’oro, a un’altra che teme continuamente di essere abbandonata di portare dolci ai bambini orfani una volta al mese per sei mesi e ancora a un artista che si sente “bloccato” di dare lezioni gratis della sua arte. Atti psicomagici che l’inconscio accetta – spiega il maestro – perché non fa distinzione tra metafora e realtà e soprattutto non ha morale e giudizio. “A volte, dice, il nostro essere al mondo è come esserefermi sul bordo di una piscina piena di coccodrilli. Abbiamo solo bisogno che qualcuno ci dia una spinta e poi incredibilmente scopriamo che abbiamo forza e coraggio per attraversarla, quella piscina. Dobbiamo solo darci il permesso di essere felici e tutto accade”.

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