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Al teatro Petruzzelli Wes Studi, Baricco ed Arciuli per “Frontiere”

3 Ott 2011 | Nessun Commento | 1.605 Visite
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Wes StudiNell’ambito della rassegna teatrale “FRONTIERE – La prima volta”, ideata da Oscar Iarussi , è andato in scena il terzo appuntamento serale con “ROSSO DI SERA” al teatro Petruzzelli di Bari. Lo spettacolo di venerdì 30 settembre rispettando sempre il fil rouge dell’intera manifestazione, avrebbe dovuto però concentrare la sua attenzione su di un dei tanti significati che si possono attribuire alla parola “frontiere” e forse anche il più tangibile e concreto, ovvero il concetto di confine ed al contempo scoperta. E quale avvenimento storico avoca nella mente di ognuno di noi tale immagine di scoperta e superamento di un confine, sia fisico che mentale,  se non la conquista dell’America da parte di Cristoforo Colombo? Ebbene si, ed infatti è stato proprio questo il tema con cui il presentatore Gino Castaldo ha esordito salendo sul palco innanzi ad una platea gremita in attesa dei personaggi in locandina preannunciati. Ma la rivelazione dell’esistenza di un nuovo continente ha dato luogo ad una nuova fase storica in cui imperialismo e colonialismo sfumarono tra loro confondendosi e generando quello che si può definire il più grande sterminio etnico della storia dell’umanità, perseguito dall’uomo bianco a danno dell’indiano “pelle rossa”.  Per introdurre il tema è stato previsto l’intervento dell’attore nativo americano, appartenente alla tribù Cherokee,  Wes Studi famoso per le sue innumerevoli interpretazioni cinematografiche a partire dal suo esordio in “Balla coi lupi” nel quale interpreta il guerriero pawnee diretto da Kevin Kostner, proseguendo con Magua ne “L’ultimo dei Mohicani”, e in fine Eytucan nel kolossal di James Cameron “Avatar” solo per citarne alcune. La lettura del testo “Io, attore nativo americano”, preceduta dall’esecuzione del pianista Emanuele Arciuli di due grandi compositori nativi americani contemporanei (Barbara Croall: “Mazhenaabikiniganing Aagawong – Inscription Rock”; John Adams: “Phrygian Gates”), non è stata altro che una descrizione del suo percorso formativo come attore e più in generale di uomo che per arrivare a realizzare se stesso ha dovuto superare diverse “frontiere” intese come ostacoli.  A fine di ciò una breve intervista ha permesso a tutti gli spettatori paganti di venire a conoscenza del luogo di residenza del suddetto attore e poco più, che andandosene si è portato via con se tutte quelle risposte, che sicuramente sarebbero state più interessanti da ascoltare, a domande certamente più pertinenti al tema della serata. Ma in fondo va così, è un vizio italiano e tipicamente del sud quello di cascare in riverenze eccessive causate da un’improvvisa emozione manco Wes Studi fosse un’apparizione!

Wes StudiQuindi tutti i Fort Laramie nel Montana, Fort Lyon in Colorado, o Fort Leavenworth in Kansas, come tantissimi altri, veri avamposti di frontiera dove il concetto di “ibrido” e nello stesso tempo di “netto” si fondono insieme per creare l’idea di confine non hanno avuto la minima importanza, quando invece sarebbe potuto essere un ottimo spunto per raccontare la storia di un popolo che la “frontiera” l’ha dovuta vivere due volte, prima come orizzonte/terra promessa e poi come confinati/emarginati. Ma lo show deve proseguire e allora accantonati i dubbi sulla pertinenza di tale intervento si va avanti ed a sorpresa torna sul palco Emanuele Arciuli con un altro pezzo di America in musica. Vinicio Capossela esegue “Dove siamo rimasti a terra Nutless”, fuori programma gradito. E poi finalmente è la volta di Alessandro Baricco, finalmente perché il suo intervento è l’unico della serata che ha un vero e proprio percorso logico, che appassiona e incuriosisce che coinvolge e fa sorridere. Partendo dal capolavoro e caposaldo della letteratura americana di Herman MelvilleMoby Dick” lo scrittore italiano si lancia una un’agevole e divertente descrizione di chi è l’americano oggi in cui tutte le sue affermazioni sono sostenute da testi con i loro rispettivi autori americani. Cosi ci sarà Ernest Hemingway a rappresentare il forte senso pratico americano, F. Scott Fitzgerald a raccontare il loro glamour e Kurt Vonnegut in rappresentanza di quell’humour drammatico che li contraddistingue. Ma sarà sempre lui il capitano Achab a raccontare nel miglior modo possibile la società americana, lui che sulla sua nave “Pequod” raccoglieva gente di ogni provenienza l’importante che fossero specializzati in qualcosa e pronti all’avventura. Ed in questo parallelismo tra libro e realtà, in cui persino il linguaggio di Melville è il risultato di una commistione di tanti linguaggi, sembra assurdo pensare che nella terra che accolse popoli dei più diversi, all’improvviso non furono più i benvenuti  proprio i suoi abitanti, quelli che lì ci vivevano da sempre.

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