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Al Teatro Petruzzelli la prima de “La Bohème” diretta da Ivan Stefanutti incanta per le scenografie

7 Nov 2015 | Nessun Commento | 1.403 Visite
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bLa Bohème ha un parlare suo speciale, un gergo

(Giacosa ed Illica)

È vero: la Musica ha un suo linguaggio che spesso, aggiungiamo noi, supera di gran lunga il potere della parola, riuscendo ad avere la più totale padronanza sulla nostra psiche, stimolandola, giocandoci, anzi – meglio – prendendosi gioco di lei. Capita spessissimo, e soprattutto nella Lirica: anche quando crediamo di essere stati catturati da una storia, dal potenziale che la stessa riesce ad esprimere, dobbiamo infine convenire che è stata la musica a riuscire, pur a nostra completa inconsapevolezza, ad insinuarsi sottopelle, nel più profondo dell’anima, dove resterà irrimediabilmente sopita, per poi riaffiorare quando la cercheremo ed esplodere in tutta la sua deflagrante potenza, spingendoci finanche alla commozione più evidente.

Non vi è dubbio che “La Bohème” di Giacomo Puccini sia indissolubilmente legata a chiunque vi ci sia avvicinato anche per una sola volta. Perché Bohème è molto più che una semplice Opera: è un pensiero, un palpito, un frammento del cuore. Ogniqualvolta si apre il sipario sul capolavoro di Puccini, siamo anche noi parte del libretto che Giuseppe Giacosa e Luigi Illica approntarono ispirandosi ad un romanzo di Henry Murger; siamo anche noi nella Parigi del 1830, siamo Rodolfo quando scalda la gelida manina della sconosciuta Mimì, condividiamo gli slanci e le paure di Schaunard, godiamob2 dell’allegria del Momus, viviamo con Marcello e Musetta la loro travagliata passione amorosa, sentiamo la stessa responsabilità di Rodolfo nel tentare di allontanare l’amata ammalata, piangiamo con Colline sulla sua vecchia zimarra, agonizziamo ed infine moriamo sul letto con Mimì. Insomma, nessuno può sottrarsi dall’affermare che, per dirla con Igor Stravinskij, “più invecchio e più mi convinco che Bohème è un capolavoro”, perché ad ogni nuovo ispirato e sognante incontro con il capolavoro pucciniano ci convinciamo sempre più – qualora ve ne fosse ancora bisogno – che il Maestro abbia composto per Bohème la musica perfetta, un’ipnotica melodia, una meraviglia che non ha mai smesso – e certamente non smetterà mai – di sorprenderci, di catturarci, di emozionarci.

Qualche anno fa, finalmente fieri della rinascita del nostro Politeama, avevamo descritto con parole a dir poco esaltate le rappresentazioni di Bohème inserite nel cartellone della Fondazione del Teatro Petruzzelli; oggi, purtroppo, non ci è concesso di salutare con la medesima positiva veemenza la tanto attesa nuova edizione andata in scena nelle scorse b3ore e che si è guadagnata la programmazione di ben otto recite. Non che non sia – chiariamoci – nel complesso un’operazione di pregio ma – è bene comunque dirlo – non tutti i tasselli del puzzle sono andati perfettamente al loro posto. Così, alla ‘solita’ più che convincente performance tanto dell’Orchestra del Teatro Petruzzelli diretta dall’impeccabile bacchetta di Maurizio Barbacini, quanto del Coro diretto da Franco Sebastiani e del Coro di voci bianche “Vox Juvenes” diretto da Emanuela Aymone, faceva eco una buona prova delle voci impegnate, dalla Mimì di Alessandra Marianelli al Rodolfo di Ivan Magrì, dal Marcello di Giorgio Caoduro alla Musetta di Francesca Dotto, dallo Schaunard di Julian Kim al Colline di Dario Russo, che però raramente riuscivano a toccare le corde dell’animo del numerosissimo pubblico presente, spesso non riuscendo a dare il giusto pathos ai personaggi.

Ma la più vistosa nota di demerito deve essere purtroppo ascritta alla regia di Ivan Stefanutti, in questa occasione dimostratasi didascalica, talvolta finanche troppo frettolosa, dimentica dei continui chiaroscuri disseminati nell’Opera pucciniana, che avrebbero dovuto esser più presenti e meglio rappresentati non solo all’esterno, con la fotografia di una Parigi quasi totalmente noir che richiamava alla memoria le splendide opere fotografiche di Robert Doisneau, ma anche e soprattutto all’interno, nell’intimo degli esseri umani interessati dalla tragedia; i protagonisti in particolar modo apparivano il più delle volte in preda a gesti meccanici (sintomatica in tal senso la scena in cui Mimìb4 perde i sensi nel primo atto), che non tradivano alcuna sorpresa o emozione e che, alla lunga, giungevano sino a destrutturare negativamente l’intera rappresentazione, mentre, di contro, le scene d’insieme risultavano sin troppo caotiche, ridondanti, finanche felliniane ma senza condividerne la magia. Assolutamente da incorniciare restano invece, oltre alle luci di Sandro Dal Pra, le scenografie, dello stesso Stefanutti, soprattutto nella celeberrima soffitta del I e del IV atto che qui sembra essersi trasformata in una serra, il luogo più adatto a fare da scenario alla drammatica storia della povera intagliatrice di fiori – essa stessa fior tra i fiori – Lucia, che tutti chiamano Mimì, che qui sboccerà, assieme all’amore per il suo Rodolfo, e poi, dopo brevissimo tempo, si consumerà, sfiorirà e definitivamente appassirà.

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