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Al Petruzzelli va in scena la pazzia della Lucia di Lammermoor di Donizetti

5 Nov 2017 | Nessun Commento | 725 Visite
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3346055_2301_luciabari_1“La pazzia di Lucia, questa pazzia garantita, è il soffio più sottile, più leggero, più aereo che si possa dare, e il più gelido, pure.” (Alberto Savinio in “Scatola sonora”)
Ci si potrebbe interrogare all’infinito, verosimilmente senza mai trovare risposte, su quali siano gli ingredienti per creare un capolavoro, un’eccellenza, un’opera che sia universalmente riconosciuta come un’inamovibile pietra miliare nella sua categoria.
Lucia di Lammermoor, ad esempio, non fu il primo grande successo del Maestro Gaetano Donizetti dopo il suo passaggio dal melodramma giocoso al genere ‘serio’, dato che tanto Anna Bolena nel 1830 e Lucrezia Borgia nel 1833 avevano conquistato il pubblico; eppure la sua Lucia aveva una marcia in più, un passo diverso, e questa forza fu immediatamente riconosciuta, ed ancora oggi le platee di tutto il mondo sono catturate dalle vicende che il librettista Salvadore Cammarano trasse dal celebre romanzo “The bride of Lammermoor“, in cui Walter Scott, ispirandosi alle lotte fra i seguaci di Guglielmo III d’Orange e quelli dell’ex re Giacomo II, raffigurò le vicende della famiglia Stair, gli Ashton, e di lord Rutherford, Edgardo di Ravenswood. In effetti, anche nella scelta del soggetto la Lucia di Donizetti non fu buona prima, dato che ci avevano già provato, con alterne fortune, Michele Carafa, Luigi Riesck, Ivar Frederik Bredal ed Alberto Mazzuccato, che ne trasse il maggior successo prima di essere di fatto dimenticato proprio a causa dell’Opera del compositore bergamasco, ultimata il 6 luglio 1935 (composta – si dice – in un solo mese) ed andata in scena per la prima assoluta al Real Teatro San Carlo di Napoli il 26 settembre. Nella stesura del libretto Cammarano seppe edulcorare il romanzo di Scott, tagliando le scene più cruente e selvagge e, soprattutto, eliminando del tutto il personaggio della madre di Lucia, avversa ad Edgargo e preda di passioni esasperate, donando allo scritto un taglio prettamente melodrammatico ed un inaspettato e singolare dinamismo, quest’ultimo dovuto anche alla decisione di dividere il libretto in due parti, la seconda delle quali suddivisa a sua volta in altre due, cosicché Donizetti fece corrispondere la prima parte dell’opera al primo atto e le altre due sezioni della seconda parte a due atti successivi. Ma può bastare questa felice intuizione del librettista a spiegare l’immutato ed immutabile successo della Lucia di Lammermoor? Non lo crediamo. Siamo più propensi a credere che il pubblico apprezzò – ed ancora apprezza – le qualità di una musica che, pur conservando l’essenza più tipica del melodramma romantico italiano, suonava assolutamente inedita, con un contesto vocale che non indulge mai, o quasi, a facilonerie e convenzionalismi, in perfetto equilibrio tra sentimenti sconvolgenti e melodie soavi, sconvolgente, tragica, spesso espressa attraverso lancinanti nenie, alla ricerca di un nuovo estatico linguaggio lirico, denso, con i suoi sfoghi e le sue disperazioni, di violento realismo. E, infine, vi è un aspetto umano che, a nostro modesto parere, non deve essere dimenticato: Donizetti morì cinquantunenne, nella sua città natale, in stato di demenza; ecco, forse il Maestro, mai come di fronte alla pazzia della sua Lucia, sapeva cosa stava scrivendo, affrontava una materia che inconsciamente non gli era affatto oscura e che lo metteva di fronte a fantasmi che già stavano funestando la sua esistenza, costringendolo ad avventurarsi in angoli segreti della sua mente geniale.
Tutto questo fa della Lucia di Lammermoor una delle più ispirate Opere, non solo dell’Ottocento operistico ma di ogni tempo, per carattere e stile, pregna di una commozione autentica, che si risolve tutta in limpidezza e linearità del canto, prima di divenire pura emozione. E la magia si è visibilmente ripetuta anche per questo allestimento della Fondazione Teatro delle Muse di Ancona e della Fondazione Teatro Massimo di Palermo inserito nel cartellone della Stagione 2017, che ormai volge al termine, della Fondazione Lirico Sinfonica Teatro Petruzzelli. La regia di Gilbert Deflo, di fatto anticipando la follia della protagonista, vero fulcro dell’intera trattazione, ha saggiamente immaginato che i nostri protagonisti vivessero in un mondo cupo, dark, oppresso da malefiche ma ancora sconosciute presenze, in cui i fasti e le gioie del passato, di cui sono esile parvenza le – presto interrotte – danze di giubilo, coreografate da Fredy Franzutti, per festeggiare il matrimonio, sembrano aver lasciato definitivamente il passo all’odio, al terrore ed all’oscurità; così è il nero a farla da padrone in tutta la scena e nei costumi, entrambi creati da William Orlandi, permettendo che le luci, realizzate da Roberto Venturi, solo di rado irrompano ad illuminare le tragiche vicende delle due famiglie in lotta e dei due amanti ostacolati, una sorta di novelli Giulietta e Romeo. È – crediamo – la giusta connotazione del dramma della giovane donna, anche se una maggior cura del regista nella prova dei suoi protagonisti non avrebbe di certo nuociuto alla rappresentazione ed avrebbe, ad esempio, evitato alla Lucia di Elena Mosuc, dotata di una tecnica vocale vicina alla perfezione ma risultata – almeno nell’incontro con l’eroina donizettiana – non del tutto convincente nella possibilità di emozionare e toccare le corde dell’anima, di muoversi sempre come fosse manovrata da invisibili fili, quasi fosse un burattino, scelta che avremmo – semmai – gradito solo nella scena della pazzia, o, ancora, al Raimondo di Mariano Buccino, pur bravissimo vocalmente, di restare immobile, quasi disinteressato se non indolente, durante il suicidio di Edgardo che si svolge davanti ai suoi occhi. Comprendendo che tali valutazioni registiche volessero dare maggior risalto alla splendida musica, ci siamo potuti abbeverare alla fonte del bel canto che aveva nel Lord Enrico Ashton di Christian Senn e, soprattutto, nel Sir Edgardo di Ravenswood di Ivan Magrì due sublimi rappresentanti, che incantavano ad ogni passaggio, meritandosi ovazioni a scena aperta, mentre l’Alisa di Elena Traversi ed il Normanno di Mauro Secci completavano un cast di alto livello, superbamente accompagnato dall’Orchestra, diretta con chiara capacità dalla bacchetta di Antonio Pirolli, e dal Coro, diretto da Fabrizio Cassi ed, a tratti, perfetto, del Teatro Petruzzelli.

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