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Al Petruzzelli di Bari, Carolyn Carlson ruba momenti di grazia all’universo con le sue “Short stories”

23 Nov 2018 | Nessun Commento | 522 Visite
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carolinGuarda il nostro mondo oggi! Cose materiali di cui non abbiamo bisogno, una tecnologia che è buona, ma che perseguita le nostre ore per trasformarle in denaro, fama e guadagni superficiali, in lotta per il potere. Abbiamo necessità della bellezza e dell’amore per sostenere i nostri desideri più intimi, per guarire la nostra esistenza. Abbiamo tutti un cuore e una mente da risanare, una guarigione che è possibile, che restituisca un’immaginazione ed una luce alla memoria e al sostegno dello spirito umano.Siamo tutti collegati insieme in questo mondo; siamo Natura, Sole, Acqua, Silenzio; siamo tutte quelle cose di cui non possiamo fare senza. A volte sono un albero che cresce nel cielo senza lamentarsi!” (Carolyn Carlson)

Gesti fuggevoli che, in un solo attimo, si imprimono nell’anima come fermoimmagine di un film in divenire, come fotografie di un libro immaginario, come istantanee rubate alla nostra stessa esistenza e dimenticate ad ingiallire in qualche cassetto che ora tornano a presentarsi ai nostri occhi più vivide ed intense che mai. La danza dinamicamente meditativa e spirituale di Carolyn Carlson, la sua poetica visiva, la sua ammaliante gestualità, perfetta miscellanea tra libertà d’espressione e forza improvvisativa, ormai non ci sono sconosciute, eppure ad ogni nuovo incontro non possiamo non registrare la nostra incapacità di restare freddi e distaccati spettatori di fronte all’Artista che ha, di fatto, mutato il percorso della danza contemporanea negli ultimi trent’anni. E la magia si è ripetuta nuovamente nei giorni scorsi quando la Compagnia della coreografa e ballerina nata in California da genitori finlandesi, ma ormai naturalizzata francese, ha fatto tappa a Bari per ben quattro repliche, inserite nella sezione danza della annuale Stagione della Fondazione del Teatro Petruzzelli, forte di un programma di tre coreografie “al femminile”, tre isole di rara bellezza, tre capolavori assoluti estratti dalle sue ormai celeberrime “Short stories”.

Alta, esile, eterea e fluttuante, la Carlson è apparsa sola sul palco del Politeama barese, pronta ad inondarlo con i movimenti sinuosi dettati da “Immersion”, la coreografia ideata e realizzata in omaggio alle metamorfosi dell’acqua, l’elemento naturale che preferisce, che ha fatto guadagnare alla danzatrice il titolo di eterna “water lady”, grazie alla sua ascetica interpretazione della insondabile forza vitale che ha generato la vita su questo mondo; mentre si muove, sulle musiche originali di Nicolas De Zorzi, con gesti rarefatti, armonici ed accuratiche esplodono in velocità improvvise, principalmente dovuti alle lunghe braccia che fendono e muovono lo spazio interagendo con oggetti primitivi, la ballerina ci appare come una splendida rabdomante, all’eterna ricerca della fluidità del liquido primordiale, tanto da trasformarsi essa stessa prima in goccia solitaria e cristallina, poi in pioggia, fino a divenire impetuoso nubifragio o, forse, definitivo diluvio, che giunge ad inondare tutto e tutti, salvo poi far nuovamente rinascere la vita dalla sua linfa.

Prima rappresentazione assoluta – una vera dichiarazione di affetto e stima di cui il Petruzzelli può fregiarsi – per la seconda coreografia in programma, “Wind women”, nata, anch’essa su musiche originali di Nicolas de Zorzi, nel 2011 come solo e qui affidata al duo – un tempo intercambiabile – di interpreti storiche, Céline Maufroid e Sara Simeoni, la partitura gestuale dedicata al vento ed al suo vigore primigenio, non inteso esclusivamente come agente atmosferico, ma, forse soprattutto, come l’alito vitale, il respiro umano che si (e ci) agita all’interno del nostro essere, e che, suggerendoci il senso del transitorio, del precario, dell’effimero di questa nostra esistenza, ci invita a seguirne il ritmo naturale, a fermarne l’attimo fuggente, come pare vogliano fare le danzatrici con le mani protese e le fluenti capigliature al vento, quasi a replicare il celebre dipinto di Picasso “La corsa”, prima di lasciarci andare ai lugubri fantasmi che ognuno di noi nasconde in sé; in questa nuova versione in “pas de deux”, il significato originario di descrizione della vita e dei diversi stati d’animo che l’attraversano viene finanche accentuato, soprattutto nei passaggi condivisi dalle protagoniste, quando l’una diventa l’altra, in una perfetta rappresentazione della gestualità voluta da quella danza contemporanea che è studio ed attrazione dell’altro, ricerca di simbiosi.

Mandala”, ultima coreografia della serata, è legata alla sua interprete, Sara Orselli, sin dalla data della sua creazione nel 2010, ed è riconducibile – con tutta probabilità – al momento più coinvolgente, dinamico ed ipnotico dello spettacolo, anche grazie alla splendida musica utilizzata, tratta da “Weather parts 3 & 1” di Michael Gordon, ed al geniale design luci di Freddy Bonneau; affascinata dalla compiutezza del cerchio, la Carlson muove da una suggestiva quanto intensa riflessione sulla teoria buddista zen che raffigura “l’ensō” come simbolo dell’universo ma anche del definitivo gesto artistico, e giunge sino a riferirsi agli agroglifi apparsi nei campi di grano, per riprodurre, attraverso la vita che pulsa, con flusso continuo ed organico, in un corpo racchiuso in un cono verticale di luce che gradualmente si espande, la sua manifestazione consequenziale del cosmo, avanzando la possibilità che nella forma geometrica sia custodito il mistero della creazione e vi si celino messaggi emessi da una forza dello spirito, provenienti da altrove o dalle stesse realtà che ci circondano, decodificabili solo da uno spirito che abbia raggiunto la piena libertà e, con essa, la totale perfezione.

Tre creazioni assolutamente meravigliose e che ben possono essere considerate la summa dell’evoluzione dello stile dell’étoile mondiale, scevro da gabbie accademiche, da imposizioni narrative e da mimesi didascaliche, alla perenne ricerca di un gesto poetico ed incorporeo che estrinsechi un pensiero interiore, puro e spirituale, consapevole che, per usare le sue stesse parole, “il Tempo, lo Spazio, la Forma e il Movimento perpetuo sono i mezzi necessari per creare un linguaggio grafico e poetico. Devi essere in contatto con il mondo, consapevole delle sue sofferenze, studiare le arti, la musica, la poesia, essere aperto agli altri e tutte queste esperienze ispireranno il tuo modo di danzare. Più la tua vita sarà ricca, più la tua danza sarà ricca. Un’artista deve avere una sola ossessione nella vita: toccare l’anima delle persone, rivelarne la parte poetica racchiusa in essi. Questa ricerca dell’invisibile ti aiuterà ad elevarti. Noi danzatori, rubiamo momenti di grazia all’universo.

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