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“Acta est fabula. Plaudite.”: la rilettura di Teresa Ludovico dell’Anfitrione di Plauto conquista il Kismet

1 Apr 2018 | Nessun Commento | 936 Visite
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anfitrionePossono convivere, nello stesso momento, tragedia e commedia, da un lato, e classicità ed originalità, dall’altro? In altre parole, è possibile sintetizzare in un’unica opera teatrale elementi così distanti senza tradire le aspettative ma, anche e soprattutto, senza lasciarsi andare a compromessi, conservandosi sempre fedeli alla linea che si è prefissati di seguire, se non, addirittura, di tracciare?

Non vi è dubbio che la sfida sia assolutamente stata vinta millenni or sono dal sommo Tito Maccio Plauto e dal suo “Anfitrione (Amphitruo)”, opera in cinque atti e un prologo, scritta dall’autore latino presumibilmente verso la metà del III secolo a.C. e probabilmente rappresentata nel 206 a.C., destinata a diventare il punto di riferimento per tutte le molteplici riscritture successive, pur dovendo, a tutt’oggi, ancora registrare parecchi aspetti oscuri nella sua genesi, a partire dall’anomalia dell’argomento mitologico, in un repertorio come quello plautino dominato da ambienti borghesi, ben fotografato dal famoso prologo affidato a Mercurio (“farò in modo che sia una commedia con un misto di tragedia”) con cui, di fatto, coniò il termine “tragicommedia”, richiamandosi all’assimilazione di elementi tragici in un contesto comico e creando dal nulla una inedita forma di drammaturgia, senza alcun dubbio precursora della commedia degli equivoci, che miscelava perfettamente il riso ed il pianto. A ben vedere, tutto è nuovo, originale e straordinariamente moderno nella commedia di Plauto, che, pur appartenendo al genere della “fabula palliata”, riusciva a inserire nell’ambientazione greca un gusto comico tutto italico, più consono ad un pubblico di massa, eterogeneo per cultura, provenienza sociale e sensibilità, che Plauto seppe assecondare ampliando notevolmente le parti cantate e ridanciane, ma introducendo una struttura aperta che non faceva appello ad alcuna illusione per sbalordire lo spettatore, dichiarando immediatamente gli scopi del gioco a cui il pubblico deve prendere parte, lasciandosi andare ad un ritmo frenetico, con battute sempre puntuali, dialoghi perfettamente incastrati e coordinati, che protraggono le situazioni comiche sino al limite.

Inedito è anche l’incontro tra un personaggio e il suo doppio, che Plauto, quasi fosse un improbabile antesignano della moderna psicanalisi, osserva ed esamina analiticamente, tanto sotto l’ottica della vis comica, con l’incontro tra Sosia e Mercurio, trasformatosi in Sosia, divenuto emblema dell’arroganza degli dei (e dei potenti in genere) che sfruttano ogni loro mezzo e capacità per gabbare gli esseri umani, quanto nei risvolti più drammatici, per lo più identificati con il personaggio di Anfitrione, talmente imprigionato nel proprio doppio da percepire precisamente, quando si sentirà abbandonato dai suoi affetti più cari, dalla moglie, dai servi e finanche dagli amici, la sensazione dell’identità derubata anche da un punto di vista sociale, come pater familias ma anche come autorevole cittadino, introducendo, in pratica, un ulteriore elemento di novità – se non addirittura alieno – nella poetica plautina, vale a dire l’introduzione di una vera e propria morale in quel teatro che lui stesso definì con il verbo “volvere”, trasformare, intuizione talmente importante da essere divenuta pietra miliare per il futuro, fino a far sì che i nomi dei due protagonisti, Anfitrione e Sosia, assumessero rispettivamente il significato di perfetto padrone di casa e di doppione, simile, copia.

La stessa sfida plautina ha animato la più recente fatica della regista e autrice – ma anche attrice – Teresa Ludovico, che alla costruzione originale ha aggiunto l’elemento della contemporaneità e dell’attualità, creando una struttura portante di sicuro effetto, giunta a Bari per una serie di repliche condivise dalle stagioni di prosa del Teatro Pubblico Pugliese nonché del Teatro Kismet e dei Teatri di Bari, tutte salutate da grande successo di pubblico. Immersi nello spazio scenico e nelle luci splendidamente creati da Vincent Longuemare, bardati negli appariscenti costumi di Cristina Bari e della stessa Ludovico, si muovono sei attori (Irene Grasso, Nuvoletta Lucarelli, in sostituzione della acciaccata Demi Licata, Michele Cipriani, Alessandro Lussiana, Michele Schiano Di Cola, Giovanni Serratore) ed un musicista (Michele Jamil Marzella), tutti straordinariamente bravi ed assolutamente convincenti in una messa in scena che ha tante frecce al proprio arco, riuscendo a cogliere aspetti dolci ed amari dell’Opera plautina, ben rispondendo ai dettami dell’autore che voleva fosse ben chiara l’insostenibile instabilità degli eventi (“questo è il destino che attende ciascun uomo nella vita, questo è quel che han voluto gli dei: che al piacere tenga subito dietro il dolore, che anzi un maggior male subito ci tormenti se per caso ci è toccato qualcosa di buono.”), con la resa comica però in maggiore evidenza ed esponenzialmente amplificata tanto dall’uso del dialetto partenopeo, con i personaggi che sembrano deridere e schernire tanta fiction che assilla le serate televisive di questi nostri barbari tempi, prima fra tutte la “Gomorra” creata (e poi abbandonata) da Roberto Saviano, quanto da una presenza scenica esplosiva, con gli attori che, attraversando gli specchi che affollano un palco che loro stessi occupano in ogni spazio, si muovono freneticamente, danzano, cantano, corrono e si rincorrono, quasi fossero tutti prede di una primordiale taranta, i cui ritmi ipnotici vengono dettati dai fiati suonati dal vivo da Marzella nei panni di un novello pifferaio magico o, meglio, di un dio Pan, incantatore suo malgrado.

Ne viene fuori una versione dinamica, agile, armoniosa, molto divertente, che entusiasma soprattutto il pubblico giovane (e questo non può che fare bene al teatro), ma che, però, non riesce – come ci chiedevamo in principio – ad essere estranea a compromessi, in quanto, per raggiungere i suoi scopi, non si “pigl scuorn” – direbbero i protagonisti – di far più che chiaro ricorso, se non riferimento, a già sperimentate tecniche e soluzioni drammaturgiche antiche e moderne, cosicché, all’occhio un po’ più esperto, non sfugge una certa percezione da dejà vu, la sensazione di essersi accomodati ad una tavola apparecchiata squisitamente ed in modo più che accattivante, di essere stati catturati da una cucina di altissima fattura, ma di avvertire sul palato, di tanto in tanto, un retrogusto di sapori già ampiamente degustati; chissà se anche questo faceva parte dell’infinito gioco plautino del doppio, come peraltro prescriveva l’aemulatio, che discendeva, per definizione, da una sorta di imitazione creativa. Comunque sia, questa è ben poca cosa – peraltro, come detto, sconosciuta ai più – se si confronta con la straordinaria capacità dell’esilarante rilettura della commedia plautina di riuscire, anche grazie ad un indovinatissimo intervento sul testo originale, a scatenare in ragazzi che vivono più di duemiladuecento anni dopo la sua creazione, un riso autentico e liberatorio. Quindi, come usava dire Plauto al termine di ogni sua commedia, “Acta est fabula. Plaudite”.

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