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Abruzzo: oltre l’ironia la sostanza

2 Set 2009 | Nessun Commento | 1.935 Visite
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AbruzzoContinua il reportage che tenta di raccontare oltre all’allegria e allo spirito di adeguamento, con cui i terremotati cercano di vivere il quotidiano, anche le speranze di una rapida ricostruzione e la diffidenza nei confronti della politica riguardo al versante “casette da consegnare…”  

Dall’Abruzzo sgretolato oggi si leva un grido possente che riecheggia il vecchio urlo del terremoto del 13 gennaio 1915 che rase al suolo Avezzano e i paesi limitrofi. Alla luce degli ultimi sviluppi pare che non s’impari mai dagli errori passati, infatti i problemi, che contrassegnarono il periodo post-terremoto del ‘15, legati alla ricostruzione economico-sociale, ai quali sopraggiunsero quelli di natura edilizia (riguardo la stesura dei piani regolatori e la speculazione sulle aree edificabili), rinnovano il loro epicentro di insana corsa all’edificabilità sempre qui in Abruzzo, solo più al nord, nel territorio aquilano.  

Giorno per giorno, gli abruzzesi, si sentirono e continuano negli anni a percepirsi come presi a braccetto dalla menzogna (nella costruzione di case, di edifici pubblici, chiese…) e dalla paura (per le fantomatiche promesse della ricostruzione). Ad alcune nostre curiosità un ingegnere civile risponde in sintesi così: “E’ molto probabile che mai nessun Governo pretenderà precauzioni tali nella costruzione di un edificio affinché quest’ultimo possa resistere a un terremoto di intensità pari per esempio a 6-7 gradi della scala Richter, perché sarebbe troppo oneroso per un caso (di tale intensità) che avrebbe maggiore probabilità di verificarsi ogni trecento anni circa. Quindi si reputa come soluzione migliore redigere normative che prevedano lavori di adeguamento da effettuare ogni cinquanta anni”. 

C’è chi come Bertolaso crede nella parità dei diritti sociali e nella trasparenza delle manovre.“Stiamo lavorando ad un piano di ricostruzione completa e di ristrutturazione pesante. 235mila euro su ogni conto corrente (al capo famiglia) di chi ha perso la casa affinché la possa far ricostruire a dovere” – queste le sue parole ormai sulla bocca di tutti con una buona dose di diffidenza. “Si tratta di un conto blindato a cui ogni capo famiglia potrà accedere soltanto dopo aver commissionato i lavori ad un’impresa, preferibilmente in territorio locale, e dopo aver ottenuto una serie di permessi che diano il via libera alla ricostruzione”. In molti, però, non credono alla celerità di questi meccanismi: “Questi sono solo discorsi astratti – risponde una cittadina di Pizzoli a Bertolaso in persona – io ho perso il lavoro, ho due figli che cresco da sola e mi sono dovuta trasferire dai miei genitori che pagano l’affitto. Che farà lo Stato per me? Quanto tempo si dovrà aspettare per vedere affiorare all’orizzonte i permessi necessari per la ricostruzione? E i moduli per l’assegnazione delle casette in legno serviranno a qualcosa? Nel frattempo ci metterete come i ratti dentro le gabbie, ovvero i container?”. Tutte perplessità, lecite, a cui i politici rispondono – balza alle orecchie senza bisogno di guardare – cercando di arrampicarsi su pareti scivolose. 

La speranza comune, tra i più e i meno giovani, è quella di non farsi cullare dalle false illusioni. “In molti non avremo diritto alla casette in legno – ci rivela Elsa che vive al campo di Pettino – perché non siamo componenti di famiglie numerose o indigenti, quindi già pensiamo o di costruircele da noi o di andare in affitto, a nostre spese, in altre città”. Con un pizzico di tristezza Tonino ci dice che soprattutto non vorrebbero “allontanarsi di 100 km per trovare casa!”. Ma se non ci sono case per tutti perché Berlusconi ha rifiutato maggiori aiuti dall’Estero? E perché non vengono usate anche le casette che già sono state donate? Infatti pare che la Provincia autonoma di Trento avesse pronte già da fine aprile cento casette in legno, tagliate, solo da montare e da posizionare, ma – dicono alcuni sfollati – non si sa di preciso che fine abbia fatto questa donazione prevista per Paganica. “E’ chiaro che il problema non riguarda dove mettere le case, ma la quantità e la politica che ci sta dietro”, ci confida un prete. La percezione comune fa perno sulla frase: “chi sta a dirigere la situazione vuole essere il primo a mettere i paletti, e non può permettere che un altro faccia bella figura più o prima di lui”.

E mentre il Premier italiano tenta, con le sue ennesime manovre, di portare l’attenzione su desideri effimeri come una crociera gratis o soggiorni in villaggi benessere, i ragazzi aquilani rispondono ancora una volta con un sonoro no indignato, perché ciò di cui si preoccupano loro è la sostanza: “i soldi andrebbero spesi per valorizzare il patrimonio de L’Aquila e per avviare la ricostruzione degli edifici senza permettere alcun tipo di dispersione. Con noi casca male – dichiarano a gran voce alcuni giovani pettinesi – se pensa che ci può dare il contentino per essere felici. Di cosa poi? Di andare a trastullarci, lontano dai nostri cari, con i soldi dello Stato? Non ha capito un tubo questo governante con la g minuscola”.

“Non vogliamo più promesse che non vengono rispettate –  ci dice Roberta –  e basta con le immagini del terremoto, vogliamo che si racconti la vita”. Quella combattiva di Elsa (laureata in Scienze politiche) che vive in tenda, lavora di mattina, fa volontariato di pomeriggio nel magazzino della Caritas e, a pranzo e a cena, nella mensa di Pettino. Quella di Rita, Maria, Concetta, Carla, Arnaldo, Luigi… 

Altrettanto battagliera è Alessia, un tipo peperino preciso e ben organizzato, studentessa di Giurisprudenza, che, insieme a mamma Marcella e a papà Gigino, a don Dante, a Tonino e a Lina e alla miriade di altri volontari, porta avanti la “Baracca” di Pettino. In genere gli incarichi fondamentali e ‘dilettevoli’ di tutti loro spaziano dalla gestione della mensa alla costruzione di staccionate, dall’accoglienza degli ospiti all’adornare i terreni con fiori e piante, dal “curare l’arredamento” delle tende (composto da beni di prima necessità come piccole stufe per la notte, condizionatori per il giorno, coperte, separé per non dimenticarsi di un minimo di intimità…) al redigere i turni per usufruire delle lavatrici e delle docce, dall’organizzare le attività pastorali alle serate, in compagnia di parenti e amici, passate in allegria con canti e danze…

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