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A Salerno “The Seventh Wave” di P. Greenaway, tra Shakespeare e videoarte

22 Dic 2012 | Nessun Commento | 1.713 Visite
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The Seventh WaveScroscia di fuori l’acqua dell’Irno, viatico torrentizio al percorso equoreo che ci attende all’interno di dismessa fornace, oggi compresa nel complesso teatrale Ex Salid di Salerno. Quella che un tempo fu dimora del fuoco diviene nell’allestimento di Peter Greenaway tempio dell’acqua, elemento fluido che avvolge in un percorso circolare (ellittico), contrappuntato da videoinstallazioni croscianti di spuma, tra l’alluso ululare del vento e l’evocato infuriare degli elementi.
Spaesati, sulle prime ci si prova a lasciar cullare dalle sensazioni, da ciò che induce suggestioni, disposti a lasciarsi trasportare su un cuscino d’acqua che ci sospinge nel cavo antro istoriato di onde giganti; abiti di scena alle pareti preannunciano cambi di scena dell’unico attore (Andrea Carraro), barbuto simulacro d’un lupo di mare che di lì a poco declinerà se stesso nel suo declamare.
Dopo aver navigato a vista e quasi in apnea, col vago sentore d’esser sommersi, vagando come pesci in chiuso recinto d’acquario, ci prende per mano l’uomo che pare testé sceso di tolda, si leva in piedi e comincia a inscenare il suo dire: tomi imbracciati (son forse imprestati dalla biblioteca di Prospero?), cita Coleridge, “La ballata del vecchio marinaio”, come ad introdurci al percorso, invitandoci, con ampio gesto della mano, ad affidarci alle onde e a fingerci burattini; egli passa poi ad indossare le vesti del Bardo, con tanto di colletto elisabettiano, e ancora racconta di acqua che sommerge corpi sommersi (è qui che, propriamente detta, emerge “La Tempesta” di Shakespeare nelle parole di Ariel).
Dipoi, indossata gialla cerata, è Ismaele in procinto d’imbarcarsi sul Pequod al seguito di Achab e della sua bianca ossessione.
Infine, serto d’alloro a far da corona e purpurea tunica indosso, è Dante Alighieri, che citando il suo trattato “Quaestio de aqua et terra”, decreta il primato naturale dell’acqua – il più nobile degli elementi – sulla terra dal punto di vista scientifico e filosofico. Ed è ancora l’Alighieri a concludere coi suoi versi, con la chiusa del Purgatorio, a sancire il ritorno a rinnovellata vita, ormai reso – in forza del valore purificatore dell’acqua d’Eunoè – “puro e disposto a salir le stelle”.
Nell’avvolgente liquore di un percorso iniziatico, il viaggio si compie attraverso un climax ascensionale, dall’abisso all’empireo stellato, un elevarsi in cui i corpi perdono progressivamente materia per diventar spirito ed essenza, trasportati leggeri nel fluido medium che li avvolge, metafora dell’elevazione spirituale dell’uomo mediante la forza creativa dell’arte.
Il connubio teatro/arte si consuma in mezz’ora suggestiva, in cui si dispensano brandelli di letteratura, legati tra loro da fluido liquore; si galleggia come in una bolla, senza la certezza d’essere stati ammaestrati ed edotti, ma con la sensazione d’essere stati stimolati a vagare, naufraghi lettori, fra isole remote dello scibile, dal quale cavare (o almeno provarci) un filo conduttore. È l’acqua, del cui primato rimaniamo informati, della cui forza creatrice rimaniamo invasi, delle cui molecole rimaniamo formati.

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