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A più di vent’anni dal film, Silvio Orlando torna “a scuola” ma lo fa a teatro: lo spettacolo al Petruzzelli

25 Mar 2016 | Nessun Commento | 884 Visite
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s3La strada, le piazze i giovani, gli studenti. Li avevo lasciati qualche anno fa … Sono molto cambiati, sono molto più belli. Le idee, sì, le idee sono cambiate, e i loro discorsi e il modo di vestire. Gli esseri meno, gli esseri non sono molto cambiati. Vanno ancora nelle aule di scuola a brucare un po’ di medicina, fettine di chimica, pezzetti di urbanistica con inserti di ecologia, a ore pressappoco regolari, ed esiste ancora il bar, tra un intervallo e l’altro.

(Giorgio Gaber da “C’è solo la strada”)

Ha proprio ragione – come sempre – il nostro Maestro: le giovani donne ed i giovani uomini classificati sotto il nome di alunni, sostanzialmente non cambiano mai. Certo, cambiano le leggi, le materie, i testi, i supporti, ma, in fin dei conti, quella sterminata tribù rimane sempre fedele a se stessa, imperturbabile, inamovibile, resistente ai secoli. Devono averlo pensato anche Daniele Luchetti e Silvio Orlando quando hanno deciso di riportare in scena, dopo oltre vent’anni, “La scuola”, la pièce teatrale, tratta da quel capolavoro della letteratura di casa nostra che era ed è ancora “Sottobanco” di Domenico Starnone, che fece la sua prima apparizione sui palcoscenici italiani nel lontano 1992. Quel che accadde dopo è storia: lo spettacolo ebbe un tale successo che nel 1995 gli stessi Luchetti ed Orlando, sempre rispettivamente nelle vesti di regista e di protagonista principale, furono quasi costretti a trarne il film che, in breve tempo, non solo divenne un cult assoluto ma fu trasformato – probabilmente suo malgrado – in prototipo per un’intera generazione di pellicole e serie televisive, quasi mai (forse senza quasi) all’altezza dell’originale; finanche il secondo capitolo del film, “Auguri professore”, girato due anni più tardi da Riccardo Milani, sempre con Orlando protagonista e sempre su scritti di Starnone, non riuscì a bissare il forte impatto del suo predecessore, di quel realistico spaccato dello stato in cui versava – e forse ancora versa – la scuola italiana (forse senza forse).s4

Oggi, come detto, “La scuola” è tornata sui palcoscenici ed è giunta, nell’ambito del cartellone dell’annuale Stagione di Prosa del Comune di Bari, al Teatro Petruzzelli ove ha fatto registrare ben due sold out. Ed ecco riapparire davanti ai nostri occhi l’immagine precisa, chiara, definita e definitiva di quello scalcinato gruppo di professori di un altrettanto scalcinato liceo tecnico della periferia romana alle prese con lo scrutinio di fine anno di una classe che non brilla certo per profitto; ed è proprio questo il primo punto di forza dell’opera, perché Starnone, che aveva potuto constatare sul campo nei suoi anni di insegnamento quel che nasce tra le quattro mura scolastiche, aveva scattato un’istantanea perfetta di quel piccolo mondo antico, assolutamente credibile soprattutto nelle figure umane dei docenti. Chi può dire infatti, in tutta onestà, di non aver mai incontrato, nella propria vita di studente, l’insegnante da tenere a distanza per il suo odore sgradevole, o il professore dalla dubbia morale, che tenta di adescare le alunne più carine e magari svolge un’attività collaterale, o la professoressa acida e puntigliosa che fa del suo registro uno schedario degno dei servizi segreti, o il professore disilluso e demotivato (questo sì, è un classico), convinto che molti degli studenti debbano tornare a lavorare la terra e lasciar perdere lo studio, o, infine, i docenti che ancora vivono l’insegnamento con passione, nonostante tutto e tutti? Pianeti inesplorati, dotati di propria assoluta autonomia che entrano in perenne collisione e conflitto con gli alunni e, solo in taluni casi, tra di loro, come ad esempio durante i fatidici scrutini finali, in cui, complice un preside nient’affatto super partes, riaffiorano tutti i s2conflitti sociali e personali, le amicizie e le antipatie, i sogni e l’amara realtà. E gli alunni, che non si vedono mai non essendo contemplata la loro presenza in questo microcosmo, sono presenti in tutti i discorsi, anzi ne sono il cardine, rigorosamente citati per cognome e nome (usanza odiosa e avversa alle regole grammaticali); così si riesce ad immaginarseli benissimo, li si vede quasi, con tutti i loro grandi e piccoli dilemmi generazionali, dalla ragazza perennemente in pericolo di maternità al ribelle ripetente e senza speranza, buono solo ad imitare il volo di una mosca.

L’analitica indagine sulle personalità degli insegnanti, impegnati in questa resa dei conti con gli alunni e con l’istituzione scolastica ma, soprattutto, con se stessi, certamente fa ancora riflettere, ma dal punto di vista della denuncia sociale la fotografia di venticinque anni fa appare oltremodo ingiallita e, talvolta, davvero troppo d’antan per essere ancora incisiva e corrosiva come in passato; una contestualizzazione del testo e, magari, qualche sforbiciatina qui e là, soprattutto nel primo atto, avrebbe probabilmente reso miglior servizio ad uno spettacolo quasi esclusivamente costruito sulla parola. In assenza, si calca la mano sugli aspetti caricaturali, affidandosi alla prova d’attore degli interpreti, tutti convincenti, a partire da Silvio Orlando, che veste i panni dell’idealista professor Cozzolino in modo sublime, e dall’ottimo Roberto Citran, perfetto nel ruolo del preside, cui la scena viene spesso rubata dal sempre bravissimo Roberto Nobile, qui in assoluto stato sdi grazia; e poi Antonio Petrocelli, Vittorio Ciorcalo, Maria Laura Rondanini e Marina Massironi, chiamata al difficile compito di ricoprire il ruolo che fu di Anna Galiena al cinema e di Angela Finocchiaro in teatro; gruppo affiatatissimo che strappa molte risate, soprattutto nello scoppiettante (e non solo per i problemi al microfono della Massironi) secondo atto.

Ma quando le risate si spengono, cosa resta? Il vuoto, il nulla, la più pura desolazione, l’amara consapevolezza che l’italico sistema scolastico non è mutato dagli anni ’90 ad oggi, se non in peggio, nonostante le tante parole dei nostri governati ed amministratori, che non riescono a tenere fede alle loro promesse nemmeno su temi essenziali come la centralità del ruolo degli insegnanti. O forse qualcosa resta: un fastidioso, perenne, noioso, incontrollato brusio di fondo, un tappeto sonoro di parole, sempre le stesse nei secoli dei secoli, pronunciate dagli incolpevoli insegnanti e dagli imberbi studenti, cui, alla fine, nessuno fa più caso, come fosse un importuno, molesto, irritante, odioso brusio di mosca.

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