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A colloquio con Mario Piazza, coreografo di fama internazionale

26 Feb 2009 | Nessun Commento | 4.677 Visite
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Mario PiazzaÈ passato un altro “Giorno della Memoria”, un’altra commemorazione più o meno scontata, più o meno sentita. Usciamo sconvolti da dibattiti e proiezioni, come davanti ad un dovere espiato. Ma poi guardiamo oltre. Anche oltre l’antisemitismo che ritorna, prepotentemente o sottotraccia, assumendo i toni del più becero antisionismo. Non siamo ancora né immuni, né immunizzati. Come l’esperienza di Mario Piazza, coreografo di fama internazionale, ci sono opere che incantano il mondo, ma rimangono troppo “giudaiche” per pubblico e produttori di casa nostra.

Prepari la Carmen, molte altre opere e pieçes teatrali. Ma “Ghetto”, il tuo lavoro più importante, sembra troppo ebraico per essere rappresentato in Italia…

Sembrerebbe di sì: nessun ente lirico italiano ha voluto rappresentarlo adducendo la scusa che potrebbe interessare soltanto un pubblico ebraico. Niente di più falso. Enti lirici di altri paesi europei, come la Spagna, la Germania e la Bulgaria, l’hanno messo in scena senza neanche domandarsi quale pubblico ne avrebbe usufruito. Non a caso il Teatro dell’Opera di Sofia continua a portarlo in tournée in tutto il mondo, da circa sei anni, con grande riscontro di critica e pubblico. A Londra, Ghetto è stato addirittura premiato. Credo che sia una preoccupazione tutta italiana.

 Antisemitismo che ritorna?

La minaccia dell’antisemitismo è sempre presente, anche se esso ha cambiato volto. Oggi l’antisemitismo ritorna nei cimiteri ebraici devastati, ritorna nelle parole truci negazioniste dei prelati lefebvriani, ritorna nelle bandiere di Israele bruciate in piazza, ritorna nelle battute contro la lobby ebraica, ritorna nella negazione della storia e dei tormenti del popolo ebraico, ritorna nei discorsi di Ahmadinejad e nei kamikaze palestinesi che si fanno esplodere nelle discoteche e nei centri commerciali israeliani, ritorna quando i fondamentalisti islamici tagliano la gola a Daniel Pearl reo di essere ebreo. L’antisemitismo è sempre presente tanto in Occidente che in Oriente.

C’è una connessione tra antisemitismo e antisionismo?

L’antisionismo è la negazione dello Stato di Israele, l’unica democrazia in quella regione. L’antisionismo vorrebbe cancellare la patria degli ebrei che vi hanno fatto ritorno dopo duemila anni di diaspora durante i quali sono stati cacciati e perseguitati, mai considerati parte integrante della nazione ‘che li ospitava’. L’antisionismo è la forma moderna e più violenta che oggi si possa concepire per esprimere il proprio antisemitismo. Si versano tante lacrime, spesso ipocrite, sugli ebrei morti ma c’è poca o nulla solidarietà nei confronti degli ebrei vivi.

Come nasce l’idea di questo lavoro?

Dall’esigenza di parlare del destino e della vita degli ebrei. Ghetto è uno spunto per divulgare la storia di una comunità solidale abituata a convivere, con rispetto e tolleranza, insieme alle altre comunità religiose. Ghetto passa dalle persecuzioni razziali, il martirio, alla solidarietà e alle feste tra amici con estrema leggerezza. Nello spettacolo aleggia il sentimento della danza e delle citazioni letterarie, la memoria dei parenti cari e le tradizioni di ogni gesto quotidiano, dove tradizione e cultura si fondono per essere tramandati dai saggi. Particolare risalto viene dato al gesto danzato, per esempio il berahat attingendo a un patrimonio di comunicazione non verbale che viene tramandato di generazione in generazione. Mi interessava, per esempio, rappresentare fisicamente la Hatikvah che accompagna tutti i personaggi e, in generale, tutta la vita ebraica.

Secondo te, esiste una lobby ebraica?

L’idea della lobby ebraica è uno dei fondamenti dell’antisemitismo che vorrebbe gli ebrei costituire un segreto e potente strumento per dominare il mondo. E’ una delle cose che vengono diffuse e tramandate dagli antisemiti.

Che differenza c’è tra la Shoah e gli altri eccidi del 20° secolo?

La Shoah prevedeva lo sterminio di un popolo intero in quanto tale, cosa che non era mai avvenuta e che non avverrà mai più sulla terra. La Shoah aveva un progetto secondo il quale – a differenza di tanti altri massacri – doveva scomparire fino all’ultimo ebreo esistente.

Quand’è che ti sei sentito, realmente e totalmente ebreo?

Ogni volta che ho provato un forte senso di sradicamento. E’ stata una percezione in crescendo ereditata, anche inconsapevolmente, dalla figura mitica dell’ebreo errante. In seguito, c’è stata la consapevolezza di far parte di una diaspora con il bagaglio pesantissimo delle persecuzioni ma anche dei rapporti interetnici e, ovviamente, di tolleranza. Il XX secolo, con la Shoah e la nascita dello Stato d’Israele, ha sicuramente cambiato la coscienza di ogni ebreo.

Quale è la tua Shoah?

Troppo lungo e troppo personale per parlarne in un’intervista.

A che serve la memoria oggi?

A proteggerci da chi ancora oggi predica l’odio. Mi viene in mente una frase di Walter Benjamin a proposito dell’Angelus Novus di Paul Klee: “raffigura un angelo con gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. E’ l’angelo della storia: nelle sue ali è impigliata una tempesta che lo spinge inesorabilmente verso il futuro, cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine del passato sale dinnanzi a lui verso il cielo. Ciò che chiamiamo progresso è questa tempesta”.

L’artista, chi è, cosa può fare?

Gli artisti, nel corso dei secoli, hanno saputo cogliere le inquietudini, i pensieri e i comportamenti umani, le realtà del loro tempo e li hanno interpretati, ognuno a suo modo, affinché tale testimonianza restasse impressa nella memoria collettiva. E oggi è ancora così: l’artista è la bandiera di ogni paese.

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