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C’è un paradosso che accompagna spesso i giganti del botteghino: più il consenso si fa unanime e rumoroso, più il valore artistico sembra evaporare in una nuvola di autocompiacimento. “Buen Camino”, l’ultima fatica del binomio Luca Medici-Gennaro Nunziante, è la conferma definitiva di questo declino. Nonostante il coro di lodi sperticate che ha inondato le testate generaliste, l’opera si rivela, a un’analisi più fredda e distaccata, come il punto più basso della parabola creativa di Medici.
La fine della maschera eversiva
Il genio di Luca Medici risiedeva, un tempo, nella sua capacità di incarnare l’abietto con una tale candida spudoratezza da renderlo uno specchio deformante dell’Italia peggiore. In *Buen Camino*, questa maschera eversiva appare sbiadita, quasi stanca. Se in passato Zalone era un bisturi che incideva le carni del perbenismo, qui sembra essersi trasformato in un sedativo. La sceneggiatura procede per inerzia, affidandosi a “siparietti simpatici” che hanno il respiro corto dello sketch televisivo e che mancano di quella struttura narrativa capace di sorreggere un lungometraggio. Il film non colpisce perché ha smesso di rischiare: si limita a citare se stesso, riproponendo tic e battute che sanno di già visto, privi della cattiveria necessaria per graffiare davvero.
La regia di Nunziante: una stasi estetica
La regia di Gennaro Nunziante, che un tempo garantiva un ritmo serrato e una pulizia formale al servizio della comicità, qui appare prigioniera di una stasi estetica preoccupante. Non c’è evoluzione linguistica, non c’è ricerca visiva. Il “cammino” citato nel titolo rimane un mero espediente geografico, una cartolina sfuocata che non diventa mai spazio cinematografico vivo. La direzione degli attori appare pigra, lasciando che Medici cannibalizzi l’intera scena senza però offrire una performance che vada oltre la macchietta di lusso.
L’ipertrofia distributiva e il deserto culturale
Un capitolo a parte merita la strategia industriale. L’operazione condotta da Medusa è un esempio manualistico di “ipertrofia distributiva”. Il monopolio esercitato su quasi tutte le sale del territorio nazionale non è sintomo di salute del mercato, ma di una bulimia che soffoca ogni alternativa. Quando un film occupa militarmente l’intera programmazione, non vince per meriti artistici, ma per assenza di concorrenza. Questa “pauperizzazione” delle sale, trasformate in un monolite zaloniano, finisce per danneggiare il pubblico stesso, privato del diritto alla scelta e costretto a consumare un prodotto preconfezionato.
*Buen Camino* è un’opera che vive di rendita. È un film che non ha nulla da dire, se non ribadire la propria esistenza commerciale. Luca Medici ha perso la sua genialità nel momento in cui ha smesso di essere un osservatore critico della realtà per diventarne l’idolo indiscusso. Siamo di fronte a un cinema che non vuole più turbare, ma solo confermare; un cinema che, nel suo tentativo di piacere a tutti, finisce per non appartenere a nessuno se non ai grafici degli incassi.






