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Notre Semence (زرّيعتنا) – Un film di Anis Lassoued, presentato nella Sezione Documentari – Compétition Officielle alle Journées Cinématographiques de Carthage (JCC) 2025, è un’opera intensa che nasce da una parola apparentemente semplice ma profondamente simbolica: “zer‘itna” la nostra semenza. Non un termine astratto, ma un riferimento diretto ai bambini e alle nuove generazioni tunisine, a ciò che un paese coltiva o rischia di abbandonare — nel proprio futuro.
Lassoued, regista tunisino nato a Nabeul nel 1972, ha conseguito il diploma di regia all’Institut Maghrébin de Cinéma (IMC) di Tunisi. Ha proseguito gli studi cinematografici all’Università di Tor Vergata a Roma e ha completato stage alla FEMIS di Parigi e alla GSARA di Liegi (Belgio). Da più di 25 anni lavora con i bambini, esplorando la loro esperienza e il loro sguardo sul mondo attraverso il cinema e la rappresentazione documentaria.
Con Notre Semence, Lassoued racconta le vite di bambini e giovani tunisini, intrecciando il tema dell’infanzia spezzata con quello della migrazione, oggi sempre più presente persino nei sogni dei più piccoli. Nel film, la fuga non è rappresentata come avventura individuale, ma come sintomo di una crisi collettiva il risultato di anni di attesa, frustrazione e promesse mancate. Secondo il regista, la Tunisia vive quella che definisce una “rivoluzione dei bambini”: adolescenti di tredici, quattordici, quindici anni che scendono nelle strade, protestano, esprimono rabbia e disperazione non per capriccio, ma perché progressivamente esclusi da un sistema che li ha espulsi dallo spazio scolastico, pubblico e sociale.

L’interruzione precoce del percorso scolastico è uno dei nodi centrali affrontati nel documentario. Negli ultimi dieci anni centinaia di migliaia di giovani hanno abbandonato la scuola senza alternative reali, né percorsi di formazione professionale né prospettive di integrazione lavorativa sicura. Molti si ritrovano per strada, esposti alla violenza, alle dipendenze e alla criminalità; altri coltivano l’unica speranza di un futuro possibile: partire.
Notre Semence mostra come il deterioramento dell’istruzione pubblica, aggravato dalla diffusione delle lezioni private e dal peggioramento delle condizioni sociali, abbia eroso il ruolo della scuola come ascensore sociale. Ciò che una volta rappresentava una via di riscatto si è trasformato, per molti bambini, in uno spazio d’esclusione e umiliazione.
Nel film la migrazione non è presentata come soluzione miracolosa, ma come un’idea che germoglia presto nella mente dei giovani, alimentata dal desiderio profondo di dignità. Lassoued enfatizza come i giovani non inseguano solo un miglioramento economico, ma il diritto di esistere, di lavorare, di costruire un’identità riconosciuta. Sorprende anche un dato che emerge fuori dallo schermo: una percentuale allarmante dei migranti irregolari è composta da minori, bambini che conoscono già le rotte, i nomi delle ONG e i diritti garantiti all’estero ma negati in patria.
Eppure Notre Semence non è un film privo di speranza. Il finale lascia aperta una domanda più che una sentenza. I bambini del film restano legati alla Tunisia, nonostante tutto. Amando il loro paese, temono però per il suo futuro. Il documentario non offre soluzioni facili, perché come suggerisce Lassoued quando l’infanzia è ferita, è l’intera società a essere in pericolo.
Notre Semence è dunque tanto un atto di accusa quanto un gesto di ascolto: un film che non parla al posto dei bambini, ma prova a restituire spazio alle loro voci, ricordando che il futuro non si eredita si costruisce, o si perde.
Senza fornire soluzioni, il film sceglie di lasciare allo spettatore un interrogativo difficile da ignorare: che Paese stiamo costruendo, se l’unico sogno dei suoi bambini è quello di andarsene?







