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(Adnkronos) – Con 53mila nuovi casi stimati ogni anno nel nostro Paese, quello al seno è il tumore più frequente non solo nel sesso femminile, ma in assoluto. Ha fortunatamente anche tassi di guarigione fra i più elevati: grazie alla diagnosi precoce e ai progressi compiuti dalla ricerca scientifica negli ultimi 20 anni la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è in costante aumento ed è passata dall’81 all’87%. Il merito di questo successo è da ricercare anche nell’oncologia di precisione che gioca un ruolo decisivo. L’obiettivo è evitare o quantomeno ridurre la chemioterapia. “Una sfida possibile grazie ai test genomici che consentono una reale personalizzazione delle cure ed evitano la somministrazione di terapie inutili. L’utilizzo di questi esami è importantissimo, come confermano numerosissimi studi clinici, prospettici e real word che hanno dimostrato l’efficacia dei test genomici per ridurre l’uso della chemioterapia. Questi studi ci dicono che esiste un altissimo costo-efficacia dell’utilizzo di questi biomarcatori, perché riescono a caratterizzare meglio la biologia della malattia”. Così all’Adnkronos Salute Giancarlo Pruneri, direttore del Dipartimento di Diagnostica avanzata presso la Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano.  

In Italia “questi biomarcatori sono stati rimborsati a partire dal 2021 – sottolinea Pruneri – e abbiamo visto un incremento dell’utilizzo che però non ha raggiunto il tetto in tutte le Regioni. Abbiamo bisogno che le Breast Unit utilizzino di più questi test, perché sappiamo che sono efficaci per le nostre pazienti e abbiamo anche bisogno di utilizzarli in un altro setting specifico: il setting neoadiuvante, la terapia che si esegue cioè prima dell’intervento chirurgico per attivare maggiormente la risposta immunocellulare”.  

“I tumori della mammella Her2 positivo e Her2 negativi hanno normalmente una bassa risposta alla terapia neoadiuvante, che però è efficace in una proporzione di questi casi. Ecco – conclude Pruneri – l’utilizzo dei test genomici può essere molto utile per meglio identificare i casi che possono essere trattati con chemioterapia in neoadiuvante, questo sempre per migliorare nel percorso della paziente, l’efficienza delle terapie e per gestire meglio eventuali recidive nella seconda linea di trattamento. Quindi è sempre più importante usare questi test, usarli correttamente e ampliarne l’utilizzo, per esempio, nel setting adiuvante”. 

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Redazione

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