Tempo di lettura: 3 minuti
“La morte dell’empatia umana è uno dei primi e più rivelatori segni di una cultura sull’orlo della barbarie”: così recita una frase spesso attribuita a Hannah Arendt. Pur non essendo presente nelle sue opere principali, essa coglie l’essenza di un pensiero che ha mostrato come il male possa essere normalizzato quando si accompagna all’indifferenza e alla perdita della capacità di sentire con l’altro.
Un nodo centrale della riflessione arendtiana sull’Olocausto riguarda il radicarsi del male nella quotidianità, fino a trasformare individui “ordinari” in complici o esecutori di atrocità. Trasposto sul piano psicologico, ciò apre alla possibilità di un rovesciamento dei ruoli: la vittima, segnata da un trauma profondo e non elaborato, può progressivamente assumere le modalità dell’aggressore.
Il trauma dell’Olocausto costituisce un esempio paradigmatico di esperienza transgenerazionale. Esso si trasmette attraverso rappresentazioni interne, vissuti di sicurezza e una percezione costante del mondo come minaccia. Se non viene simbolicamente integrata, questa ferita si manifesta come ipervigilanza, senso cronico di vulnerabilità e tendenza a considerare la forza come unico strumento di sopravvivenza, anche quando essa appare sproporzionata.
Lo Psicoanalista ungherese Sándor Ferenczi, con il concetto di identificazione con l’aggressore, descrisse il meccanismo psicodinamico attraverso il quale la vittima, per sfuggire all’impotenza, interiorizza i tratti del persecutore fino a riprodurne modalità relazionali e comportamentali. In questo processo la sofferenza non si dissolve, ma si cristallizza, trasformandosi in motore di nuova violenza.
La crisi di una società non si misura soltanto nell’organizzazione consapevole dell’odio, ma anche nell’erosione della capacità empatica. L’assuefazione alla sofferenza diventa un meccanismo di difesa collettivo che anestetizza le coscienze e normalizza l’orrore, e il caso di Gaza mette in scena questa dinamica con una chiarezza disarmante. Qui risuona con forza l’attualità del pensiero arendtiano: la barbarie non si manifesta soltanto negli atti efferati di violenza, ma soprattutto nel venir meno della capacità di riconoscere l’Altro come essere umano.
A questo processo si intreccia la deumanizzazione, che rappresenta un passo ulteriore. Non ci si limita ad assumere modalità persecutorie, ma si costruisce una narrazione collettiva che rende la violenza psicologicamente sostenibile e persino giustificata. La deumanizzazione consente infatti a un gruppo di esercitare violenza senza entrare in conflitto morale con se stesso: se l’altro non è percepito come pienamente umano, la sua sofferenza non risuona e le azioni contro di lui non vengono vissute come colpevoli.
Infatti, all’interno di Israele, la rappresentazione popolare dei palestinesi è di una “minaccia costante”, come se i cittadini della Palestina fossero “animali” o “oggetti sacrificabili”. Tale propaganda disumanizzante funziona come dispositivo che rafforza l’identificazione difensiva della popolazione, per neutralizzare i sensi di colpa e legittimando così le azioni violente sul piano interno. Sul piano relazionale, invece, annulla ogni possibilità di empatia, relegando l’altro ad una condizione sub-umana. Testimonianze raccolte da attivisti palestinesi, come Hamzah Saadah, mostrano in modo diretto l’efficacia di questa propaganda, che attraverso i media e i discorsi pubblici plasma la percezione collettiva e riduce al silenzio il dissenso.
In questo contesto, la memoria dell’Olocausto viene spesso utilizzata come identità difensiva collettiva. Se in una prospettiva etica essa potrebbe trasformarsi in risorsa resiliente, qui diventa invece un dispositivo di legittimazione per azioni aggressive, alimentando un circolo vizioso di vittimizzazione e aggressione. In Psicologia, la memoria storica, se non elaborata criticamente e trasformata in responsabilità etica, non rappresenta un argine contro la reiterazione della violenza, ma rischia di diventarne carburante.
Nella prospettiva Psicodinamica, il passaggio da vittima a carnefice si consuma quando il trauma, anziché essere trasformato, resta cristallizzato e agito. È in questo punto che avviene la “morte dell’empatia”: il dolore originario perde la capacità di generare compassione e viene convertito in forza distruttiva. La storia ci insegna che chi abdica all’empatia e lascia che il trauma diventi giustificazione della violenza rischia di riprodurre la barbarie: riflettere, sentire con l’altro e assumersi responsabilità etica è l’unica via per interrompere il ciclo dei carnefici e preservare l’umanità.
Nel silenzio di chi osserva senza agire, il male trova casa. Tra le ombre della memoria e i riflessi del dolore, l’umanità si specchia nei propri fallimenti. Non ci sono confini netti tra vittima e carnefice, solo la fragile linea dell’empatia che può salvarci o condannarci. Siamo tutti responsabili: chi osserva l’ingiustizia senza reagire rischia di alimentare nuovi carnefici. Per questo è fondamentale che anche i cittadini di altre nazioni si interessino alle ingiustizie nel mondo, perché, come osservava Wystan Hugh Auden “il male non è mai straordinario ed è sempre umano”, dunque, va affrontato dall’interno, iniziando a interrogarsi sulle proprie responsabilità.
In un mondo in cui la storia sembra non essere ascoltata dai potenti, quali ulteriori catastrofi dovranno ancora verificarsi perché la lezione storica venga finalmente imparata?






