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A Matera, in quelle che furono le scuderie dello storico Palazzo Ducale Malvinni Malvezzi, sito in zona cattedrale, sono in corso quattro mostre personali: POLAROID di Rocco Carnevale curata da Fiorella Fiore; SIGNUM, titolo condiviso per Pietro De Scisciolo e Pier Francesco Mastroberti a cura di Graziella Melania Geraci; UN RAPIMENTO MISTICO E SENSUALE di Enzo Ferrari a cura di Raimondo Musolino.
L’articolato progetto espositivo, diversificato per linguaggi e qualità della ricerca artistica, è aperto fino al 29 giugno 2025 nell’ambito del “Matera International Photography” ed all’interno di “Matera l’Arte che Unisce 2.0”, nona rassegna internazionale di arte visuale il cui direttore artistico è Antonello Di Gennaro. Di Gennaro si è proposto di mettere in atto il concetto del Nuovo Umanesimo al tempo della transdisciplinarietà, filo conduttore di numerose iniziative programmate fino a gennaio 2026 (mostre permanenti e temporanee, site-specific, performance, proiezioni, attività didattiche, lectio magistralis e workshop in diverse sedi espositive diffuse per la città di Matera). È un modo per far vivere spazi, per far incontrare pubblici diversi, per crescere culturalmente in una città vivacissima, che vive oggi sull’onda della designazione a capitale europea della cultura nel 2019, designazione che si innestò su un substrato di decenni di iniziative (basti pensare a quelle organizzate dal Circolo culturale La Scaletta attivo dal 1959, dalla Fondazione Zétema di Matera, ente promotore del MUSMA, Museo della Scultura, aperto nel 2006, dalla Fondazione SoutHeritage per l’arte contemporanea istituita nel 2003, oltre alle Grandi Mostre nei Sassi tenutesi fra il 1979 e il 2019).
Delle mostre citate in apertura desidero soffermarmi sulla personale di Pietro De Scisciolo, artista barese, docente nelle Accademie di Belle Arti di Foggia e di Bari, il quale lavora con una grande conoscenza dei materiali e delle tecniche applicate a sculture e installazioni.
Il segno distintivo della ricerca degli ultimi anni di De Scisciolo è di tipo retorico, nel senso che al termine ha dato, in una serie di riflessioni teoriche applicate alle opere, la storica dell’arte Giovanna Perini, la quale ci aiuta a comprendere quante e quali figure dell’oratoria si possano rinvenire anche nelle arti visive. Quanta consapevolezza ci sia nell’artista nell’ideare un’opera che “funzioni” retoricamente, e pertanto catturi al meglio l’attenzione del fruitore, non è dato sapere, ma non è questo il punto: il punto è che nei suoi occhi e nel suo cervello si creano degli affascinanti cortocircuiti neuro-visivi per innatismo da un lato, per esperienza dall’altro.

In senso generale, il trait d’union delle opere in mostra è la verosimiglianza, che non è una figura retorica in sé, ma un concetto che si riferisce alla qualità di ciò che appare credibile o simile al vero (l’opera d’arte), spesso in contrasto con il vero assoluto (la realtà); un criterio utilizzato per valutare la validità di una narrazione visuale laddove non si cerca la verità assoluta, ma la persuasione: si veda in mostra Valori in corso, dove all’apparenza ci si trova di fronte a un nastro segnaletico, ma la leggerezza è solo apparente, perché la parte rossa è in travertino persiano e la bianca in pietra di Trani; si noti pure l’inversione della sillaba da “lavori” a “valori”, tecnica della retorica verbale chiamata “variatio”.

Più esplicitamente retorico è l’uso dell’ossimoro in opere come Per aspera ad astra in cui un paio di ciabatte infradito è realizzato in travertino e filo di ferro spinato, un lavoro in cui il riferimento più storicizzato è Cadeau, il ferro da stiro con alla base dei chiodi del dadaista Man Ray: il contrasto forte fra la rassicurante calzatura e la ferita certa che provocherebbe indossarla è appunto ciò che si definisce ossimoro. Quello di Pietro De Scisciolo non è semplice artificio che cattura lo sguardo, bensì, come scrive nella presentazione la curatrice Graziella Melania Geraci, una metafora (ecco ancora una figura retorica) che rinvia a significati “altri” i quali si annidano nel cuore dell’opera: «La materia e la forma possono assumere caratteri metaforici quando il pensiero e le idee vi si insinuano sviluppando valenze universali della condizione umana [… ]. Signum è la traccia sulla materia dell’azione e del pensiero». La lettura di queste opere, in definitiva, si inscrive nelle avanguardie concettuali, in particolare di un neo-pop e neo-dada in versione italiana.
Tra le realizzazioni più recenti di De Scisciolo, scultore a tutto tondo, si segnala il lavoro straordinario realizzato nel 2024 per il MABOS, il Museo d’Arte del bosco della Sila Piccola a Sorbo San Basile nel catanzarese, fondato da Mario Talarico e diretto da Elisa Iride Longo: LA STANZA (Conversazione con la natura) è un letto matrimoniale fatto da una base in ferro, un materasso e due guanciali. Tutto verosimile alla vista, ma il tatto (e la scultura è innanzitutto un’esperienza tattile prima che visiva) ci dice che ciò che sembra soffice è in realtà limestone, una pietra dura e bianca. L’opera è nata all’interno della residenza artistica intitolata “Stanze di vita immaginaria” ed appunto ad una stanza tutta per sé nello spazio aperto di un bosco millenario ci conduce l’artista, per parlarci di natura e di utopia. Lo stesso messaggio con cui si apre la mostra di Matera dove l’opera Ti porto il Cielo (una carriola con all’interno dei fiocchi di lana che sembrano nuvole) pende dal balcone all’ingresso del palazzo.






