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Con il romanzo “Cinquanta giorni con mia madre”, Giuseppe Filidoro affronta con delicatezza e rigore tematiche di straordinaria complessità emotiva: il legame madre-figlio, il trauma dell’abbandono, la malattia mentale e l’impatto duraturo del non detto all’interno della famiglia. Attraverso la vicenda di Lorenzo Callisi, avvocato affermato che vive a Milano e si vede improvvisamente catapultato nel cuore della propria storia personale, l’autore orchestra un racconto che si dipana tra introspezione psicologica e recupero della memoria individuale.
L’incipit del romanzo è scandito da una rivelazione inattesa: i carabinieri informano Lorenzo che la madre, da lui creduta deceduta in tenera età, è in realtà sopravvissuta, internata per decenni in una struttura psichiatrica a Palermo. In quanto unico parente ancora in vita, è chiamato ora a prendersene cura. Da questo momento, la narrazione assume i contorni di un viaggio simbolico, carico di interrogativi irrisolti e tensioni sottili. Il ritorno in Sicilia non è soltanto geografico, ma soprattutto esistenziale: una discesa nel profondo delle proprie radici e delle proprie omissioni affettive.
Nel romanzo si legge: “Erano diversi anni che non tornava nel luogo delle sue origini, un’assenza che ora gli sembrava imperdonabile e ingiustificata, un rifiuto ostinato delle sue radici che gli suscitava un vago senso di colpa…” Attraverso passaggi come questo, Filidoro riesce a comunicare non solo la complessità emotiva del protagonista, ma anche lo spaesamento che accompagna il ritorno a un passato creduto sepolto. L’incontro con la madre, figura sfuggente e frammentata nella memoria di Lorenzo, si configura come il tentativo di ricucire ciò che è stato strappato. Tuttavia, il romanzo non indulge mai in facili sentimentalismi: ogni gesto, ogni parola, è frutto di un processo doloroso di ricostruzione, spesso incerto, sempre profondamente umano.
La qualità della prosa di Filidoro si distingue per il tono sobrio, elegante e insieme partecipe. L’autore, forte della sua formazione in psichiatria e psicoterapia, riesce a penetrare le pieghe più nascoste della psiche dei personaggi, offrendo al lettore una narrazione scorrevole e accessibile, pur nel contesto di una tematica densa e potenzialmente perturbante. Lo stile, misurato ma incisivo, permette di mantenere un equilibrio narrativo che conferisce al testo una forza emotiva autentica, senza rinunciare alla profondità concettuale.
“Cinquanta giorni con mia madre” non è soltanto un romanzo sulla malattia o sulla famiglia: è, più ampiamente, una riflessione sul valore della memoria come strumento di riappropriazione del sé e sul coraggio necessario per affrontare la verità, anche quando questa si presenta con i tratti della sofferenza e del dubbio. Lorenzo Callisi, nel suo cammino interiore, ci mostra che è possibile intravedere una forma di riconciliazione anche nei rapporti più lacerati, e che ogni gesto di cura è, in definitiva, un atto di speranza.






