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È accaduto a Galatina, in provincia di Lecce. Un ragazzo con disabilità è stato aggredito da una babygang. Non per vendetta, non per motivi personali: semplicemente per “divertimento”, secondo quanto riportato. Un episodio che ferisce non solo chi lo ha vissuto, ma l’intera società. Perché ci costringe a guardare in faccia una verità scomoda: la diversità, oggi, è ancora percepita come una debolezza, qualcosa da schernire, qualcosa che “fa notizia” solo se accompagnata da dolore o da eccezionalità. In un’epoca in cui si parla tanto di inclusione, la disabilità continua ad essere raccontata spesso attraverso due lenti opposte e ugualmente problematiche: quella dell’eroe e quella della vittima. Da un lato, narrazioni ispirazionali che enfatizzano il “coraggio straordinario” di chi vive con una disabilità, quasi a renderlo eccezionale solo perché “ce la fa”. Dall’altro, storie che alimentano la pietà o lo sdegno, come se la disabilità fosse sempre sinonimo di sofferenza o ingiustizia.

Ma cosa succede quando queste narrazioni si sovrappongono all’esperienza reale di una persona? Quando la visione collettiva non lascia spazio alla complessità e all’umanità?

Una società che non riconosce la dignità e l’unicità di tutte le persone è una società che fallisce nel suo compito più grande: quello di essere davvero umana.

Le parole che usiamo per raccontare la disabilità riflettono ciò che pensiamo, anche quando non ce ne accorgiamo.

Spesso, chi vive una condizione di disabilità viene descritto attraverso ciò che “manca” o che “non può fare”, piuttosto che per ciò che è, sente, sa, sogna. Questo linguaggio, apparentemente neutro, ha un effetto profondo sulla percezione sociale: trasforma la persona in una condizione, la riduce a un’etichetta. E quando l’altro è percepito solo come “diverso” o “fragile”, diventa più facile disumanizzare.

Nel caso di Galatina, la violenza non è stata solo fisica: è stata anche simbolica. Colpire un ragazzo con disabilità “per gioco” è il segno di un fallimento collettivo, in cui la mancanza di empatia si intreccia con la carenza di una cultura del rispetto. Il fatto che a commettere il gesto sia stata una babygang ci costringe a guardare anche alle nuove generazioni e a chiederci cosa stiamo trasmettendo loro sul valore delle persone.

C’è un rischio profondo nelle narrazioni che trasformano le persone con disabilità in “eroi” da celebrare ogni volta che svolgono un’attività quotidiana, o in “vittime” che suscitano solo pietà e sdegno. Entrambi gli approcci negano la complessità della persona.

L’eroismo forzato pone aspettative irrealistiche, mentre la pietà alimenta la distanza. Il mio personale parere controverso è che nessuno dovrebbe essere considerato eccezionale per il solo fatto di vivere con una disabilità, perché la vera rivoluzione comunicativa avviene quando la disabilità smette di essere il fulcro del racconto e diventa uno degli aspetti, tra tanti, che compongono una storia di vita. Per promuovere una rappresentazione realmente inclusiva, è necessario raccontare esperienze autentiche, valorizzare le voci dirette delle persone con disabilità, mostrare la loro quotidianità senza filtri e senza sovrastrutture. Questo significa educare all’empatia, non alla commiserazione.

Casi come quello di Galatina pongono con forza il tema della prevenzione, non solo della punizione. Prevenire vuol dire agire sull’immaginario collettivo e sulle pratiche educative. Serve un’educazione alla differenza che non si limiti a parlare di disabilità solo in giornate dedicate, ma che entri nei programmi scolastici, nelle narrazioni dei media, nelle conversazioni quotidiane. Serve insegnare che ogni persona ha valore per ciò che è, non per ciò che le manca o che supera. Educare al rispetto vuol dire anche contrastare i messaggi di sopraffazione, di umiliazione, di esclusione che spesso si annidano nel linguaggio digitale, nei commenti, nei meme. L’empatia va coltivata. E può essere insegnata.

Raccontare la disabilità con uno sguardo umano significa riconoscere la complessità delle vite, i diritti, le emozioni, le aspirazioni. Significa restituire dignità, senza spettacolarizzazione.

Il dolore di una persona non è un contenuto virale, così come la sua riuscita non è un “miracolo”. È vita. E come tale va rispettata.

Solo cambiando il modo in cui guardiamo l’altro possiamo sperare di cambiare anche il modo in cui lo trattiamo.

L’aggressione di Galatina non è un episodio isolato, ma il sintomo di un clima sociale che ancora fatica ad accettare, comprendere e includere. La risposta non può essere solo indignazione. Deve essere trasformazione.

Non basta raccontare ciò che accade. Serve assumerci la responsabilità di ciò che permettiamo con il nostro silenzio, con le parole che scegliamo, con gli sguardi che distogliamo. Chiediamoci allora, ogni giorno: sto contribuendo a costruire un mondo in cui ogni persona si senta vista, rispettata, accolta per ciò che è? La vera inclusione inizia da qui, da una domanda scomoda, ma necessaria. E dalla scelta, quotidiana, di non restare indifferenti.

Roberta Nichol Rafaschieri

Roberta N. Rafaschieri, laureata in Psicologia Clinica e di Comunità. Insegna Psicologia presso l’Università della Terza Età. Si occupa di benessere psicologico con un approccio empatico e inclusivo. Coltiva con passione l’interesse per le relazioni umane e i percorsi di crescita personale.