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Non è vero ma ci credo” una frase di Benedetto Croce, portata in scena da Peppino De Filippo, poi dal figlio Luigi, arrivata nelle mani di Enzo Decaro ex Smorfia e recitata alla grande al Teatro Nuovo di Martina Franca per la regia del martinese Leo Muscato. Serata di grandi sorrisi dove la piccola superstizione si è calata in ogni singolo spettatore facendolo a volte riflettere, pensare e tante volte capire che il cosiddetto porta fortuna, il cornetto rosso napoletano non sempre può cambiare la vita. Ma non è vero, ma ci credo. Una storia, scritta ormai cent’anni fa da Peppino De Filippo, pare ispirandosi a “L’avaro” di Molière, a dire di tutti amava, rivisitata dal figlio Luigi De Filippo rispettando “tutta la struttura riducendo i tre atti originali ad uno, ma mantenendone i capisaldi che mettono in risalto la forza innovativa di un testo che ha dato origine alla commedia così come la conosciamo. Tra i gesti scaramantici, tra cui “sforbiciare” l’aria per tagliare la sfortuna che aleggia, sembrano non servire a nulla, al colloquio per sostituire Malvurio fino alla presentazione del giovane Alberto Sammaria che dalla sua, oltre al nome “benevolo”, ha un difetto fisico “meraviglioso”: ha la gobba. Vedere una donna con la gobba e non doverla toccare è cosa diversa dall’uomo con la gobba e permettersi di toccarla il significato napoletano acquista un altro senso: Porta fortuna. La presenza di Sammaria e la sua rapida assunzione permette di definire un affare che non si riusciva a chiudere si conclude a favore del commendatore, l’uomo con il quale era in corso una causa muore senza lasciare eredi, gli incubi svaniscono, fino al momento in cui Sammaria confessa a Savastano di essersi innamorato di Rosina. Qui ancora un intreccio di garndi risate da parte del pubblico quando spiccano le grandi doti teatrali di Enzo Decaro nel ruolo di superstizioso commendatore. Ma la superstizione può arrivare a mettere in secondo piano l’amore’. Alla fine è lo stesso Decaro a restituire dignità al sentimento dell’amore chiedendo che venga annullato il matrimonio della figlia con Sammaria perché una gobba, rivelatasi alla fine falsa, non può sovvertire il destino dell’uomo che vive grazie all’ossigeno dell’amore. Un tema attuale mai antico quelle delle false credenze, argomenti spacciati per verità che diventano per molti una scienza esatta. Tante battute che restano vive con il vigore del tempo che sembra mai passato. Uno spettacolo di grande e fine cultura dove si ride e riflette, si riflette e si pensa come mai associare il luccichio di un abito a un abito semplice che illumina la persona che lo indossa. Insomma come detto da alcuni all’entrata del teatro: Preferisco rinunciare a qualche cibo pur di venire a teatro. Questa di stasera è stata un’altra battaglia vinta dal Teatro Nuovo e dalla sua coraggiosa Rosanna Pantone. Una sviolinata? Andate, guardate, ascoltate e poi dite tutto quello che volete. Non è vero, io ci credo.

Oreste Roberto Lanza

Oreste Roberto Lanza

Oreste Roberto Lanza è di Francavilla Sul Sinni (Potenza), classe 1964. Giornalista pubblicista è laureato in Giurisprudenza all’Università di Salerno e laureando per la Facoltà di Scienze Politiche in Relazioni Internazionali, attivo nel mondo del giornalismo sin dal 1983 collaborando inizialmente con alcune delle testate del suo territorio per poi allargarsi all'intero territorio italiano. Tanti e diversi gli scritti, in vari settori giornalistici, dalla politica, alla cultura allo spettacolo e al sociale in particolare, con un’attenzione peculiare sulla comunità lucana. Ha viaggiato per tutti i 131 borghi lucani conservando tanti e diversi contatti con varie istituzioni: regionali, provinciali e locali. Ha promozionato i prodotti della gastronomia lucana di cui conosce particolarità e non solo.