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E dire che quella del 21 gennaio per molti era stata un’inaugurazione sensazionale. Una giornata di festa dopo l’assalto aberrante e pittoresco di Capitol Hill da cui è trascorso un anno esatto.
Sembrava un film della Disney, o il finale di un kolossal drammatico con la pace che torna e con il cattivo sconfitto, con giochi di luci e fuochi d’artificio al Lincoln Memorial e con “Fireworks” di Katy Perry che seguiva a distanza di alcune ore l’esibizione con l’inno nazionale cantato da Lady Gaga, presentatasi sul palco con un abito che metteva in risalto una gigantesco colomba della pace, come se gli States uscissero da una guerra appena combattuta e vinta.
Una ricetta tipicamente in stile americano, resa ancor più manifesta dal fatto che ,per chi vede la politica come un gioco o come una linea di demarcazione fra “buoni” e “cattivi” (star e divi hollywoodiani in primis), Trump era realmente il despota della situazione, il nemico della pace e della libertà.
Perché alle star ed ai liberal americani non importa della pacificazione con Russia e Corea del Nord, delle complesse relazioni in Medio e Vicino Oriente che hanno portato agli accordi di Abramo ed al disgelo tra alcuni paesi della Lega Araba ed Israele. Non importa della crescita economica senza precedente e tantomeno dei raid mirati contro i temibili nemici della pace e dei popoli liberi Soleimani e Al-Baghdadi, uccisi senza spargimenti di sangue civili o ondate messianiche che tanto furono care a G. W. Bush (o forse sarebbe meglio dire Dick Cheney), ma soprattutto al Premio Nobel per la Pace Barack Obama, che sulla strada per la “terra promessa” ha spesso risposto agli ostacoli con il fuoco.
80 milioni di americani avrebbero votato chiunque pur di porre fine alla presidenza Trump, e così l’anziano Joe Biden, lo sfavorito alle primarie democratiche, si è ritrovato a gestire un Paese lacerato e diviso (con 74 milioni di elettori trumpiani che non sono certo tutti pittoreschi bisonti o neo-confederati che hanno sfilato al Campidoglio).
Un paese che vede giorno dopo giorno il dibattito pubblico inasprirsi e polarizzarsi.
Che Trump abbia avuto le sue responsabilità in tutto questo è innegabile, essendo un profilo peculiare e talvolta divisivo, ma stando alla narrazione progressista americana (e non solo) Biden avrebbe presto riportato gli States sul binario dell’eguaglianza, della prosperità, dell’inclusività in brevi tempore, dissipando le ombre del passato, ricacciando lo spettro del tycoon, che intanto da Mar-A-Lago corre una campagna presidenziale parallela e metodica in vista del 2024.
Tra disastri di natura diplomatica, gaffe e dimissioni a catena, quello trascorso è stato l’anno nero di Kamala and Joe, con la prima celebrata più per il colore della pelle che per per curriculum e reali successi istituzionali (che la vedono ancora oggi come uno tra i politici più battaglieri e di prospettiva dello stato della California) e con il secondo che fatica in politica estera, come ha dimostrato la fallimentare evacuazione delle truppe americane in Afghanistan, lasciando nelle mani talebane migliaia di donne, uomini e bambini che avevano creduto nella libertà, a cui si aggiungono numerose perdite tra civili e milizie all’aeroporto di Kabul.
Quello che da Trump veniva additato come “Sleepy Joe” fatica anche nei confronti degli omologhi di Paesi notoriamente ostili, impotenza ben manifestata dinnanzi alla furia della Russia al confine con l’Ucraina. Entrambi i leader, Biden e Putin, nonostante le fitte e ripetute corrispondenze, hanno promesso risposte forti in caso di aggressione o azioni militari, ma non c’è ombra di dubbio chi dei due non stia affando bluffando.
Kamala Harris, l’arma in più del progressismo Usa è apparsa nervosa, non studia i dossier ed è spesso schiacciata da quella che si è rivelata una presenza più ingombrante di quanto si potesse immaginare. Joe Biden infatti ha lavorato decenni per diventare Presidente, e dopo anni di onorata carriera e terribili drammi personali non nasconde di voler correre per un secondo mandato, mentre affonda nei sondaggi con il più basso indice di gradimento dall’entrata in carica (meno del 40%).
Biden, infine, aveva anche promesso di distinguersi dal passato per la gestione saggia e ben calibrata della pandemia, che invece in America continua a mietere vittime e correre più veloce delle previsioni degli esperti, quegli stessi, come Fauci, che durante la presidenza Trump avevano bollato come complottismo le voci dell’origine da laboratorio del virus, salvo poi alimentare dubbi e ripensarci durante la presidenza Biden.
Il Partito Repubblicano rimane fermamente all’opposizione ed è oltremodo favorito per le elezioni Midterm. il Grand Old Party continua a schernire le azioni di Biden sui social media. È apparsa il 23 dicembre una pittoresca iconografia del Presidente in versione Ebenezer Scrooge, sorpreso da 3 fantasmi sotto forma di crisi: l’innalzamento dei prezzi, l’aumento della criminalità, e la crisi economica.
Scrooge ha avuto una notte per redimersi, la sensazione è che a Biden servano giorni migliori per riflettere e comprendere a cosa potrebbe portare in futuro una leadership così fiacca.
Mentre la Russia ruggisce e la Cina spaventa l’Occidente, gli Stati Uniti sembra essere divorati dalle loro stesse ipocrisie: cancel culture, sfrenato progressismo e faziosità. La stessa che credeva di aver riportato pace e prosperità e che nella notte del 3 novembre 2020 ha scelto un epocale salto nel vuoto.