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Nella raccolta di poesie “Echi di pensieri” di Diana Tamantini si presentano liriche esistenzialiste che colpiscono per il loro vigore ma anche per la loro commuovente delicatezza; sono quasi una cinquantina di poesie per lo più ad andamento di quattro strofe per verso, che catapultano il lettore nell’io più profondo dell’autrice, dove risiedono i suoi tormenti più amari e le sue paure più inconfessabili. Dalla prefazione all’opera a cura della casa editrice Kimerik: «Cercare di raccontare storie e di trasmettere emozioni – nonostante i mezzi tecnologici del giorno d’oggi, molto diversi rispetto anche solo a qualche anno fa – continua a essere un’attività fondamentale nella vita dell’uomo. Oggi come non mai, però, appunto perché siamo nell’era dell’immagine – se così possiamo definirla – è importante che quello che viene solo scritto sia anche ben visualizzabile nella mente: come sosteneva Voltaire, infatti, ‘la scrittura è la pittura della voce’. E così cerca di fare anche Diana Tamantini in questa raccolta di poesie, in cui ci si immerge a volte in atmosfere degne di un film di Tim Burton, altre in momenti che sembrano illustrati da Benjamin Lacombe». E infatti le liriche dell’autrice sembrano più dipinte che scritte, e sono caratterizzate da un’atmosfera rarefatta, a volte inquietante, anche luttuosa per certi versi, in cui il lettore si immerge anima e corpo perché ciò che legge si avvicina a ciò che sente quotidianamente, e che magari non sa spiegare. Nella poesia “Passaggio”, ad esempio, troviamo l’eterno dilemma dell’essere umano, che non comprende a fondo il perché della sua esistenza e non sa qual è il suo posto nel mondo: «Ho passato la vita/a capire la mia vita/a seguire il vento/e il sentiero davanti a me». In “Attimi”, invece, si prova una dolce malinconia per ciò che si è perso e mai tornerà: «Attimi muti/ombre di ricordi che passano/mentre attorno il mondo/segue la sua danza». I rimpianti sono un altro tema ricorrente, quella sensazione di non aver dato abbastanza, di non aver fatto abbastanza, come nella lirica “Se invece”: «Quante volte ho pensato/a come sarebbe stato bello/raggiungere la cima/e guardarmi attorno/ vedere tutta la strada/ il percorso dietro di me/ Ma non è andata così/e penso». La solitudine, poi, impregna tutta l’opera; una solitudine a volte necessaria ma spesso dolorosa e soffocante, come in “Deserto”: «Non conta nulla/niente è importante/dirlo o non dirlo/non conta più/Come gridare nel deserto/senza nessuno che ascolti/non un’anima che risponda/che capisca il mio tormento».