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Il nostro affezionato lettore Aurelio Dayme ci scrive per porre alla nostra attenzione la drammatica situazione che stanno vivendo i lavoratori della catena di profumerie Douglas. E noi di LSDmagazine siamo vicini in questo momento di profonda incertezza lavorativa per tutti i lavori

Viaggio spesso per lavoro in Italia ed in alcuni dei miei viaggi, mi sono imbattuto in una storia che vorrei raccontarvi e che mi ha molto colpito.

Un giorno sono entrato in un negozio, una profumeria della “Douglas”, per acquistare un profumo, rimanendo colpito dall’aria che ho respirato all’interno, dalla gentilezza e cortesia del personale addetto alla vendita. Essendomi trovato bene, sono ritornato nello stesso negozio, altre volte per acquistare nuovamente, iniziandomi ad affezionare al personale ed interessandomi alla loro realtà lavorativa.

Con il tempo, è nata una certa confidenza e mi hanno fatto partecipe delle loro preoccupazioni in merito a quello che stanno subendo da alcuni mesi a questa parte.

L’Azienda Douglas, per il quale lavorano da diversi anni e che è composta principalmente da donne, vuole chiudere, in Italia, 128 punti venditalasciando a casa circa 600 persone. Tale atteggiamento nei confronti delle lavoratrici, ha creato panico e paura per un futuro nero, senza la sicurezza di un posto di lavoro, guadagnato, da tutte, con enorme sacrificio sulle spalle e grande abnegazione nei confronti dell’azienda. Non vogliono che venga rubata, usurpata e persa la loro dignità in più ambiti.  Una di loro mi ha confidato la sua storia lavorativa con aziende sempre nello stesso settore, che è iniziata quando aveva 21 anni.

“Sono una dipendente, scrivo da un punto vendita Douglas durante un sabato sera, in cui come tanti altri non riesco a pensare – malgrado l’assurdità del momento – a qualche cosa di diverso da questo negozio -, oltre ad esservi fisicamente come sempre impegnata.

Abbiamo cambiato tanti marchi di vendita in termini di prodotti, tante insegne con altri nomi.

Io, però, sono sempre rimasta allo stesso posto, nel medesimo negozio, fedele alla mia missione, rimanendo sempre me stessa.

Avevo ed ho scelto di fare questo lavoro perché credevo – e in tutta franchezza credo tutt’ora – di poter offrire un contributo motivato e valido nel campo della bellezza, della cura della pelle del corpo, del viso.

Volevo aiutare altre Donne come me a recuperare la loro autostima e la loro dignità, anche attraverso il loro corpo, il loro sguardo, la loro anima.

Mostrare al mondo che mettere sé stesse al centro è possibile e che, anzi, è opera che va fatta per non dimenticarsi mai del valore che ciascuna di noi ha dentro, oltre che fuori.

Per questo punto vendita ho speso anni preziosi della mia vita, che non rimpiango se penso ai bei tempi e alla correttezza dei comportamenti avuti in cambio in passato.

Ho iniziato, come è normale che sia, con un livello contrattuale di base.

Nel tempo sono riuscita, infatti, ad arrivare anche più in alto, ricoprendo incarichi di responsabilità.

L’ho fatto fiduciosa del compito che mi ero preposta; non individualistico, ma con uno sguardo sempre aperto alle Donne e a quello che debbano fare per recuperare o conservare il loro valore, che tutti e specialmente gli uomini, vogliono di continuo e con ogni, anche stupido sotterfugio, togliergli.

L’ho fatto sottraendo tempo alla mia bambina.

Il mio lavoro è stato sempre la mia dignità, la mia passione, la mia missione, la mia vocazione, il senso della mia vita.

Ed ho sempre sperato di poterne dare a quello delle altre.

In tutti gli anni di lavoro presso lo stesso negozio, tante clienti mi hanno ringraziata, quindi mi piace credere di esserci a volte anche riuscita.

In quasi tutti i giorni della mia vita, per vent’anni, in quelli normali ed in quelli speciali per sé stessi o per tutti, io ero lì, da Douglas.

Io ero lì, in quel posto, in quel negozio e con queste idee.

Ero lì, mentre i clienti compravano per tornare dai propri cari nei giorni di festa e non posso né voglio nascondere che su un piano umano e femminile mi costasse più di ciò che guadagnavo.

Mi mancava tanto non potere essere mai a casa con la mia famiglia (la mia bimba).

Nei momenti migliori e quelli in cui maggiormente avevo l’opportunità di sentirmi Mamma (Natale, Pasqua, compleanni delle amiche organizzati sempre nei momenti clou di sabato pomeriggio-sera in cui lavoravo, etc.).

Mi mancava tanto non poter cucinare cenoni di vigilia, pranzi in giorni speciali, ma non ho mai tolto niente al mio impegno né lasciato che sfumasse la mia vocazione: semplicemente, ero qui.

Ma la mia vita, come essere umano e come Donna, è stata dura: questo lo voglio urlare e Douglas non è nessuno per potermi togliere, con le sue campagne pubblicitarie apparenti e le misure adottate in prospettiva, il prezzo dei miei sacrifici e le mie garanzie di essere rispettata come essere umano di sesso femminile.

In fondo, non posso pensare a come sarei riuscita a superare tutte queste peripezie, situazioni in cui gli uomini con aperta o velata e gentile prepotenza ti mettono in una scatola chiusa impedendoti di respirare e liberare il buono ed il meglio che potenzialmente può esserci in te, senza aver speso le mie energie per Douglas.

Siamo donne e se non ci facciamo noi un cerchio intorno solidali, gli uomini, il mondo, il potere, gli affari, proveranno sempre a dividerci.

Per farci stare zitte.

E perché farci stare zitte è quello che a loro, guarda caso quasi sempre uomini, conviene.

Eccomi, eccoci qui – io e il 95 per cento delle donne dipendenti di Douglas – potrei iniziare tutto il discorso daccapo e trascorrere, appena rientrata dal negozio in un sabato sera lontana da mia figlia, anche la domenica a parlare di quello che di inaccettabile e soprattutto irrispettoso sta succedendo. Mi dispiace di viverlo sulla mia pelle e spero di potere offrire un contributo alle altre coscienze – ahimè in prevalenza femminile – che sono vittime di queste sabbie mobili messe in opera da Douglas e che magari non sono ancora riuscite ad identificare con lucidità.

Proprio in prossimità del giorno della Festa della donna con un cartello pubblicitario appeso fuori al negozio saying “Stronger together women’s day”..?

Col coltello alla gola sull’orlo di un possibile licenziamento, declassamento professionale, o forse di un trasferimento magari impossibile per chissà dove, a doversi pure fare interpreti e promotrici di un così falso messaggio?

Parto dalle basi, spiego chi sono, il mio punto di vista ed i motivi per cui credo che Douglas stia andando ad intaccare la dignità e il rispetto non solo del lavoratore – nella stragrande maggioranza dei casi donna -, ma tradendo proprio la sua politica di mercato e correttezza in quest’ambito.”

Aurelio Deyme