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La conferma è arrivata il 24 novembre scorso: a sorpresa l’outsider “Notturno”, docufilm che racconta la geopolitica e le sofferenze dei civili in Siria, Iraq, Kurdistan e Libano, rappresenterà l’Italia alla cerimonia degli Oscar 2021 che si terrà a marzo. Una notizia che sorprende critici ed appassionati.
“Notturno”, presentato alla 77esima edizione del Festival del Cinema di Venezia, ripercorre eventi di profondo spessore geopolitico e culturale, avvenuti dal 2017 al 2020 nel Medio Oriente dilaniato dalla guerra. Dalla presa e la successiva sofferta liberazione di Raqqa dalle truppe dello Stato Islamico, fino alla recente uccisione da parte dell’intelligence americana sotto il mandato Trump, del temibile generale iraniano Qasem Solemaini.
Tra i grandi delusi ed esclusi dalla cerimonia più ambita nella storia del cinema vi sono D’innocenzo con “Favolacce” , Gabriele Muccino ed i suoi “Gli anni più belli”, Francesco Amato ed il commovente “18 Regali” ed infine e soprattutto Matteo Garrone ed il suo Pinocchio.
Proprio il capolavoro di Garrone avrebbe dovuto rappresentare l’Italia agli Oscar, e sebbene la critica non abbia accolto il film con i riconoscimenti che avrebbe meritato, i numerosi premi (tra cui sei Nastri D’Argento e cinque David di Donatello) e la distribuzione a partire dal 25 Dicembre 2020 in più di 2000 sale Americane dimostrano come la profonda decadenza a cui il cinema sta andando incontro abbia inghiottito perfino la favola che più di ogni altra opera, fa parte della tradizione italiana, una che agli Oscar non ha mai fatto la comparsa e lo dimostrano i capolavori di Fellini, la standing ovation ed il trionfo assoluto de “La Vita è Bella” e la sorprendente ed ultima vittoria della metafora del decadentismo di Paolo Sorrentino ed il suo cinema elitario ne “La Grande Bellezza”.
Era stato impossibile per gli amanti del genere ed appassionati dell’inestimabile patrimonio culturale e folkloristico nostrano , non emozionarsi dinnanzi ai trailer ed alla relativa messa in sala della favola più controversa ed amata della letteratura italiana, alle porte del Natale 2019.
La Disney nel 1940 lo aveva consacrato al grande pubblico oltreoceano come uno dei classici più amati e celebrati, ed a 5 anni dal termine della seconda Grande Guerra, i nomi di Geppetto e Pinocchio erano celebri quasi quanto quelli di Roosevelt e Churchill.
Collodi ha reso Pinocchio un esempio propedeutico di come bisognerebbe crescere ed imparare dagli errori, ma nella cultura orientale il piccolo burattino viene ancora oggi ritenuto infimo, poco educativo e dai risvolti a tratti malvagi.
L’autore aveva pubblicato le sue “Avventure di una marionetta” rendendo omaggio alla tradizione italiana della commedia dell’arte e raccontando con lo stile del romanzo di formazione, l’epopea di un pezzo di legno animato, petulante e profondamente ingenuo. Delle caratteristiche che nel Pinocchio di Garrone sono magistralmente messe in evidenza dalla performance di Federico Ielapi al suo primo ruolo da protagonista nonostante la giovanissima età. La storia rievocata sul grande schermo dal regista si articola in maniera oltremodo fedele all’opera di Collodi grazie all’interpretazione di un cast stellare. Roberto Benigni chiude un ciclo romanzesco che lo vede radicato all’amore per le vicende del minuto burattino quasi quanto non lo sia alla Divina Commedia dantesca e torna sul grande schermo interpretando Geppetto (dopo le alterne fortune del suo Pinocchio del 2002, scelto comunque per rappresentare l’Italia agli Oscar dello stesso anno senza vincere). Oltre al maestro premio oscar, Garrone ha scelto il duo Papaleo-Ceccherini per Gatto e Volpe, Davide Marotta per il Grillo parlante, il magistrale e compianto Gigi Proietti nell’ultima interpretazione del Mangiafuoco in una carriera indimenticabile e da cultore delle arti, e la sorprendente, angelica e glaciale Marine Vacht nei panni dell’austera fata turchina. Assieme ad una resa ricca di effetti speciali, i costumi eccezionali di Massimo Cantini Parrini e la regia sapiente di Garrone, gli oltre 120 minuti di pellicola consentono allo spettatore un viaggio reale nella vera opera di Collodi. Pinocchio è tutto fuorché una favola per bambini. E’ un racconto noir, macabro, in cui figurano personaggi pittoreschi e grotteschi. Molti illustri autori provarono a spiegare l’essenza esoterica di Pinocchio. Il viaggio del burattino è spesso assimilato ad una sorta di discesa negli inferi dell’ingenuità, un viaggio oscuro e catartico alla ricerca della propria identità e dell’autodeterminazione. Un passaggio dalla meccanicità ed inconsapevole ignoranza fino alla conoscenza ed al dinamismo della vita vera. Ogni personaggio rappresenta una qualità ed una delle sfumature dell’animo umano. Da Pinocchio e la cieca ingenuità, passando per Mangiafuoco protettore dell’opulenza ma ben più legato ai propri burattini che ai guadagni del circo, fino alle sequenze narrative del “Paese dei Balocchi”, in cui un Lucignolo tentatore come i personaggi più oscuri della simbologia religiosa e della letteratura mondiale, diventa il compagno di malefatte di un Pinocchio che da quel momento si renderà conto che ad ogni azione, giusta o sconsiderata corrisponde una benigna o brutale conseguenza. La sapiente regia di Garrone è riuscita a dipingere le sequenze narrative del “Paese dei Balocchi” ambientandole di giorno, in una sorta di dedalo dai colori chiari che suggerisce alienazione e che diviene una prigione per i suoi giovani avventori.
Gli scenari brulli della Toscana, del Lazio e le regioni sconfinate ed in cui svettano gli ulivi patrimonio delle bellezze della Puglia fanno da sfondo alle vicende del piccolo Burattino diventandone lo specchio di sensazioni ed emozioni. Un resa ossimorica ed efficace targata Garrone, per un personaggio che fino alla sua trasformazione definitiva non dovrebbe essere contestualmente in grado di pensare o vivere come un reale umano. Infine a far da sfondo alle vicende, immancabile la menzione alle dolci colonne sonore del premio oscar Dario Marianelli, capaci di trascinare lo spettatore nelle atmosfere fiabesche delle prime sequenze narrative della vicenda ed in quelle più cupe, sofferte e difficoltose nelle ultime, quando la disperata ricerca del “babbo” porta Pinocchio nelle fauci di una balena, che Garrone rende più assimilabile ad un fantasioso mostro abissale.
E’ proprio nella fauci della balena che il giovane burattino si ricongiunge al vecchio e paziente Geppetto, dopo aver avuto una conversazione illuminante con un anziano Tonno che per modi e massime di spessore morale e filosofico strizza l’occhio come riferimento al celebre “Brucaliffo” di Lewis Carroll. Garrone ha creato un’opera che riassume tutti i caratteri della sua sapiente cinematografia. C’è il macabro, il surreale ed il contesto atemporale tipico del “Racconto dei Racconti”, il grottesco ed i toni che si ingrigiscono sequenza dopo sequenza tipici nel capolavoro “L’Imbalsamatore” ed infine la drammaticità e l’azione di “Dogman”. Su uno script indecifrabile come quello di Collodi, intriso di retroscena occulti e “dark” il regista crea un Pinocchio fedele , convincente e che avrebbe fatto applaudire anche lo stesso autore. Un film che in Italia non è stato accolto con giubilo ma che in America come successo nel passato potrebbe ritrovare nuova linfa ed incoronare lo spessore internazionale di Matteo Garrone.
Pinocchio avrebbe dovuto rappresentare l’Italia agli Oscar perché è sia il figlio che lo specchio di una realtà controversa e dinamica come quella del nostro paese, tra passato e presente. Tutti sono stati Pinocchio, tutti si sono riscoperti nella voglia di conoscere, sbagliare ma alla fine comprendere, ed ad una nutrita fetta di pubblico , covid permettendo, avrebbe fatto sicuramente venire i brividi di gioia rivedere quel “Robberto” che tanto ci ha fatto sognare, ancora una volta su quel palco, che per una notte, nel marzo del 99 incoronò la geniale follia di quell’interprete. Oggi, con la nomina di “Notturno” abbiamo una conferma: molti nel cinema hanno smesso di sognare.

Il legno, in cui è tagliato Pinocchio, è l’umanità – Benedetto Croce

Alarico Lazzaro