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Nel Giugno del 2015 il mondo intero sorrise dinnanzi alla sfilata sulle scale della Trump Tower del rinomato imprenditore, magnate (e padrino newyorkese dell’acclamata serie evento “The Apprentice”) Donald J. Trump e della fascinosa moglie Melania.
Ma quella bizzarra quanto appariscente presentazione rappresenta perfettamente la politica da “homo novus” di un Donald Trump che stravinse le primarie repubblicane attaccando in maniera rude e diretta gli avversari (il texano Ted Cruz su tutti), mettendo in evidenza e denunciando gli errori del passato riguardo la duplice sconfitta McCain-Romney ed appellando quest’ultimo come “perdente” ,colpevolizzando la sua arrendevolezza nel celebrare la vittoria Obama. Trump guadagna immediatamente consenso sollevando numerose perplessità nel GOP, e ne diventa immediatamente il fulcro, rivendicando i valori del conservatorismo puro e della necessità di arrestare l’onda blu dei democratici che ben presto avrebbero compromesso l’identità ben consolidata della prima potenza economica e politica mondiale.
Dall’altra parte, a seguito della rinuncia di Joe Biden, le primarie democratiche vengono vinte dall’ex first lady Hillary Clinton, Segretaria di Stato per oltre dieci anni e politica con un bagaglio di preparazione nettamente più influente rispetto all’avversario.
Le due visioni di una nazione percepita in maniera diametralmente opposta si sposano perfettamente con i motti delle rispettive campagne: “MAGA” acronimo di “Make America Great Again” per il duo Trump-Pence (governatore dell’Indiana) e “Stronger Together” per Clinton e Tim Kaine (senatore ed ex governatore della Virginia).
Ne derivano mesi entusiasmanti di campagna elettorale seguiti con grande attenzione in tutto il mondo e culminati con i confronti face to face nei debates, che registrano uno share da record nella storia delle presidenziali da quando i dibattiti vengono trasmessi in televisione.
La Clinton, per la stampa ed i media, vince agevolmente tutti e tre i dibattiti. Lo fa con moderazione ed esperienza, venendo tuttavia superata dal rivale su questioni particolarmente delicate. Mentre la candidata democratica si prodiga come continuatrice della visione del predecessore Obama, con un progetto politico di progressismo ed innovazione sociale e culturale, Trump si dichiara il campione della visione politica del “Law and Order”, del rilancio economico, della politica estera che avrebbe limitato i conflitti in Medio Oriente favorendo il controllo sulle località tenute sotto scacco dalla minaccia del fondamentalismo islamico, pur consentendo il rimpatrio di numerosi militari impegnati nei conflitti delle Primavere Arabe sotto l’amministrazione precedente.
Iconiche durante gli accesi confronti, le scene di Trump che si alza ed erge alle spalle della minuta Clinton, per farla sfigurare dinnanzi alle telecamere rispetto alla sua imponenza e mole. Uno tra i segnali che Trump lancia all’elettorato avviene durante il secondo dibattito, quando la rivale afferma che sia una fortuna che negli Stati Uniti D’America il sistema giudiziario e penale non sia nelle mani di una persona come il candidato repubblicano.
Trump in tutta risposta lancia una provocazione accolta con entusiasmo dal pubblico rumoreggiante ed in visibilio: “You’d be in jail” afferma il tycoon, che sfrutta (recuperando consensi) le voci sull’uso improprio della casella postale durante gli anni da Segretaria di Stato dell’avversaria e che ad oggi sono considerate il tallone d’Achille di una campagna vissuta con eccessiva sicurezza di vittoria ed annunciato trionfo.
E’ da dire che a metà della corsa, a causa delle uscite “poco ortodosse” sulle donne, registrate e pronunciate tramite audio telefonico da Trump nel 2005, molti Repubblicani (tra cui anche l’ex candidato McCain) avevano intimato a “The Donald” di ritirarsi dalla corsa, mentre la Clinton rincarava la dose e dominava nei sondaggi. Il crollo di Trump preoccupa, al voto mancano poche settimane e le speranze percentuali di vittoria sono ridotte al minimo storico.
E’ il 28 ottobre del 2016 quando l’FBI riapre la corsa alla White House, con fascicoli legati alla serie di e-mail su cui aveva attaccato spesso e volentieri Donald Trump, mandate dalla Clinton ad alcune strette collaboratrici e che nasconderebbero gravi ed oscuri risvolti diplomatici delle amministrazioni precedenti e legate al ruolo della stessa ex Fist-Lady.
Quando manca poco all’8 novembre, il gap si riduce fortemente e Trump riesce a portarsi a ridosso (i principali sondaggi consideravano Clinton in vantaggio di 3,3 punti percentuali sullo sfidante) dell’avversaria alla vigilia di quella che si prospetta una notte infuocata. I due seguiranno il risultato dalle rispettive abitazioni a New York, con Trump in fervida attesa nella sua Trump Tower, dove era iniziata una rincorsa considerata utopistica, folle e sconsiderata.
Negli studi televisivi, redazioni giornalistiche ed al comitato di Hillary Clinton sono trascorse alcune ore dalla mezzanotte quando scende il gelo.
I pronostici della vigilia sono stati clamorosamente smentiti e ribaltati, e sebbene molti sostenitori della campagna della Clinton avessero inizialmente imputato la vittoria di stati minori e di poco conto ,ai fini della corsa agli Swing States, alla fortuna ed alla tendenza repubblicana, il ruolino di marcia di Trump è presto inarrestabile.
Dal “who cares about Virginia, Indiana, Kentucky” nel giro di alcune ore si assiste ad una valanga repubblicana.
Trump si aggiudica in ordine Kentucky, Indiana, West Virginia, Oklahoma, Tennessee, Mississippi, South Carolina, Alabama, Kansas, Nebraska, Wyoming, North Dakota, South Dakota, Texas, Arkansas, Louisiana, Montana, Missouri, Ohio, Idaho, North Carolina, Florida, Georgia, Iowa, Utah arrivando alla cifra di 245 grandi elettori.
Non bastano ad Hillary le roccaforti democratiche di California e Stato di New York, e dopo la conquista di Florida, Georgia, Iowa e Utah arriva la fatidica chiamata della candidata democrats “to concede the election” e fare le “sentite” congratulazioni allo sfidante. Uno tra i risultati più clamorosi della notte elettorale è senza ombra di dubbio la conquista della Pennsylvania da parte di Trump, che vince nella madre-patria dell’avversaria dopo aver ribaltato sondaggi ed iniziali proiezioni che davano la Clinton abbondantemente in vantaggio. Trump vincerà per meno di 50.000 voti suggellando anche con Wisconsin, Arizona, Alaska e Michigan una cavalcata trionfale.
Ad Hillary non bastano gli oltre 2 milioni di voti di differenza nel voto popolare, nel Collegio Elettorale è sonoramente sconfitta.
“Our movement is about replacing a crooked political establishment…we will make America Great Again” annuncia Trump ai suoi seguaci in festa e con gli iconici red maga hat che sventolano festosi.
L’America che aveva appena 8 anni prima eletto il primo presidente afroamericano della storia aveva voltato pagina, lo aveva fatto con un personaggio atipico, privo di conoscenze politiche ed con un passato nel mondo dello spettacolo.
Trump era una novità assoluta: non aveva la dialettica elegante di Obama, l’appeal di Reagan o l’esperienza di Clinton, eppure in una notte seppe smentire pronostici e media di tutto il mondo. Lo fece concentrandosi sul malumore di una fascia di elettori molto ampia, spesso tralasciata. A spingere “The Donald” alla casa bianca non furono semplice fortuna o eccessivi demeriti dell’avversaria (a cui comunque si rimprovera una pessima gestione del vantaggio accumulato e l’incapacità di affondare il colpo quando Trump era in caduta libera) ma gli operai delle zone suburbane, del Mid-West, del profondo Sud, i contadini, gli anziani over 65 spesso non istruiti. Il Trump che vinse nel 2016, vinse perchè era un miliardario populista amato dal suo popolo, e dalla parte di elettorato spesso confinato ad una semplice parvenza da comparse, senza mai recitare una parte attiva nella società.

Alarico Lazzaro