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Il copyright è realmente un diritto o è una forte limitazione della:

libertà d’opinione, della libertà di fare spettacoli di qualità e della libertà di diffondere cultura?

In campo artistico sono tante le critiche che si sollevano a riguardo.

Copyright è il termine inglese che indica il diritto d’autore. E sì il diritto d’autore è nato proprio in Inghilterra nel XVI secolo, a Londra.

Partì subito male, la sua funzione era infatti quella di operare una censura sulle opere pubblicate per meglio controllare la circolazione delle opinioni col rapido diffondersi dei torchi tipografici.

Si assegnò tale compito ad una corporazione privata la «London Company of Stationers» che aveva il diritto esclusivo di stampa delle opere e di fatto svolgeva la funzione di polizia-privata orientata al profitto e controllata dal governo.

Questo sistema finì con lo “Statute ofAnna” del 1710 che assegnò agli autori i diritti d’autore e agli stampatori/editori i diritti di distribuzione. Gli autori dipendevano però sempre di più e tristemente, dagli editori.

Nel 1886 fu istituito un ente per regolare il copyright a livello internazionale, questo ente, tuttora operante si chiama: Unione Internazionale di Berna.

Nel XX secolo, con l’avvento delle tecnologie digitali si è avuta una vera rivoluzione del copyright. Il proliferare di internet, di software gratuiti per la condivisione di file musicali come E-mule e Napster, hanno fatto la gioia degli utenti e hanno fatto aumentare le cause legali sui diritti d’autore.

L’invenzione degli MP3 ha permesso a tutti i cantanti di prodursi da soli e, come conseguenza, i musicisti accompagnatori hanno avuto un forte calo di richieste.

Il fenomeno “Wikipedia” (dall’hawaiano wiki=veloce e dal greco παιδεία-paideia = formazione, ha fatto la gioia di tutti gli studenti, dei curiosi ed anche dei giornalisti. Wikipedia è una fonte enciclopedica con contenuti liberi, gratuiti e con la possibilità di correggere eventuali errori di contenuti. Una manna per il sapere.

Per il copyright così come per i brevetti si dovrebbe tener conto del diritto di pubblica utilità. Certi beni, così come le arti, servono al miglioramento e alla crescita della società. Creare ostacoli alla loro diffusione, rincorrendo e difendendo coi denti l’interesse privato di pochi, è amorale.

Questo vale anche per gli intrattenimenti musicali.

Per quanto riguarda l’arte è difficilissimo sostenere la totale appartenenza creativa di un’opera ad una sola persona poiché ogni artista è stato a sua volta influenzato da altri artisti che lo hanno preceduto ed ispirato. Quindi anche le sue rendite su un’opera andrebbero riviste e limitate.

Per un musicista ad esempio, è giusto essere remunerato quando esegue un pezzo o vende una sua incisione, ma beneficiare sull’esecuzione di un’opera eseguita da altri, di far durare i diritti oltre la sua morte e ancor peggio dare in eredità tali diritti suona stonatissimo.

Una fortissima limitazione alla diffusione di cultura musicale e di spettacoli è dovuta in Italia alla SIAE (società italiana autori editori) che, onnipresente, di fatto disincentiva tutti gli organizzatori di eventi a fare intrattenimenti musicali.

Le amministrazioni comunali, che hanno budget sempre più ridotti, limitano tantissimo, oppure cancellano proprio, gli eventi musicali. Il costo SIAE per un’ora di spettacolo è spesso più costoso del cachet degli artisti. (non parlo della faziosa “élite” musicale, ma degli artisti comuni che spesso sono meglio dell’élite).

Alcune situazioni:

Nei Paesi del Common Law (Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Singapore) il copyright è molto meno rigido, lì vige una disposizione che si chiama “fair-dealing” = equità, che esenta le attività didattiche ed altre ipotesi dal pagamento dei diritti di copyright. Negli USA la violazione del copyright è un reato federale ed è costosissima, ma anche lì esiste il fair use che è come il fair-dealing inglese.

In Italia la SIAE pone fortissimi freni all’uso del fair use, esercita forti pretese e non è stata esente da scandali e da pratiche furbette da parte dei suoi dirigenti. Andrebbe sicuramente ridimensionata con un intervento parlamentare.

L’Unione Europea si è schierata a favore del fair-use.

Concludendo: a pare mio il copyright, così come è oggi, è ovunque una limitazione alla cultura.