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Su iniziativa dell’ASSEMBLEA GENERALE DELLE NAZIONI UNITE (15 giugno 2007), il 2 ottobre, data di nascita (1869) del Mahatma GANDHI, si celebra la GIORNATA MONDIALE DELLA NONVIOLENZA. In relazione a questo tema ritengo opportuna la lettura della parte finale di uno dei 40 capitoli del memoriale “VIAGGIO NEL PAESE DEGLI ERRE-CÍ” [= ReClusi ], composto nel1947 dal filosofo e scrittore ebreo polacco, Julij Boríssovič Margólin, di formazione linguistico-culturale russa, sopravvissuto a 7 anni di detenzione in Unione Sovietica: cinque anni nei Gulag e due, tra carcere e confino. L’opera, originale in russo, è in corso di traduzione a mia cura (www.memento2012.com).

Colui che nel campo non sa difendersi con la forza, è un uomo perduto. Io lo sapevo bene, eppure non riuscivo a usare la forza. Per questo, a derubare me non si correva alcun pericolo. E, infatti, tutto quello che io avevo nella baracca me lo avevano già sgraffignato.

Eppure una volta accadde anche a me di provocare un fattaccio.

Mi si era incollato addosso uno sciacallo del campo, un tale dalle nere e folte sopracciglia, del genere zingaresco, occhi mobilissimi e labbra umide e molli. Nella sua precedente vita era stato spedizioniere a Lublino, proprietario della stessa agenzia. Il campo di concentramento ora lo aveva molto cambiato, in modo assolutamente inatteso, tanto da far meravigliare lui stesso. In che misura noi conosciamo noi stessi, se non sperimentiamo personalmente certe realtà?

Mi stava, dunque, sempre alle calcagna costui, non mi lasciava mai solo e sfruttava qualsiasi occasione per fregarmi ogni volta qualcosa. Aveva ormai capito che con me non correva alcun rischio e, se anche lo avessi sorpreso in flagrante, che cosa avrei potuto fargli?

A mie spese lui faceva delle cose davvero incredibili, come quella volta che, senza alcun permesso, prese le calze di cotone di un tale e venne a venderle a me, in cambio di un pezzo di pane; immediatamente dopo me le rubò, quelle calze, e andò a restituirle a quello, al quale le aveva fregate. Di me lui non aveva paura, ne aveva, invece, del primo proprietario. Anche se io vedevo che lui aveva molti miei oggetti (il cinturino, l’asciugamano, la saponetta), me ne stavo ugualmente zitto. In seguito, però, cominciò a puntare gli occhi sul mio pane.

Un mattino avevo appeso la mia giubba imbottita ad un ramo, non lontano dal fuoco nel bosco, e per una buona mezz’ora restai da parte a segare tronchetti, senza mai alzare la schiena. A mezzogiorno mi raddrizzai e andai verso il ramo su cui era la giubba, in una tasca della quale avevo serbato un tozzo di pane: tutto il cibo fino a sera. Ma il pane era sparito. In simili casi io precipitavo in un grande abbattimento morale.La sparizione di oggetti o di denaro non si rimpiange tanto profondamente quanto la scomparsa del pane, che si ha davanti agli occhi sin dal mattino. In tutta pazienza aspetti che giunga il mezzogiorno, a gran fatica attendi l’ultimo minuto e, quando allunghi la mano, scopri che il pane non c’è piú, te l’han rubato! Ti si gela il cuore .

Gli occhi mi si empirono di lacrime come fossi un bambino, non riuscivo ad articolare parola. Il mio vicino con un cenno mi indicò lo “zingaro”, che se ne stava seduto con disinvoltura vicino al fuoco.  Costui  non solo s’era mangiato il mio pane, ma se la rideva anche beffardamente, come se niente fosse, con lo sguardo in tutt’altra direzione…

Alcuni giorni dopo, inoltre, il guardiano Kive, che, dopo l’adunata, era rimasto nella baracca insieme con gli esonerati dal lavoro, udí, dalle cuccette superiori, dove, appunto, si trovava il mio posto, certi rumori strani, qualcosa come suoni metallici. Guardò in alto e vide lo zingaro di Lublino che aveva tirato fuori le mie cose e se ne stava seduto là in mezzo con aria da padrone. Aveva trovato la cassetta, dove io custodivo le provviste, ma tutte le scatolette che aveva tirato fuori, una ad una, erano vuote.  Infine, gli capitarono tra le mani due pezzi di salsiccia, che mi rimanevano dell’ultimo pacco, e se li cacciò in bocca. Vistolo in quell’atteggiamento, Kive, nonostante fosse avanti con gli anni, lo afferrò per una gamba e, tiratolo giú dalla cuccetta, gli assestò un colpo dietro la nuca. La sera, poi, dopo quanto mi raccontò Kive, mi avvicinai io allo zingaro e gli feci: “Allora, ti è piaciuta la salsiccia?”. Ma la mia sottile ironia non lo toccò per nulla. Se ne stava disteso al suo posto e addirittura non volse neanche lo sguardo verso di me.

Che fare?   Il rifiuto di reagire con la forza contro il male non mi era mai piaciuto; ma io reagii con la forza dell’intelligenza. Presi calamaio e penna e  preparai in uno stile aulico una domanda al comandante del campo, perché estromettesse dalla nostra baracca quell’uomo, che… La mia domanda fu sottoscritta dal capo brigata, dal sorvegliante della baracca e da altri 14 idealisti!

A questo punto il mio persecutore cominciò a preoccuparsi, non sapendo quali conseguenze avrebbe potuto causare quella inusuale richiesta. L’indomani mattina, mentre ci preparavamo per andare al lavoro, mi si avvicinò e mi propose di fare la pace: lui mi avrebbe lasciato stare e addirittura in futuro non si sarebbe neanche accostato là, dove io mi fossi trovato, a condizione che io non inoltrassi quella domanda. Dopo aver ascoltato dalla bocca dello spedizioniere di Lublino simili parole di rappacificazione, assaporai la piena vittoria e quello, senza piú neanche ascoltarlo, lo mandai subito all’inferno. La lettera, quindi, rimase nelle mie tasche, poiché non aveva alcun senso mettere nei guai una persona che in quel modo ti rivolgeva delle scuse. In realtà, per tutta la settimana il suo comportamento non ebbe nulla da eccepire. Ma una bella sera, sul tardi, quando rientrai dall’ambulatorio, mi dissero che di nuovo era andato a frugare tra le mie cose, per giunta in modo sfacciato e spavaldo, fin quando non lo allontanarono con la forza. Presi subito una decisione e… andai a dormire.

Ero imbestialito con me stesso! Persino nel momento, in cui quell’uomo aveva fatto di me lo zimbello di tutta la baracca, io non riuscivo a trovare alcun risentimento nei suoi confronti. Nessuna rabbia cieca e irrazionale, del genere che prova l’animale a cui si cerca di togliere l’osso dalla bocca, o l’erre-cí, al quale si vuol togliere la razione di cibo, che rappresenta il suo sangue e tutta la sua vita. Per una razione di cibo si arriva ad ammazzare nel campo di concentramento; si afferra il primo bastone che capita sottomano e lo si spacca sulla testa del malcapitato. Io, però, avevo preso una decisione a freddo, in modo razionale. Non riuscivo a covar dell’odio per quel vigliacco, avevo persino rimandato al giorno dopo la necessaria punizione. E perché? Semplicemente perché ormai tutti dormivano, e lui stesso stava dormendo, e non dovevo svegliarlo, disturbargli il sonno.

Il mattino seguente mi alzai con la sensazione di dover fare un’immersione in acqua gelida. Sentivo in fondo all’anima una certa ripugnanza, tuttavia dovevo eseguire quello che era ineludibile necessità.  Mi avvicinai al tipo dalle folte sopracciglia nere. Era di sotto, giaceva vicino alla finestra dalla parte destra. Era sdraiato su un mucchio di stracci e mi guardava senz’alcuna particolare espressione, come si guarda una mosca sulla parete. Mi avvicinai come in sogno e gli chiesi: “Ieri sei stato a frugare nel mio posto?” e, senza attendere risposta, gli assestai un pugno su una tempia. Era, quella, la prima volta che nella mia vita picchiavo una persona, se si escludono i casi dei litigi ai tempi di quand’ero bambino. La prima e l’ultima, se il destino mi concederà di non tornare mai piú in luoghi simili al quadrato 48. Non si devono picchiare le persone!

Quell’uomo si spaventò, quando io lo colpii; non se l’aspettava affatto. Lui era piú grande e piú forte di me, ma adesso era disorientato, nei suoi occhi si leggeva autentico spavento, mentre io, dopo il primo colpo, persi ogni freno. Mi lasciai andare, come se avessi oltrepassato un limite predefinito ed ora in tutto il mio essere avvertivo la forza, la voglia, il diritto ed una insospettata leggerezza nel picchiare. Mi buttai su di lui e gli sferrai una gragnuola di pugni. Lui si copriva il volto con le mani, si girò di fianco e, se non mi avessero staccato da lui, lo avrei ridotto a un povero invalido, fino a farlo svenire.

Nella baracca si levò un mormorio crescente. Quando tornai al mio posto, i vicini si facevano avanti per congratularsi con me. Per tutto il giorno, come fossi il festeggiato, ricevevo complimenti da persone che si avvicinavano col volto sorridente e dicevano: “Allora, è vero!? Finalmente lo ha sistemato! Bravo davvero! Adesso sí che La lascerà in pace! Ma, come c’è riuscito? E dire che noi non L’avremmo mai ritenuta in grado di un simile atto eroico!”  

Io, invece, non mi sentivo per nulla gratificato, provavo grande vergogna, umiliazione e amarezza. Quel giorno ero scivolato un gradino piú in basso verso la disumanizzazione. Avevo fatto qualcosa che cozzava profondamente contro il mio stesso essere umano. Di tutte le esperienze, che non perdonerò mai al campo di concentramento e ai suoi biechi inventori, quel pugno che assestai in faccia ad un uomo mi rimarrà per tutta la vita impresso nella memoria, poiché, anche se solo per un breve istante, fece di me un loro complice, un loro seguace e un loro discepolo.

Julij Boríssovič Margólin, Tel-Aviv 1947