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Chi sarà a raccontare? Chi sarà? Sarà chi rimane. Io seguirò questo migrare, seguirò questa corrente di ali.” [da “Khorakhané (A forza di essere vento)” di Fabrizio De Andrè ed Ivano Fossati]

Anni fa, cercando, nel nostro piccolo, di riportare su carta le emozioni che ci erano state trasmesse da una apprezzatissima pièce teatrale, ci eravamo spinti sino a profetizzare l’inesauribilità della vena artistica che alimentava il viaggio del gruppo Terrae, capace, nel suo percorso d’arte e di vita, di lambire le coste, approdarvi all’interno, visitare ed infine appropriarsi di innumerevoli località, geografiche o dell’anima, talvolta già battute e familiari, talaltra ancora vergini ed inesplorate, traendo da ognuna un’esperienza di vita che veniva sempre superbamente tramutata in racconto, in poesia e musica. “Canti e disincanti (Tradizioni e tradimenti)”, il nuovo lavoro della Compagnia barese, in fondo è il realizzarsi di quel viaggio, non inteso come punto di arrivo, ma come nuovo straordinario inizio, trampolino per un nuovo e più energico salto verso nuove sfide, nuove avventure, nuove esplorazioni. Nella inconsueta cornice della sala del Museo Civico di Bari, a più di vent’anni dal debutto del fortunatissimo concerto-spettacolo “Le terre del rimorso”, il gruppo ritorna alla stessa formula, realizzando, di fatto, un “concept concert”, una miscellanea di canzoni e stralci d’opere letterarie che, pur essendo costruita su testi e musiche il più delle volte molto distanti tra loro, appare perfettamente circolare, certamente frutto di uno straordinario lavoro di scrittura alla ricerca di assonanze e corrispondenze, anche – perché no? – d’amorosi sensi; a tale scopo, si allarga la visuale e si spostano gli orizzonti artistici, passando dal Mediterraneo italico alla Corsica, Grecia, Portogallo, Spagna, sino a giungere all’Iraq, riuscendo ancora una volta a dimostrare di non avere pari nel “saper leggere il libro del mondo, con parole cangianti e nessuna scrittura”, scandagliando gli incontaminati fondali della tradizione, ispezionando gli scrigni del miglior repertorio musicale e poetico, e, infine, traendone, a piene mani, le gemme più preziose e grezze che, nelle loro mani, acquistano nuova luminosità. Ecco spiegato il sottotitolo di questa nuova fatica: affidate alle cure degli artisti che formano l’ensemble, le tradizioni dei popoli visitati vengono tradite, trasgredite, profanate, violate, contaminate e, nel contempo, fecondate, fertilizzate, alimentate, concepite a nuova e più fulgida vita; si rincorrono, così, canti ancestrali di sublime bellezza, intervallati da capolavori più vicini ai nostri tempi, come “Fado mae” di Dulce Pontes, la splendida “Antidotum” di Paolo Mastronardi e Stefano di Lauro, colonne del gruppo, e l’inimitabile “Khorakhané”, ricordata in apertura di articolo, tutte magnificamente rese da un quartetto delle meraviglie che annovera Loredana Savino alla voce e percussioni, Rocco Capri Chiumarulo alla voce, chitarra battente e percussioni, Paolo Mastronardi alle chitarre ed arrangiamenti, ed Alessandro Pipino alla fisarmonica, organetto ed altre diavolerie: a loro, e a noi con loro, auguriamo di intraprendere ancora nuovi cammini, cercare nuovi percorsi, tracciare nuove rotte, per il nostro esclusivo piacere o, per dirla ancora con De Andrè e Fossati, “per un guado, una terra, una nuvola, un canto, un diamante nascosto nel pane, per un solo dolcissimo umore del sangue, per la stessa ragione del viaggio: viaggiare”.