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"abbadessa"E’ da lì che viene la luce, edito da Piemme, è il nuovo romanzo di Emanuela E. Abbadessa che, appena uscito, è stato già selezionato per il Premio Strega.

Esso è molto interessante per le tematiche affrontate.

E’ infatti ispirato alla vita del fotografo tedesco Wilhelm von Glöden.

"E’ uno dei fotografi più importanti di tutti i tempi ed è molto citato nei libri specialistici americani riguardanti la fotografia in quanto è il più famoso  esponente di nudo maschile, ma egli ha subito il grande torto di essere in parte dimenticato a causa della sua omosessualità"- ci anticipa la scrittrice.

Emanuela Abbadessa, catanese, ci ha spiegato di avere sempre apprezzato questo fotografo che amava ritrarre giovani uomini in pose classiche, ispirate all’antica Grecia, ma è noto anche per i paesaggi.

Von Glöden fu un benefattore perché lasciò i proventi delle sue opere alla città di Taormina. La diversità sessuale è un tema  che sta a cuore alla scrittrice, ma nello specifico il personaggio reinventato per il romanzo, quello del nobile Ludwig Von Trier, è un quarantenne che non ha mai avuto relazioni sessuali a causa dell’oppressione della famiglia d’origine che ne inibiva gli istinti mentre la governante  Elena è il suo doppio, in un "quadrilatero" che include Agata, la modella preferita, surclassata nelle preferenze da Sebastiano, il modello preferito.

La storia dunque "è un quadrilatero i cui vertici cambiano sempre all’interno di un amore spirituale e puro, quello del fotografo, inficiato dalla maldicenza di Agata, provocata da gelosia. Tale maldicenza è la vendetta dei poveri, di coloro che non hanno strumenti per relazionarsi appieno con la realtà"ci ha spiegato Emanuela Abbadessa in una lunga e interessante conversazione.

I personaggi dunque sono da tragedia greca,  nella fattispecie quello del barone  Ludwig Von Trier, ovvero essi appaiono legati a un destino ineluttabile .La governante Elena  è una donna colta e intelligente che amministra il senso di giustizia e rappresenta la concretezza nel mettere a posto le cose, ma conserva un segreto speculare a quello di Ludwig. Il modello Sebastiano, oggetto di un amore genitoriale da parte del fotografo, vuole guadagnare abbastanza per aiutare economicamente la madre e imparando a usare la Leica dal suo mentore ne diviene il braccio destro, curando successivamente le sue mostre e scegliendo le stampe migliori".

Ecco le domande che abbiamo rivolto a Emanuela E. Abbadessa, che oltre che scrittrice collabora con l’edizione palermitana di Repubblica e con Il Secolo XIX

"abadessa_emanuela"Il suo romanzo è stato proposto per concorrere al Premio Strega. Se lo aspettava?

Non me lo aspettavo e non lo avrei mai immaginato. È stata una sorpresa meravigliosa della quale sono grata al mio editore. Al di là di come andrà, la candidatura è per me un grande onore.

Esso è ambientato a Taormina nel 1932. Lei è siciliana. Come ha ricostruito l’ambientazione d’epoca?

Mi sono documentata attraverso saggi, foto d’epoca e testimonianze dirette. Il lavoro di documentazione per me è molto importante e lo faccio sempre prima di iniziare a scrivere.

Nel libro si fa accenno alla violenza fascista e alle discriminazioni…? Quanto peso hanno queste tematiche nel corso della  narrazione?

Hanno una parte importante. Il riconoscimento di pari diritti per tutti è un punto imprescindibile del mio percorso. Rigetto nel modo più reciso qualsiasi forma di razzismo e discriminazione.

Il fotografo Wilhelm von Glöden. Come mai il romanzo è ispirato a questa figura? Quanto c’è di biografico e quanto di invenzione?

Il mio personaggio, Ludwig von Trier, è totalmente inventato. Mi sono semplicemente ispirata alla figura del barone fotografo perché da bambina, andando a Taormina, vedevo le sue fotografie e ne ero rapita. Quando ho pensato a una storia da raccontare, mi è tornata in mente una delle immagini di Glöden e ho pensato di partire da lì. Non sono interessata a narrare le biografie perché questo è compito di storici e biografi.

Cosa ammirava Glöden dell’Italia e della Sicilia in particolare?

Immagino tutte quelle cose che da sempre colpiscono gli stranieri: la natura selvaggia, l’eredità classica, il mito.

La figura del barone è oggetto di disputa per la sua omosessualità e il  rapporto di lavoro con i modelli. Diversi scrittori ne hanno  riportato le azioni, magari inventando o distorcendo. Quale la verità e cosa emerge dal suo romanzo?

Narrando una storia non sono interessata alla verità. Come direbbero i miei protagonisti che di vero parlano spesso, la verità si consuma nell’attimo in cui si vive, è un istante da fissare sulla pellicola ma trascorso il quale svanisce. Quindi nulla di ciò che racconto è mai realmente accaduto e non importa che lo sia.

Il personaggio del diciassettenne. Lo descriviamo? Si tratta di una storia di formazione?

Mi piace pensare che i miei romanzi siano di s-formazione: tutti i miei personaggi intraprendono un cammino alla fine del quale dovrebbero aver maturato alcune consapevolezze, eppure ognuno di loro resta inchiodato al proprio destino senza possibilità di evolvere totalmente.

Sebastiano è un ragazzino del popolo, ingenuo, buono; non è attrezzato per la vita perché troppo giovane, ignorante e forte solo di un alto senso morale. Però è curioso e proprio questa curiosità lo porta a imbattersi nel barone che gli cambierà il destino. In fondo, credo sia il solo personaggio del mio romanzo in grado di farcela, il solo che supererà lutti e ostacoli e avrà un futuro non gravato dal peso della colpa.