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"parlaSe tu mi hai dato la vita, vuol dire che per un giorno sei stata Dio. Grande!” (Niccolò, 6 anni)

Mama’s gonna wait up till you come in. Mama will always find out where you’ve been. Mamma’s gonna keep baby healthy and clean. Ooooh Babe, you’ll always be a baby to me.” (Roger Waters)

Si può raccontare il più universale e, allo stesso tempo, il più personale dei rapporti umani, quello con cui ogni essere vivente deve, prima o poi, fare i conti, che resta indissolubile anche se uno dei due soggetti interessati si allontana – momentaneamente o indefinitamente – dal nucleo, e che, anzi, talvolta spiega i propri maggiori effetti, serra i propri tentacoli, estende i propri rami, stringe le proprie maglie nel momento esatto del saluto, spingendoci a vivere in un infinito ed indeterminato flashback, un corto circuito di reminiscenze e percezioni che ci catturano sempre, talora con la forza distruttrice di un elettroshock, talaltra con l’incommensurabile dolcezza di una carezza? In tanti ci hanno provato, ma pochi ci sono riusciti, sebbene nessuno sia immune dal confronto con la figura materna. Nessuno. Abbiamo tutti dentro quantomeno un gesto, una parola, una cadenza, un profumo, o anche una poesia, una musica, una canzone che ci ricollega in un attimo a nostra madre e ce la restituisce in tutta la sua magnifica presenza, nel pieno delle sue illimitate doti, immune da malattie e morte, come fosse bloccata in un eccelso e sfolgorante fermoimmagine; basta così poco, a volte, e tutto torna: non importa quanto lontano si sia andati, si torna su quella porta, come reduci, come sopravvissuti, come superstiti al termine della nostra guerra fredda e privata, anche nel senso che, per intraprenderla, ci siamo privati del nostro stesso afflato vitale.

Roberto Corradino ha avuto il coraggio – e ce ne vuole tanto – di intraprendere questo percorso, questo ritorno al futuro, questo viaggio a ritroso nel punto più recondito della nostra memoria, nella piega più nascosta dell’anima, nel luogo più familiare che ci abbia mai avuti, allo stesso tempo caldo ed asfissiante, rassicurante ed inquietante, ospitale ed ostile, amato ed odiato, e lo ha fatto a modo suo, utilizzando la macchina teatrale come solo lui sa fare, regalandoci un’altra Opera che non consente accostamenti asettici e distaccati ma richiede a gran voce una totale acquiescenza, una accettazione senza preclusioni, una sovrapposizione finanche. “Parla con mia madre (me ne vado alla guerra)”, il lavoro prodotto dalla Reggimento Carri, scritto e diretto da Corradino e dallo stesso interpretato assieme ad una eccelsa Teresa Ludovico, andato in scena al Teatro Kismet Opera per l’annuale stagione dei Teatri di Bari, esprime già dal titolo una pretesa di coinvolgimento, una richiesta di aiuto, un anelito, l’estremo tentativo di recuperare le figure femminili (madre e nonna, ma anche – perché no? – la Madonna) che hanno popolato – e spesso affollato ed assediato – la prima parte – e non solo – della sua vita, consegnandole all’immortalità ma, anche e soprattutto, restituendole ad una umanità carnale, tornando a visitarle lì dove le aveva salutate allorquando, vittima di un non meglio definito – ed invero assai raro – tumore al cuore (che noi vogliamo credere sia puramente allegorico), decise di allontanarsene per curarsi, così da intraprendere un numero incalcolabile di traslochi che, lungi dall’allontanarlo per davvero, stringevano ancor più i lacci del suo cuore, malato o no.

Lo spettacolo, che, pur godendo dell’assistenza spazio luci e audio di Pietro Matarrese, è calato nella più assoluta e rigorosa semplicità cui Corradino ci ha abituati, con la scarna scenografia in cui gli oggetti sembrano sempre più assegnatari del ruolo di feticci (l’asta di legno poggiata sui cavalletti è la stessa di “Piaccainocchio”, in una sorta di ideale ricongiungimento di due storie che paiono completarsi), è sublime, un dono di incommensurabile valore, con momenti di pura perfezione, intriso di parole e di emozioni che rigano il volto del pubblico di lacrime ora gioiose ed ilari, soprattutto grazie alla Ludovico, ora emozionate e, talvolta, disperate, come accade per il monologo centrale del protagonista, una pagina di poesia incontaminata che andrebbe letta, se non insegnata, nelle scuole, con Roberto e Teresa che gareggiano in bravura, catturandoci in un vortice passionale che – anche per personalissime questioni – raramente ci è capitato di vivere con tale intensità. E su tutto, teso come un lino a sventolare (e così abbiamo svelato anche il nostro brano talismano), un altro capolavoro, che con le sue note e le sue parole accompagna noi ed il protagonista verso un nuovo viaggio dal sapore antico: “In faccia ai maligni e ai superbi il mio nome scintillerà, dalle porte della notte il giorno si bloccherà, un applauso del pubblico pagante lo sottolineerà e dalla bocca del cannone una canzone suonerà. E con le mani amore, per le mani ti prenderò e senza dire parole nel mio cuore ti porterò e non avrò paura se non sarò come bella come dici tu, ma voleremo in cielo in carne ed ossa, non torneremo più, e senza fame e senza sete, e senza ali e senza rete, voleremo via”.