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"Danilo_giuva"Nel 2014 (…) la mia vita (…) mi ha fatto arrivare dallo spazio per direttissima uno strano individuo. Questo extraterrestre (…) conosce il segreto dell’elisir di giovinezza e quelli della chimica, e ha un’energia, una resistenza di gran lunga maggiore a quella delle creature della terra. Viene da un pianeta lontano di nome Foggia e parla una lingua sconosciuta. Ma in realtà sa parlare tutte le lingue del mondo perché conosce una lingua assoluta e la pratica costantemente: la lingua amorosa. Questo ET non smette mai di parlare questa lingua: quando mangia, quando lavora, quando si incazza. La sua aggressività è pregna di questa lingua. (…) Stasera (…) debutta con il suo primo spettacolo da solo. Ed è uno spettacolo bellissimo. Proprio perché parla la lingua di cui sopra, dall’inizio alla fine.” (Licia Lanera)

Potremmo chiuderla qui. Le nostre povere parole non potranno mai eguagliare in splendore ed intensità quelle che l’indiscussa leader della Compagnia Licia Lanera, nata sulle ceneri delle mitiche Fibre Parallele, ha dedicato alla Prima della pièce “Mamma”, scritta dal mai abbastanza compianto Annibale Ruccello, nella edizione riletta, diretta ed interpretata da Danilo Giuva, coadiuvato dalla consulenza artistica di Valerio Peroni ed Alice Occhiali, bardato nei semplici costumi di Sara Cantarone, illuminato dalle efficaci luci di Cristian Allegrini, splendidamente supportato dalle musiche e suoni di Pippo Casamassima e dalle scene di Silvia Rossini.E invece qualcosa dobbiamo e vogliamo dire.

E allora lasciateci immediatamente dichiarare, senza tema di smentita, che, in un Teatro Abelianostraripante per presenze ed entusiasmo, grazie all’inserimento dello spettacolo nell’annuale stagione dei Teatri di Bari nella rassegna “To the theatre”, abbiamo potuto assistere alla nascita di una nuova stella, alla rivelazione di un diamante grezzo che, estrapolato dal tesoro che lo conteneva e con cui si era già in passato manifestato al suo pubblico, ha mostrato di poter rifulgere di luce propria, di essere in possesso di un talento davvero fuori dal comune, di contenere in sé ogni innata prerogativa per fregiarsi del titolo di Artista. Eppure la prova che Giuva si era imposto di affrontare era certamente tra le più impervie; a molti avrebbe fatto tremare i polsi il solo pensiero di riadattare, peraltro modificandoli per piegarli alle sonorità del dialetto di Foggia, patria del giovine attore, i quattro monologhi raccolti da Ruccello in “Mamma – piccole tragedie minimali”, quello che, di fatto, è il suo inaspettato ed involontario testamento culturale, l’ultima opera messa in scena, precisamente il 28 febbraio (la stessa data del debutto di Giuva: scelta o casualità?) 1986, dall’attore/regista/commediografo prima della sua tragica morte in un incidente stradale di ritorno da Roma in compagnia di Stefano Tosi, altro magnifico interprete partenopeo, il 29 settembre dello stesso anno, quando avevano entrambi 29 anni e magnifiche pagine di teatro ancora da scrivere.

Il primo miracolo operato da Giuva è proprio quello di riuscire a far apparire nient’affatto datata la spietata analisi di Ruccello di una umanità che potrebbe – e dovrebbe – essere così lontana da noi e, invece, appare così presente, quasi familiare; l’autore ed il regista/attore sembrano scagliarsi e levare il loro grido all’unisono contro la melensa ed ottusa retorica da tubo catodico, additando, ora come allora, la nostra stereotipata cultura, quella che ci costringe a mettere in piazza i nostri dolori e le nostre vergogne pur di godere del warholiano quarto d’ora di notorietà, che fa diventare luogo comune, poi macchietta e, quindi, dramma da strapazzo il rapporto tra la femminilità generatrice della madre e le sue creature, concepite, amate ed, infine, coccodrillescamente divorate e pubblicamente piante e rimpiante. Oggi però, grazie all’operazione di Giuva, le voci dei personaggi dei quattro brevi atti unici non sembrano più provenire dai bassi napoletani, bensì dai nostri stessi appartamenti, dalle case che abitavamo nell’infanzia e- molto verosimilmente – ancora abitiamo; gli interni partenopei si sono trasformati nei nostri – troppo – attigui incubi quotidiani, i cui protagonisti sono le squallide figure di un intero paese che sembra aver smarrito la sua anima, la sua tradizione e la sua storia, svendute al mercato delle televisioni commerciali e delle canzonette.

Così riecheggia sino a noi il racconto fiabesco – che si interromperà bruscamente prima del fatidico ed agognato “vissero felici e contenti” – della vita di Catarinella, delle sue sfortunate vicende familiari e del suo matrimonio con il Principe serpente; ma anche la cronaca della vita della povera Maria, colpevole di credersi la Madonna, a causa di una caduta mentre spolverava un’icona della Vergine, e per questo ospite di un ospedale psichiatrico gestito da suore, che lei vede come le sue sacrileghe aguzzine; e ancora il rituale pomeriggio della signora “bene”, annoiata ed indolente, intenta solo a scambiare infinite chiacchiere telefoniche con sua sorella, discorrendo di personalissimi massimi sistemi, vale a dire telenovele e soap, trasmissioni e personaggi televisivi (i coniugi Costanzo/De Filippi su tutti), gossip ed effimero di varia natura (a partire dall’eterna diatriba amorosa tra Al Bano e Romina, richiamati nel brano che chiude lo spettacolo sulle ovazioni finali), gestendo ed educando la sua molteplice figliolanza dagli improbabili nomi (Morgan, Deborah, ecc.) solo attraverso urla e minacce (una Montessori al negativo), incurante anche dell’arrivo di una scossa di terremoto, immagine certo metaforica di quel che giunge dall’esterno a spazzare via questa realtà, ma anche tangibile del vero sisma che squarciò la Campania e la Basilicata, lasciando dietro sé una scia di quasi tremila morti, quella maledetta ed indimenticabile domenica del 23 novembre 1980; ed infine il dramma autentico ed egoistico di una madre che, in un Venerdì santo, doloroso tanto per tradizione quanto per un insopportabile mal di denti, riceve la confessione della figlia “colpita” da una inaspettata gravidanza, rifiutata dalla rabbiosa vergogna della genitrice, a causa della giovane età della ragazza e della inferiore estrazione sociale del novello padre, al punto da spingerla verso un aborto a cui la giovane preferirà il gesto estremo del suicidio.

Sono storie di vita vissuta, (dis)illusa ed irrisolta che ci riconsegnano una umanità ambigua, ipocrita, sporca, vinta dalla storia e dal tempo, perfettamente fotografata dai magnifici testi, all’apparenza ilari ma pregni di una malcelata dolorosa acredine, in cui delirio, ferocia, insensatezza e – appunto – (dis)umanità si combinano, senza soluzione di continuità, caleidoscopicamente, e di cui Giuva, rimescolandone le carte (si veda, ad esempio, la indovinata diversa collocazione dei monologhi rispetto all’originale, che fa sì che il suicidio della giovane – tema purtroppo anche di urgente attualità – sia posto a chiusura della performance, sostituendo il terremoto) e mutandone, contaminandone ed alterandone scientemente e geneticamente registri ed accezioni, anche grazie al felicissimo utilizzo dell’humus linguistico e popolare di cui è pregno il suo dialetto, si serve magistralmente per regalarci la propria personale interpretazione, per mettere in scena tanto la poetica dell’autore quanto – e forse ancor più – se stesso, il suo essere Artista completo, ironico dolorante, caustico, feroce, anch’egli – probabilmente – irrisolto, in fuga e, nello stesso momento, in totale accettazione delle proprie origini, in un infinito ritorno al passato, disorientando incessantemente gli spettatori, sempre in bilico tra allegria e commozione, prede di un riso prima divertito e sfacciato, poi cinico e sadico, che infine diventa amaro e masochistico quando – e Giuva lo lascia comprendere benissimo – si giunge a capire che nella vita piangere e ridere sono la stessa cosa e che quelle mamme sul palco sono le stesse che incontriamo nelle nostre città, insomma – ma sì: diciamolo! – sono le nostre, ma raccontate in una lingua bellissima che, anche se tra asperità ed acredine, è pur sempre la lingua dell’amore.