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"pipistrello"Di tutti i dispensatori di gioia che Dio dotò di talento, Johann Strauss mi è il più caro. Questa dichiarazione può riassumere il mio giudizio su questo meraviglioso fenomeno. Soprattutto in Johann Strauss rispetto l’originalità, il talento innato. In un momento in cui tutto il mondo intorno a lui tendeva a una sempre crescente complessità, a una crescente riflessività, un genio naturale gli permise di creare dal tutto. Mi parve l’ultimo che lavorasse seguendo un’ispirazione spontanea. Sí, ecco che cosa fu: la melodia primordiale, originale, la protomelodia.” (Richard Strauss).

Un solo valzer di Strauss supera in grazia, delicatezza e vero contenuto musicale la maggior parte dei prodotti di fabbrica straniera.” (Richard Wagner)

Tra gli ancestrali ricordi di spensierata infanzia e di adolescenziale serenità serbati nel profondo del nostro animo, ve ne è uno che ancora ci commuove e confonde, legato alla mattina del primo gennaio quando, per stimolare uno svogliato risveglio dovuto ai bagordi notturni e, soprattutto, per salutare degnamente l’arrivo del nuovo anno e permearlo di nuove illusorie aspettative, in casa venivano fatte risuonare ad altissimo volume le note che giungevano attraverso il tubo catodico dalla Sala dorata del Musikverein di Vienna per il tradizionale Concerto di Capodanno, da sempre incentrato sulle geniali produzioni musicali della famiglia Strauss. Va da sé che per noi (ma crediamo per tanti altri terrestri che condividono il nostro stesso ricordo) la musica degli Strauss sia sinonimo di allegria e di serenità, di festa e di auguri, di gioia e di speranza, motivo per cui abbiamo immediatamente plaudito alla rinnovata decisione (dopo le repliche de “La vedova allegra” di Franz Lehár nella scorsa stagione) della Fondazione Petruzzelli di “utilizzare” un’Operetta per augurare, di fatto, buon anno in anticipo al suo fedelissimo pubblico tramite l’ultimo evento inserito nel cartellone 2017 della Stagione (con repliche sino al 21 dicembre), vale a dire la messa in scena de Il pipistrello”, il celeberrimo lavoro in tre atti composto da Johann Strauss jr. su libretto che Carl Haffner e Richard Genée avevano tratto da “Le Reveillon” di Henri Meilhac e Ludovic Halévy, oggi riproposto nel sontuoso allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste.

Lasciateci dire immediatamente che questa edizione ha un assoluto punto di forza nelle scene di Jean-Pierre Laporte e nei costumi di Nathalie Bérard- Benoin (uno spettacolo per gli occhi che meriterebbe già il prezzo del biglietto), cui occorre aggiungere il disegno luci di Daniel Benoin, mentre non possiamo dirci convinti delle scelte della regia di Daniel Benoin. Infatti, pur comprendendo la sua volontà di omaggiare Trieste e la sua secolare impronta asburgica, come è facile evincere dalle – in realtà troppo invasive – proiezioni del municipio e delle rive triestine, del ritratto di Francesco Giuseppe I, dello stemma dell’Impero (di Kakania, avrebbe detto ironicamente Musil) e finanche di un ballo al castello di Schönbrunn, dobbiamo purtroppo affermare che ai nostri occhi non è apparsa traccia delle decine e decine di allusioni e doppi sensi di cui è cosparso il sempre spassoso libretto di Haffner e Genée, né della scoppiettante verve che i professionisti del genere riuscivano ad imprimere a tali rappresentazioni (pensiamo al mai abbastanza compianto Massimini su tutti), mentre qui, se si eccettuano rarissime buone idee, come quella di far apparire un interessatissimo e rassomigliantissimo Freud che prende appunti durante la lite tra marito e moglie, il risultato finale è più vicino ad un incomprensibile pastiche, talvolta finanche irritante e tedioso, con gli attori/cantanti lasciati un po’ alla deriva per gran parte della rappresentazione, in cui spiccano (però in negativo) i tanti – anzi indiscutibilmente troppi – momenti recitativi, declamati, senza apparente criterio logico, ora in italiano ora in tedesco, in cui si inseriva – non senza difficoltà – il dialetto e la cadenza tutta barese del Frosch del nostro Antonio Stornaiolo, che, nell’appiattito contesto, riusciva a strappare qualche sorriso.

Bando ai dubbi sulla regia, lasciateci lodare l’ottima prova dell’Orchestra del Teatro Petruzzelli, diretta con manifesta eleganza, inebriante ardore e sensibile malinconia dal maestro Nir Kabaretti, che (lui sì!) riusciva a trarre il meglio da un (per lo più) eccellente cast, che aveva le sue punte di diamante nella Rosalinde di Marigona Qerkezi e nella Adele di Valentina Farcas, due dominatrici della scena con le loro ugole d’oro se non di platino, ma anche nell’Orlofsky di Natascha Petrinsky, cui possono aggiungersi Merto Süngü, un altero Alfred, Horst Lamnek e Martin Kronthaler, bravi nel dare corpo, rispettivamente, a Frank e Falke, Alexander Kaimbacher, invero non sempre convincente nei panni del gabbato Gabriel von Eisenstein, Nao Mashio (Blind) e Sara Intagliata (Ida